Vi ricordate di quel 23 aprile? Dal conflitto fra guerra e media al conflitto fra guerra e diritto
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La Rinascita - 16 Aprile 2004

Vi ricordate di quel 23 aprile?
Dal conflitto fra guerra e media al conflitto fra guerra e diritto

di
DOMENICO GALLO


Ksenija Bankovic aveva 28 anni il 23 aprile del 1999 e svolgeva con grande passione il suo lavoro di assistente al montaggio, anche Jelika Munitlak aveva 28 anni ed era molto soddisfatta del suo lavoro di truccatrice.
Oggi, dopo cinque anni, Ksenija e Jelika hanno ancora 28 anni.

Infatti sono state spogliate della vita alle ore 2,06 del 23 aprile 1999, assieme ad altre quattordici persone, come loro addette al lavoro presso gli studi della Rts (Radio Televisione Serba) di Belgrado. Un missile «intelligente» della NATO aveva deciso di impadronirsi della loro vita e c'è riuscito, centrando, con precisione millimetrica, l'ala centrale dell'edificio della televisione, dove ferveva il lavoro dell'equipe tecnica.

I vertici dell'Alleanza sono così riusciti a spegnere per sempre il sorriso di Ksenija e di Jelika e a derubarle dei loro sogni di ragazze.

Cinque anni fa l'opinione pubblica non era ancora abituata a considerare le equipe televisive ed i giornalisti addetti al loro lavoro come obiettivi militari, come bocche e come occhi da chiudere per sempre, con l'argomento indiscutibile del tritolo. Per questo, all'epoca si levò un fremito di indignazione che raggiunse i vertici politici coinvolti in quella sciagurata impresa. Il ministro italiano degli Esteri dell'epoca, l'on. Dini, da Washington, dove si era riunito il Summit dell'Alleanza per celebrare i 50 anni della Nato, dichiarò ai giornalisti italiani: «è terribile, disapprovo, non credo che fosse neppure nei piani». Ma fu immediatamente sconfessato dal suo Presidente del Consiglio, l'on. Massimo D'Alema, che dichiarò: «Non si può commentare ogni giorno dov'è caduta una bomba», precisando che la sua reazione alla notizia risultava «attenuata dal fatto che in Jugoslavia non esiste una stampa libera» (Corriere della Sera, 24 aprile 1999).

Così il 23 aprile del 1999, nel processo della modernizzazione che incombe sul nostro tempo, è entrato una preziosa acquisizione giuridica fondata sulla lezione dei fatti: il diritto alla vita dei giornalisti (e di tutti coloro che lavorano nel mondo dei media) è un diritto affievolito, dipende dal grado di libertà di stampa esistente in un determinato contesto. Quando la televisione costituisce uno strumento di propaganda di un regime politico autoritario, o comunque da fastidio a chi conduce un conflitto, allora può essere silenziata con la giusta dose di tritolo.

L'esempio della Rts ha fatto scuola. Così dopo la TV di Belgrado, una giusta dose di bombe è stata rovesciata, nel corso della guerra dell'Afganistan sulla sede della TV Al Jazeera, che trasmetteva da Kabul delle fastidiose immagini, che sporcavano di sangue lo splendore della guerra al terrorismo.

Anche in Iraq, come tutti sanno, non esisteva una stampa libera, per questo le forze dell'Alleanza del bene, il giorno prima della capitolazione di Baghdad (avvenuta il 9 aprile 2003) hanno distrutto il terrazzo da cui trasmetteva la Tv Al Jazeera, uccidendone l'inviato, hanno distrutto l'ufficio di Abu Dhabi TV ed hanno bombardato l'Hotel Palestine, uccidendo altri due giornalisti, che non avevano capito bene che il regime di Saddam non garantisce la libertà di stampa. In seguito altri operatori dell'informazione hanno pagato con la vita l'ostinazione di continuare ad occuparsi della guerra.

Il conflitto fra guerra ed informazione ha fatto da detonatore ad un altro conflitto, più simbolico, ma altrettanto duro, quello fra guerra e diritto.

Così è capitato che qualcuno ha chiesto una parola di giustizia che consentisse ai morti della RTS riposare in pace. Le parole di giustizia, naturalmente le devono dire i giudici. Per questo alcuni parenti delle vittime si sono rivolti al Tribunale di Roma, chiedendo che un giudice si pronunziasse per dichiarare se l'uccisione dei loro congiunti fosse da considerarsi un atto lecito ovvero un illecito, fonte dell'obbligo di risarcire il danno. Azione sconsiderata ed inopportuna che rischiava di limitare fortemente la "libertà di bombardamento" del Governo italiano. Così l'Avvocatura dello Stato, utilizzando in modo abusivo uno strumento della procedura civile, è riuscita a "scippare" il processo dalle mani del suo giudice naturale ed a trasferirlo in Cassazione, opponendo che le azioni militari compiute all'estero non possono (e non devono) essere giudicate.

Per quanto possa sembrare incredibile, le Sezioni unite civili della Cassazione, con una ordinanza depositata nel giugno del 2002, hanno accolto il ricorso ed hanno dichiarato il difetto di giurisdizione, cioè hanno ordinato ai giudici italiani di tacere. I giudici non devono giudicare la guerra. Del resto lo dicevano anche gli antichi romani: inter arma silent leges.

Letteralmente le Sezioni Unite hanno statuito che: "la scelta di una modalità di conduzione delle ostilità rientra fra gli atti di Governo. Sono questi atti che costituiscono manifestazione di una funzione politica (..) funzione che per sua natura è tale da non potersi configurare, in rapporto ad essa, una situazione di interesse protetto a che gli atti in cui si manifesta assumano o non assumano un determinato contenuto".

Con questa gloriosa ordinanza le Sezioni Unite, contravvenendo tutta la precedente giurisprudenza della Cassazione in tema di tutela dei diritti dell'uomo, hanno liberalizzato la guerra, sciogliendola dai vincoli noiosi del diritto, fino al punto da sancire l'insindacabilità giudiziaria dei crimini di guerra.

Com'è noto, al di sopra delle Sezioni Unite, c'è solo il Tribunale di Dio. Quindi i sommi giudici credevano di mettere la parola fine all'eterno conflitto fra guerra e diritto, sancendo definitivamente la prevalenza della prima sul secondo, ma hanno commesso uno sbaglio. Hanno dimenticato che il capitolo dei crimini di guerra commessi dalle truppe naziste in Italia non è stato ancora chiuso.

E' capitato che il sig. Luigi Ferrini, deportato in Germania, nel 1944, quale lavoratore forzato, nel 1998 si è ricordato di fare causa alla Germania, citandola innanzi al Tribunale di Arezzo per chiedere il risarcimento del danno conseguente alla deportazione. Il Tribunale e la Corte d'Appello di Firenze hanno respinto la domanda, dichiarando il difetto di giurisdizione del giudice italiano nei confronti dello Stato straniero. La questione è finita innanzi alle Sezioni Unite Civili della Cassazione che, l'11 marzo 2004, hanno emesso una "storica" sentenza, con la quale hanno completamente ribaltato l'ordinanza del 2002, osservando che: "l'insindacabilità delle modalità di svolgimento delle attività di suprema direzione della cosa pubblica non è di ostacolo all'accertamento di eventuali reati commessi nel corso del loro esercizio e delle conseguenti responsabilità, sia sul piano penale che su quello civile."

Insomma, il conflitto è ancora aperto, la forza non ha prevalso sul diritto e non deve prevalere.
 
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