Appello per la ricostruzione del diritto dopo la guerra
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26 Luglio 1999

APPELLO PER LA RICOSTRUZIONE DEL DIRITTO E DELLA DEMOCRAZIA INTERNAZIONALE DOPO LA GUERRA



Roma, 26 luglio 1999

La guerra combattuta nei Balcani, che lascia aperta una crisi gravissima nel cuore dell'Europa, dopo aver mancato il suo obiettivo di evitare una catastrofe umanitaria e di salvare il Kosovo, introduce un nuovo scenario in cui sono rimessi in gioco i rapporti tra i grandi poteri mondiali e lo stesso ordine giuridico internazionale che ha regolato la storia del mondo nella seconda metà di questo secolo.

Il fatto che per giocare questa partita, dopo la caduta del muro di Berlino, sia stata richiamata in servizio la guerra, già bandita dal diritto internazionale, e ora ammodernata con nuove armi e gestita da nuovi soggetti interstatuali sottratti al controllo democratico e alle regole del diritto, apre una fase di estremo pericolo e di imprevedibili dolori per ogni singolo Paese e per l'intera comunità internazionale.

Come è stato osservato in sede analitica, la guerra appena conclusa ha voluto essere una "guerra costituente": operando infatti una rimozione e una rottura eversiva dell'ordinamento vigente, si è proposta come fondativa di un altro ordine informato ad una politica di potenza.

Di fatto essa si è iniziata e dispiegata in violazione sia del diritto internazionale generale e delle competenze riservate in via esclusiva alle Nazioni Unite, sia del diritto interno degli Stati Uniti e delle leggi che regolano in materia di guerra i rapporti tra Presidente e Congresso, sia della Costituzione italiana che ripudia la guerra e attribuisce al Parlamento e al Presidente della Repubblica il potere di deliberare e dichiarare lo stato di guerra in cui il Paese venga suo malgrado a trovarsi.

Si tratta di una illegittimità insanabile in radice, ma che proprio perciò tende a instaurare una nuova legittimità: la sostituzione della NATO all'ONU in tutta l'area euro-asiatica, il diritto di intervento degli Stati Uniti per la difesa dei propri interessi vitali in ogni parte del mondo, il diritto di "ingerenza umanitaria", il diritto di guerra non solo degli Stati ma di nuovi pretesi soggetti sovrani, come la NATO, dimostratasi peraltro capace di iniziare una guerra ma non in grado di concluderla.

Tale nuova legittimità non configura tuttavia una rivoluzione mirante a conquiste più avanzate, ma è una restaurazione e anzi una reazione a conquiste già realizzate.

Essa comporta infatti il ripristino di tre pilastri del vecchio ordine, conclusosi nel Novecento con le tragedie dei totalitarismi, della seconda guerra mondiale e del genocidio nazista degli ebrei: la guerra, la dottrina della sovranità e l'ideologia della diseguaglianza

La guerra che, senza distinzione tra difensiva e offensiva, era stata per secoli legittimata come il potere del re e degli Stati sovrani di farsi giustizia da sè, viene oggi ripristinata come giurisdizione e punizione dei forti contro i deboli; la sovranità, che era stata costruita come esercizio di un potere non vincolato dalle leggi e indipendente, e anzi superiore ad ogni altro potere, viene oggi riproposta come rivendicazione di una sovranità universale in capo a un'unica grande Potenza abilitata a dirigere e a pacificare un mondo indocile e globalizzato, senza "i lacci e lacciuoli" delle procedure dell'ONU; l'ideologia della diseguaglianza, che fin dall'antichità classica aveva generato il dualismo di signori e servi, liberi e schiavi, nazioni civilizzate e barbari, razze superiori e inferiori, caste e fuori casta, sessi dominanti e dominati, viene oggi riproposta nelle forme di una ristrutturazione piramidale e gerarchica della società e di una disparità di diritti reinterpretati come variabili del mercato, nonché nelle forme di un direttorio politico-militare di 8 o di 19 Paesi tra i più ricchi e potenti del Nord del mondo, che si arrogano l'autorità universale e i poteri appartenenti all'intera comunità dei 185 Paesi membri delle Nazioni Unite.

E' per l'esperienza dei tragici esiti di un ordine in tal modo fondato, che l'umanità, assumendosi un ruolo costituente, decise, dopo la notte del nazismo e della shoà, di mettere fuori legge la guerra, di ricondurre le sovranità alla regola del diritto e ai limiti dettati dall'interdipendenza e dalla appartenenza a un'unica comunità democratica delle nazioni, e di negare la diseguaglianza promuovendo un ordinamento basato sull'eguaglianza e la dignità di tutte le persone e delle "nazioni grandi e piccole"

Ignorare o rovesciare queste conquiste, già messe a dura prova per quattro decenni dalla sfida tra i blocchi, dalla guerra fredda e dalla minaccia nucleare, significherebbe ora non solo liquidare l'ONU e ridurla a una ONG caritativa, ma anche rovesciare questo ordinamento nel quale gli stessi diritti umani sussistono e sul quale tutte le nostre libertà e i nostri diritti politici, civili, economici, sociali e culturali hanno il loro fondamento e trovano la loro sanzione.

Ciò è in particolare contro lo spirito dell'Europa e le lezioni della sua storia. Le vicende di questi mesi dimostrano che i Paesi europei, e prima di tutto l'Italia, pur enunciando valutazioni ed intenzioni diverse, ai massimi livelli di governo, sulle motivazioni e la condotta della guerra, si sono trovati prigionieri di un meccanismo che non permette loro alcuna autonomia di decisione, pur essendo in gioco vitali interessi nazionali. Riguadagnare questa autonomia non può essere ora il frutto di una decisione istantanea, di un atto volontaristico e velleitario, ma richiede una determinazione e una preparazione di lunga lena nelle opinioni pubbliche, nelle forze politiche, nei Parlamenti, a cominciare da una riflessione critica e da un voto sui "nuovi orientamenti" adottati dal Consiglio atlantico, con la procedura del "silenzio-assenso", nel vertice del 25 aprile a Washington. Tuttavia, al di là dei condizionamenti strutturali, c'è anche una percezione erronea degli interessi nazionali, soprattutto sul piano economico e competitivo, che porta a condividere ogni scelta, anche sbagliata, dell'Alleanza, per adempiere all'esigenza considerata prioritaria di appartenere al club dei privilegiati nel mondo diseguale, e di restare, comunque, nel campo dei vincitori. Ma ciò, al di là di ogni considerazione giuridica ed etica, può rivelarsi assai miope in un meno breve periodo; e in particolare, per l'Italia, contraddice il suo ruolo nel Sud Europa e nel Mediterraneo, come ponte e sponda per i popoli, le culture, le religioni del Sud del mondo, nei cui confronti è urgente approntare non un minaccioso e illusorio "modello di difesa", ma un modello di intesa, di cooperazione e di pacifica, interdipendente sicurezza.

Perciò noi pensiamo che come la penultima, così quest'ultima guerra europea, sia nella pretesa di realizzare degli Stati monoetnici, degenerata negli orrori della repressione serba e della pulizia etnica, sia nella pretesa di contrastarli con i bombardamenti, divenuti essi stessi causa della distruzione di tutto ciò che si voleva tutelare, abbia mostrato l'irrazionalità della guerra e delle politiche di guerra, di diseguaglianza e di dominio, e imponga che si riapra e intraprenda una tutt'altra strada. Tanto più che la conclusione della guerra, quando la NATO, per uscirne, ha dovuto negoziare con la Russia, tener conto delle posizioni europee e rimettere le cose nelle mani dell'ONU, ha dimostrato che il disegno di onnipotenza non ha prevalso, e che la partita è tutt'altro che perduta.

La risposta non può essere dunque che quella di una grande ripresa della lotta per la democrazia e per il diritto. Ma come nel 1945 questa risposta fu universale, e poi nazionale, così anche oggi questa risposta non può che essere internazionale ed europea, perché è ormai su questo piano che si giocano le sorti della democrazia e del diritto, e solo se si salva e si costruisce la democrazia internazionale, se si rinnova e potenzia l'ONU, se si dota l'Europa di una Costituzione non solo garante dei suoi cittadini, ma aperta ai nuovi popoli e garante per tutti, si può salvare e rilanciare la democrazia in ogni Paese.

Perciò noi lanciamo un triplice appello:

1) Ai comitati contro la guerra o per la cessazione dei bombardamenti, ai cittadini, alle associazioni, ai movimenti, alle Chiese, alle comunità, alle organizzazioni dei lavoratori, alle donne in nero, ai centri sociali che condividono questa urgenza, rivolgiamo l'invito a costituire dei Comitati per la democrazia internazionale. Come nel 1994 Giuseppe Dossetti lanciò la proposta della creazione in ogni regione, città, quartiere, luogo di lavoro, di Comitati per la Costituzione, così noi sentiamo ora l'esigenza, per una necessità ancora più stringente e di ambito più adeguato, che sorgano ovunque Comitati per la Democrazia Internazionale, e che questi Comitati si raccordino e convergano in un movimento per la Democrazia Internazionale che, facendo salve le specificità e l'autonomia organizzativa di ciascuno, e senza caratteristiche di partito, agisca in forma e con impatto politico, e non solo culturale ed etico, per concorrere, col pensiero e con l'azione, a instaurare "un ordinamento che promuova la giustizia e la pace tra le nazioni" e a salvare, come dice la Carta dell'ONU, "le future generazioni dal flagello della guerra" che più volte e in più luoghi "nel corso di questa generazione ha portato indicibili afflizioni all'umanità". In tali Comitati e Movimento, guardando al futuro e non trattenute da esperienze già vissute e già giudicate, potrebbero naturalmente riconoscersi le grandi tradizioni dell'internazionalismo proletario, dell'universalismo cristiano e dell'illumunismo borghese, e potrebbero ricercarsi forme di cooperazione e di scambio con analoghe iniziative in altri Paesi.

2) Alle maestre e ai maestri delle scuole elementari rivolgiamo l'invito a sentirsi investiti del compito di educare alla pace e al diritto i bambini fin dalla più tenera età, nelle forme pedagogicamente più appropriate e in molte straordinarie esperienze italiane già con successo praticate. Se la cultura e la coscienza della pace e del diritto non si radicano fin da bambini, e in bambini pienamente assunti come soggetti secondo una delle più felici acquisizioni dell'ordinamento internazionale postbellico, sarà difficile rintracciarle poi nei giovani, anche informatizzati, e nelle generazioni adulte, come si comincia a vedere. Ma a tale compito, decisivo per il futuro della Repubblica, i maestri devono prepararsi facendo essi stessi "movimento" tra loro, costituendosi in una grande comunità educativa, in rapporto con la società e le famiglie, nella quale scambiarsi nozioni ed esperienze e in cui far crescere la loro stessa statura di discepoli del diritto e della pace, perché nulla si può trasmettere che nello stesso tempo non sia imparato e fatto proprio. Questa stessa esigenza, e analoghe responsabilità, fanno appello a tutti gli insegnanti delle scuole di ogni ordine e grado.

3) Al movimento dei lavoratori, ai sindacati, chiediamo di riconoscere le nuove frontiere sulle quali si pone e si decide la stessa rivendicazione dei loro diritti. Non è per caso che la Repubblica che ripudia la guerra è la stessa che si dichiara "fondata sul lavoro"; non è per caso che la Carta dell'ONU che denuncia la guerra come flagello, fonda la sicurezza e la pace nel mondo, sull'affermazione dell'eguaglianza dei diritti, sulla cooperazione internazionale per realizzare la piena occupazione e sulla promozione di un più alto tenore di vita e di condizioni di progresso e di sviluppo economico e sociale. La devastazione della base materiale della vita - ponti, fabbriche, centrali elettriche, acquedotti - causata dalla guerra, è la devastazione della vita stessa, e la distruzione degli strumenti e delle fonti del lavoro, che è l'opera della mente e delle mani dell'uomo, è la distruzione dell'uomo, non solo dei suoi mezzi di sussistenza; e con il lavoro è distrutta anche la potenzialità dei lavoratori ad organizzarsi e a partecipare effettivamente alla vita collettiva. Un sistema che rimetta la guerra al centro dei rapporti internazionali, come possibilità sempre pronta all'esercizio, non potrebbe inoltre che riaprire la corsa agli armamenti, dirottare verso queste spese volumi crescenti di risorse, e indurre i perdenti di oggi a investire in armi più costose e potenti, per poter resistere domani o addirittura, a propria volta, prevalere. L'"atomica dei poveri", ha purtroppo trovato, nella guerra balcanica, una convalida e un incentivo.

Il lavoro come fonte di diritti, la capacità di stabilire il nesso tra lavoro e diritti, il rapporto tra pace e lavoro appartengono alla grande tradizione della cultura operaia. E l'internazionalismo, benché appannato, non solo non è superato, ma è diventato l'orizzonte necessario di ogni cultura. Al movimento dei lavoratori, ai sindacati, si può chiedere di riprendere e dare nuovi sviluppi a tale cultura, e di metterla, come cultura non più di parte, al servizio della cultura di tutti, collocandosi al centro del grande dibattito pubblico che ha per oggetto il futuro comune. Sarebbe altrettanto importante che essi si assumessero come compito politico quello di preservare l'identità di tale cultura dalla omologazione alla cultura dominante veicolata dai mass media, anche attraverso la ricerca di nuovi strumenti informativi e di comunicazione autonomi, ma non chiusi e corporativi.

Nel rivolgere questi appelli siamo consapevoli che il compito non è facile. Ma siamo anche convinti che esso corrisponde alle più alte conquiste del secolo che si chiude, e si pone in continuità con ciò che è stato sperato, preparato e voluto dalla grande maggioranza dei cittadini di questo Paese e dell'intera umanità.


Raniero La Valle, Sergio Garavini, Mimmo Gallo, Gianni Ferrara (Università La Sapienza), Umberto Allegretti (Università di Firenze), Luigi Ferrajoli, (Università di Camerino), Antonia Sani, Mario Agostinelli, Segretario generale CGIL della Lombardia, Raul Mordenti, (Università Tor Vergata), Ambretta Rampelli, Tommaso Fulfaro, Enrico Peyretti (Torino), Ettore Zerbino (Università A. Gemelli), Nicola Cipolla (CEPES Palermo), Ercole Ongaro (Lodi), Francesco Comina (Bolzano), Bruno Ravasio, Segretario CGIL della Brianza, Giuseppe Vanacore, Segretario della Funzione pubblica regionale della Lombardia, Tino Magni, Segretario FIOM regionale della Lombardia, Giorgio Cremaschi, Segretario FIOM del Piemonte, Daniele Dubini (Ancona), Padre Meo Elia (Brescia), Padre Marcello Storgato, Franco Lombardi (Brescia), Massimo Rossi, Sindaco di Grottammare, Renato Solmi (Torino), Livio Pepino (Presidente di Magistratura Democratica), Manlio Dinucci (Pisa), Maurizio Meloni (campagna contro il MAI), Carmelo Pellicanò (Presidente Fondazione Ernesto Balducci), Padre Alberto Simoni (Direttore di Koinonia), Antonio Ceccotti (liceo scientifico Croce di Roma), Marcella Delle Donne (Università La Sapienza di Roma), Pierluigi Di Piazza (Casa della Pace di Zugliano,Udine), Carlo Pona (fisico, ENEA Roma), Agata Cancelliere, Carla Corciulo, Clelia Forgnone, Giusi Tartaro (scuola elementare Gandhi, San Basilio, Roma) Giovanni Franzoni.....
 
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