Per un nuovo internazionalismo
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14 Luglio 2000

La sfida della pace e della giustizia.
Una nuova concezione dell'internazionalismo per la sinistra.


Le vicende della globalizzazione economica, le tormentate vicende dei Balcani, le vicende della progressiva costruzione di un'identità internazionale dell'Unione Europea, dimostrano che, all'alba del terzo millennio, tutte le opzioni sono ancora aperte. Un certo tipo di governo della globalizzazione, ispirato al dogma della liberalizzazione totale e dello smantellamento di ogni forma di mediazione politica del conflitto economico-sociale, si sposa con l'esigenza di una dimensione militare globale che assicuri la gestione ed il controllo delle crisi che possono mettere in discussione gli interessi vitali sottesi alle nuove gerarchie di privilegio ed esclusione.

Tutti e due questi processi scontano uno stallo imprevisto. Se la geometrica potenza della NATO si è spenta nel pantano del Kosovo, l'evento di Seattle, dopo il fallimento del MAI, marca una pesante battuta d'arresto dell'indirizzo politico iperliberista della globalizzazione.

Non possiamo, però, ignorare che la globalizzazione economica e la globalizzazione militare mettono in discussione quei principi fondamentali (ripudio della guerra, uguaglianza delle nazioni grandi e piccole, dei diritti degli uomini e delle donne, cooperazione internazionale per promuovere condizioni di progresso e di sviluppo economico-sociale) che la Carta della Nazioni Unite (con quel suo corollario che è la dichiarazione universale dei diritti dell'uomo) aveva posto a fondamento della costruzione dell'ordine internazionale..

Questi fondamenti dell'ordine internazionale non derivano da opzioni politiche velleitarie, ma sono frutto di conquiste storiche, e delineano la dimensione della democrazia internazionale come concepita in questo secolo attraverso le dure lezioni della storia. Rovesciare o abbandonare queste conquiste storiche, come dimostrano le vicende del dopo 89, non aiuta a costruire un ordine internazionale pacifico, e sottopone nuovamente l'umanità al ricatto della forza, producendo instabilità ed insicurezza, di pari passo con la corsa al riarmo e il pericolo di nuovi conflitti fra potenze. D'altro canto questi fondamenti non sono arnesi arrugginiti, inservibili per il nuovo secolo, ma, proprio in questa situazione di insicurezza crescente, dimostrano tutta la loro modernità e perenne attualità ed indicano le piste per la costruzione di una vera democrazia internazionale. Quello che manca è una politica che ne riscopra il valore e impari a declinarli nelle contingenze del tempo presente. Su questo terreno si colloca lo spazio ed il senso di una nuova concezione dell'internazionalismo per la sinistra. La sinistra deve riscoprire l'internazionalismo come ricostruzione del proprio senso di sé. La lotta per la (costruzione della) giustizia e per la (costruzione della) pace nelle relazioni internazionali deve essere assunta come criterio dirimente della propria identità. Lungo i sentieri della giustizia e della pace la sinistra incontrerà, come è già avvenuto a Seattle, nuovi soggetti sociali, movimenti politici, organizzazioni non governative, organizzazioni religiose, sindacati, partiti e popoli, unificati dalla consapevolezza di un comune sentire e agire politico e mossi dalla speranza di un mondo più giusto e pacifico.
 
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