Riforma costituzionale: revisione o dissoluzione?
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17 Ottobre 2015

Riforma costituzionale: revisione o dissoluzione?

di
Domenico Gallo


Con la votazione finale e approvazione da parte del Senato, la riforma costituzionale ha superato l'ultimo ostacolo e si avvia alla conclusione del suo percorso parlamentare che, ormai, appare scontato. L'approvazione della riforma è stata accompagnata da gridi d'allarme e da manifestazioni di giubilo. Un grido di dolore è quello espresso dalla migliore cultura costituzionale italiana con un editoriale pubblicato dal quotidiano il manifesto del 13 ottobre, a firma di Azzariti, Carlassare, Pace, Rodotà e Villone, che si apre con queste considerazioni:

"La proposta di legge costituzionale che il Senato voterà oggi dissolve l'identità della Repubblica nata dalla Resistenza. È inaccettabile per il metodo e i contenuti; lo è ancor di più in rapporto alla legge elettorale già approvata".

Per contro abbiamo dovuto assistere a plateali manifestazioni di giubilo da parte degli attori politici che si sono battuti per portare a casa il risultato di una riforma che modifica profondamente l'assetto delle istituzioni repubblicane, con baci ed abbracci all'on. Boschi, madrina della nuova Costituzione. In uno dei suoi tanti tweet, il Presidente del Consiglio ci comunica la sua soddisfazione, assicurandoci che con il successo del suo programma di riforme avremo un'Italia "più semplice e più forte". Alcuni giorni prima Renzi ci aveva manifestato l'impazienza per questa riforma "che aspettiamo da settant'anni".

E' fin troppo evidente che dietro queste manifestazioni di giubilo, dietro quest'impazienza alberga una fortissima insofferenza per l'architettura dei poteri e delle funzioni pubbliche come delineata dalla Costituzione del 1948, che viene delegittimata fin dall'origine da chi per settant'anni (cioè prima ancora che venisse eletta l'assemblea Costituente!) ha atteso l'avvento di istituzioni "più semplici" per avere un'Italia "più forte". Questo atteggiamento fa emergere l'impostazione originaria che c'è dietro questo progetto di grande riforma, che non è quello della revisione della Costituzione, ma del suo superamento, cioè dell'abbandono del progetto di democrazia costituzionale prefigurato dai padri costituenti per entrare in un nuovo territorio.

Dove le decisioni sono più "semplici" perché per legge il governo è attribuito ad un unico partito, sciolto dagli impacci di dover mediare con partiti e partitini di una coalizione.

Dove il Parlamento è ridotto ad un'unica Camera (che legifera e dà la fiducia, mentre l'altra Camera, il Senato, ha un ruolo sostanzialmente decorativo), sottoposta ad un ferreo controllo da parte del Governo del partito unico, al quale la legge elettorale garantisce una maggioranza assicurata e la riforma costituzionale garantisce il controllo dell'agenda dei lavori parlamentari.

Dove le istituzioni di garanzia (Presidente della Repubblica, Corte costituzionale) sono deboli e non possono interferire con l'esercizio dei poteri di governo che, invece, sono "forti".

Molti hanno richiamato il progetto della P2, ma in realtà non c'è bisogno di evocare trame oscure, quello che si sta realizzando è un progetto che è venuto fuori dal vertice delle istituzioni politiche, da oltre vent'anni ed è stato oggetto di pubbliche discussioni nelle sedi istituzionali.

Come non ricordare - in questo momento di euforia per i riformatori - il messaggio che il Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, il 26 giugno del 1991, inviò alle Camere istigando il Parlamento ad attuare una profonda riforma della Costituzione, che avrebbe dovuto portare ad una modificazione della forma di Governo, della forma di Stato, del sistema dell'indipendenza della magistratura e ad abbandonare il sistema elettorale proporzionale a favore di un sistema maggioritario? Con questo messaggio Cossiga dichiarava obsoleto il modello di democrazia costituzionale prefigurato dai Costituenti, a suo giudizio frutto della guerra fredda che avrebbe indotto i Costituenti stessi ad organizzare un potere "debole" custodito da garanzie "forti", anziché un potere forte e stabile, svincolato da garanzie forti.

Dare più potere al potere è stato il leitmotiv che ha guidato il ventennio appena trascorso e le riforme che sono state praticate o tentate sia in tema di leggi elettorali che di modifiche formali alla Costituzione. Il problema è che adesso questo lungo viaggio sta per terminare. Quando andranno a regime la riforma elettorale (italicum), la riforma costituzionale, la riforma della pubblica amministrazione (che demolisce il principio costituzionale dell'imparzialità e del buon andamento), la riforma della scuola (che assoggetta l'istruzione pubblica ad una logica aziendale), le varie riforme del mercato del lavoro (che riconducono il lavoro a merce), allora si sarà completato un processo di vera e propria sostituzione del modello di democrazia, del modello di Stato e del modello economico sociale delineati nella Costituzione della Repubblica italiana.

C'è un filo rosso che lega le riforme istituzionali a quelle economico-sociali. Più si costruisce un potere "forte" e più deboli diventano i diritti sociali dei cittadini, che vengono disarmati dalla possibilità di tutelare i loro diritti attraverso le istituzioni rappresentative.

Da molti anni tutti criticano il bicameralismo perfetto ed in passato sono anche state incardinate delle proposte di riforma costituzionale che prevedevano l'abolizione del Senato, però è curioso che si giunga alla sostanziale abolizione del bicameralismo quando l'esperienza costituzionale italiana degli ultimi vent'anni, che ha visto avvicendarsi al potere forze politiche animate da una cultura estranea ai valori costituzionali ed inclini a facili abusi ai danni dei diritti fondamentali del cittadino, ha dimostrato tutto il valore del bicameralismo come garanzia politica di primaria importanza per il mantenimento degli equilibri democratici.
Il sistema del bicameralismo, pur in presenza di un Parlamento nel quale è stata annichilita la rappresentanza, grazie ai guasti prodotti dal porcellum, ha consentito di rallentare e rendere più meditata la decisione politica, dando la possibilità alla società civile di interloquire con i suoi rappresentanti istituzionali per correggere le scelte più inaccettabili ed impedire colpi di mano.

Proprio l'esperienza storica di questi ultimi anni ci ha insegnato che, se non vi fosse stato il bicameralismo, sarebbero divenuti legge progetti folli che nella XVI legislatura (2008-2013) sono stati approvati dall'uno o dall'altro ramo del Parlamento, come l'espulsione di migliaia di fanciulli - con genitori privi del permesso di soggiorno - dalle scuole italiane (inserita nel pacchetto di sicurezza Maroni del 2009), come il c.d. "processo breve" che consegnava la resa dello Stato alla mafia, o la c.d. legge bavaglio, che disarmava la polizia e la magistratura dei mezzi di investigazione moderni, aprendo la strada all'impunità.

Se è opportuno articolare delle riforme per porre rimedio agli inconvenienti del bicameralismo perfetto, tuttavia non è lecito gettare l'acqua sporca con il bambino dentro, cioè sbarazzarsi di un'istituzione onorevole per correggere un intoppo.

Sempre l'esperienza degli ultimi vent'anni ci ha dimostrato il ruolo fondamentale di una Corte costituzionale, non asservita all'indirizzo politico di maggioranza, come baluardo per la giustizia, l'eguaglianza e la libertà di tutti i cittadini. Basti pensare alle numerose sentenze che hanno cancellato l'impunità che ripetute leggi avevano assicurato, con varie modalità, al Presidente del Consiglio, alle pronunce con cui sono state cancellate norme che introducevano istituti tipici delle leggi razziali, come il divieto dei matrimoni misti (fra cittadini e stranieri non dotati di permesso di soggiorno), fino alla sentenza n. 1/2014 con la quale è stata decretata l'incostituzionalità degli aspetti salienti del porcellum perché lesivi dei diritti politici del cittadino.

Orbene la riforma costituzionale manomette il delicato equilibro che fin qui ha assicurato l'indipendenza della Corte Costituzionale, assegnando al capo del Governo la possibilità di controllare le nomine di origine parlamentare e di eleggere Presidente della Repubblica un uomo di sua fiducia, controllando così - indirettamente - anche le nomine di competenza presidenziale. In questo modo la Corte costituzionale diventerebbe in poco tempo una garanzia "debole", se non un mero organo di spesa.

Non si può mettere mano alle riforme senza tenere presente i dati dell'esperienza costituzionale italiana dai quali emerge un'allarmante tendenza al disprezzo dei valori repubblicani ed all'abuso di potere da parte del ceto politico di governo.

Quindi se c'è un'esigenza di revisione costituzionale, il problema non è quello di indebolire le garanzie per rendere più "forte" l'Italia, ma al contrario, quello di irrobustire le garanzie per tutelare i diritti fondamentali dei cittadini di fronte all'arroganza dei politici.

Allora, come non concordare con i costituzionalisti, quando paventano che la riforma dissolve l'identità della Repubblica nata dalla Resistenza?
 
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