Proposta di lavoro sulle questioni internazionali
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14 Luglio 2000

PROPOSTA DI LAVORO SULLE QUESTIONI
INTERNAZIONALI

Parte prima


I. Politica e globalizzazione.

Globalizzazione è una parola che contiene un forte tasso di ambiguità. Essa annunzia una verità cui non possiamo sottrarci: il fatto che ormai, per eventi politici e mutamenti tecnologici, esiste un unico sistema economico-produttivo ed un unico mercato globale, che ha interconnesso le economie dei diversi paesi e delle diverse aree del pianeta con legami inscindibili. Nello stesso tempo questa espressione maschera una menzogna: la menzogna è di considerare le opzioni politiche-ideologiche che governano la globalizzazione come se fossero eventi della natura, frutto di una necessità incontestabile ed irriformabile. Di qui il declino della politica, assoggettata alla dittatura dei mercati finanziari, asservita ai dogmi della competitività, della liberalizzazione, della deregulation. Siamo in presenza di una concezione ed una pratica della politica in cui il fenomeno economico-produttivo viene considerato come un evento naturale e l'azione politica diventa una mera tecnica di gestione e di adattamento (la c.d. modernizzazione del paese) del corpo sociale ed amministrativo alle esigenze (assunte come incontestabili) della globalizzazione. Una politica a "sovranità limitata" nei confronti del mercato globale finisce per essere spogliata della sua stessa ragione di essere e del suo ruolo di mediatrice pacifica del conflitto economico e sociale.
La prima riforma della politica deve partire dal linguaggio. Non bisogna rassegnarsi ad un linguaggio che autolegittima la rappresentazione della realtà. La globalizzazione è trascinata da uno sviluppo tecnologico che ha modificato la realtà, trasformando il mondo in un villaggio globale, ma è governata da un processo politico nel quale confluiscono orientamenti ideologici, blocchi di interessi dominanti, esigenze strategiche, che la politica può demistificare, contrastare, rovesciare e modificare. La globalizzazione non è neutra, il governo della globalizzazione non è un evento della natura, ma un evento della politica ed è attraversato da conflitti durissimi nei quali si confrontano opzioni differenti che richiedono scelte politiche ed assunzioni di responsabilità. Nulla è scontato.

II. Gli eventi della Globalizzazione.

1. Dall'avvento dell'Organizzazione mondiale del Commercio (OMC/WTO) al tramonto dell'Accordo multilaterale sugli investimenti (MAI).

Nel 1994 è stato siglato a Marrakech il trattato nato dall'Uruguay Round, il negoziato avviato a Punta del Este nel 1986 per aggiornare l'accordo generale sulle tariffe ed il commercio (GATT) stipulato a Ginevra nel 1947.
Il trattato di Marrakech, siglato nel 1994 a conclusione dei negoziati avviati per aggiornare l'Accordo generale sulle tariffe ed il commercio (GATT) è uno degli eventi che danno le vesti giuridiche alla globalizzazione dell'economia mondiale. Esso fonda un organismo, l'Organizzazione Mondiale del Commercio, incaricato di gestire l'applicazione degli accordi e di risolvere le controversie, che si affianca alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario internazionale nel gestire e regolare l'economia mondiale.
Come tutti gli eventi della globalizzazione anche il negoziato dell'Uruguay Round è stato ispirato ad una fede ideologica, assunta come dogma. Il dogma è quello dei benefici del libero scambio, la fede è quella dell'incrementabilità assoluta delle merci scambiabili.
In virtù di questa fede ideologica l'atto costitutivo dell'OMC si propone di regolare l'economia (e quindi la vita) di tutto il pianeta, avendo come punto di partenza e come punto di arrivo l'incremento delle merci scambiabili, attraverso il libero scambio.
Tuttavia sebbene questo principio sia stato assunto in modo fondamentalista, nel corso dei negoziati si sono verificate almeno due smagliature, una frutto della politica, l'altra frutto del peso delle lobbies.
La prima è l'esclusione degli audiovisivi dal paniere delle merci completamente liberalizzate, che è stata frutto della mobilitazione politica che si è verificata in Francia e del conseguente conflitto politico che si è svolto durante il negoziato.
La seconda smagliatura al dogma della liberalizzazione totale della circolazione delle merci è avvenuta per l'azione delle lobbies delle grandi imprese transnazionali che, essendo proprietarie della quasi totalità dei brevetti, hanno chiesto ed ottenuto l'inserimento nel Trattato di una clausola a tutela della proprietà intellettuale (una sorta di clausola Microsoft). Nella competizione economica globale è passato il principio che per partecipare al gioco, bisogna rispettare alcune regole. Tuttavia le regole poste dal Trattato di Marrakech sono insufficienti e tutte a senso unico, esclusivamente a favore della multinazionali del Nord.
Un sistema regolatore degli scambi che induce la massima competitività, mettendo direttamente in concorrenza aree produttive dove vigono standard economico-sociali completamente differenti, dove le imprese non sono tenute a rispettare le norme di protezione ambientale, dove non esistono la libertà sindacale ed i diritti dei lavoratori, dove vigono forme di lavoro schiavile che coinvolgono i minori, può avere effetti perversi e può portare allo smantellamento di ogni forma di protezione sociale del lavoro, all'ampliamento delle aree di supersfruttamento della manodopera e ad un ulteriore degrado dell'ambiente.
Per questo, è proprio sul tema delle regole che devono disciplinare la competizione globale, oltre che su quello degli strumenti adoperabili, che si riapre lo spazio della politica, anzi è proprio questo il terreno sul quale si deve sviluppare il confronto e lo scontro politico.
Durante i negoziati dell'Uruguay Round non è stato raggiunto un accordo sulla completa liberalizzazione degli investimenti, per questo l'argomento è stato accantonato a Marrakech e rimesso in discussione in altre forme.
Dal 1995 i paesi aderenti all'OSCE, fra cui l'Italia, hanno intrapreso una trattativa elaborando la bozza di un Accordo Multilaterale sugli Investimenti (MAI). Tuttavia, in virtù di qualche dissenso, il segreto non ha retto ed il testo del trattato è stato divulgato.
La pubblicazione del testo trattato ha suscitato uno scandalo internazionale ed il Parlamento europeo si è sentito in dovere di approvare una mozione, nel marzo 1998, con la quale chiedeva agli Stati Europei di non approvare il trattato nella sua formulazione attuale.
In estrema sintesi il progetto del MAI sanciva il "diritto" delle imprese e degli investitori ad essere indennizzati in caso di perdita di profitto reale o potenziale. Questo significa che gli Stati non potrebbero più adottare misure in tema di tutela dei lavoratori, dell'ambiente, dei consumatori, di assunzione di manodopera locale e di quote di lavoratori handicappati, facilitazioni fiscali ad imprese locali, aiuti a zone depresse, tariffe agevolate per servizi di pubblica utilità, se queste misure potessero pregiudicare il "diritto" al profitto degli investitori. Gli Stati che dovessero pregiudicare, con le proprie misure interne il "diritto" al profitto degli investitori potrebbero essere citati in giudizio dalle imprese dinanzi a Tribunali ad hoc e condannati a pesanti risarcimenti. In sostanza con questo strumento veniva programmato il trasferimento di una quota rilevante della sovranità dai Parlamenti e dai Governi nazionali agli investitori internazionali.
Di fronte alle proteste dell'opinione pubblica, che hanno costretto il Governo francese a dissociarsi dalle trattative, nel dicembre del 1998 il testo dell'Accordo è stato ufficialmente ritirato dall'OSCE.
E' fallito così il tentativo più ambizioso di sottomettere la sovranità degli Stati ai diritti degli investitori, ma i principi che hanno ispirato il MAI rischiano di riemergere, soprattutto attraverso il negoziato in corso presso l'OMC.

2. Il Millennium round dell'Organizzazione mondiale del commercio.

Dal 30 novembre al 2 dicembre 1999 si è svolta a Seattle (USA) la terza conferenza interministeriale dell'OMC, convocata con l'obiettivo di lanciare quello che si preannunziava come l'avvio del più straordinario processo di liberalizzazione della nostra epoca, definito dai suoi sostenitori Millennium Round.
Con il c.d. "Millennium Round" si punta ad un salto di qualità che farebbe dell'OMC una sorta di "padre costituente globale", capace di riscrivere legislazioni e regole su quasi ogni comparto della ricchezza umana.
Come ha osservato Susan Gorge: "quella che si profila con l'OMC è una vera e propria corsa alla spoliazione dei poteri nazionali, un festival dell'esautorazione che allontana ogni prospettiva di Europa sociale e politica."
Nel programma del negoziato figurava l'ulteriore liberalizzazione degli scambi agricoli, il rafforzamento dell'accordo sulla proprietà intellettuale e la revisione dell'Accordo generale sul commercio dei servizi, "con l'obiettivo di ottenere maggiori e più numerosi impegni da parte di tutti i paesi membri dell'OMC, per quanto riguarda l'accesso agli appalti ed il trattamento nazionale".
L'elenco dei servizi destinati a cadere sotto il dominio delle regole dell'OMC comprendeva quasi tutte le attività umane. In particolare, la distribuzione, il commercio all'ingrosso e al dettaglio, l'edilizia ed i lavori pubblici, l'architettura, la decorazione, la manutenzione, il genio civile, l'ingegneria, i servizi finanziari, bancari ed assicurativi, la ricerca e lo sviluppo i servizi mobiliari di leasing, le poste, le telecomunicazioni, l'audiovisivo, le tecnologie dell'informazione, il turismo ed i viaggi, i servizi alberghieri e di ristorazione, i servizi ecologici fra cui il prelievo e la gestione dei rifiuti urbani, i lavori di risanamento e di tutela del paesaggio e l'assetto urbano, i servizi ricreativi, culturali e sportivi, compresi gli spettacoli, gli archivi ed i musei, le edizioni, la stampa e la pubblicità, tutti i mezzi di trasporto immaginabili, non esclusi quelli spaziali, senza dimenticare l'istruzione (scuole primarie, secondarie e superiori, formazione permanente) e la salute animale ed umana: in tutto più di 160 settori ed attività.
La Commissione Europea aveva presentato l'8 luglio scorso la propria piattaforma per Seattle. La proposta europea accoglieva la gran parte delle richieste delle varie lobbies private, quali la Camera di Commercio internazionale, il Transatlantic business dialogue e la tavola rotonda europea degli industriali e si dichiarava a favore di un round di negoziati davvero globale che includesse anche temi quali gli investimenti e gli appalti governativi.
Alla vigilia di Seattle, tale posizione però aveva ricevuto due significative correzioni di rotta. Infatti, il Consiglio, svoltosi il 21 ottobre 1999 aveva deciso di dare mandato alla Commissione, di difendere, nel corso del ciclo del negoziato del "Millennium round" l'eccezione culturale (vale a dire l'esclusione delle politiche culturali e degli audiovisivi dalla liberalizzazione totale) e di propugnare la costituzione di un "foro permanente" di lavoro congiunto fra l'OMC e l'Organizzazione internazionale del Lavoro (OIL).

3. L'evento Seattle ed il fallimento dell'avvio del Millennium round. Quali risposte politiche.

In vista della Conferenza di Seattle oltre 1387 associazioni non governative di base di 96 paesi avevano firmato un appello (aprile 1998) per chiedere di arrestare il processo di liberalizzazione in atto al fine di avviare una valutazione delle conseguenze, sul piano sociale e ambientale, dei processi di liberalizzazione già avviati.
La straordinaria mobilitazione che ne è seguita ha dato luogo al primo evento mondiale di contestazione dell'indirizzo politico iperliberista della globalizzazione e dei suoi riti e strumenti. Seattle ha aperto la scena alla prima protesta globale della storia. Come è stato osservato da Grazia Francescano: "si è verificata un'alleanza, una saldatura inedita e per molti aspetti inaspettata fra movimento ambientalista/animalista, movimento per i diritti umani e civili, movimento per i diritti dei lavoratori e una serie di altri rivoli imponenti, a cominciare dalla forte presenza delle donne, delle chiese protestanti, induiste e buddiste e di esponenti cattolici e degli agricoltori."
La contestazione ha sequestrato la scena mediatica e ha oscurato i lavori della Conferenza, facendo esplodere le contraddizioni latenti fra i contrapposti blocchi di interessi e determinando il fallimento totale della Conferenza, che si è chiusa senza che fosse possibile mettere a punto neanche una dichiarazione finale di intenti.
Ciò non significa che il Millennium round sia tramontato per sempre. Il Presidente Clinton nel suo lungo discorso al Word Economic Forum di Davos ha compiuto una vera e propria investitura politica dell'Organizzazione, propugnando il rilancio del negoziato fallito a Seattle e, come era prevedibile, la macchina del dopo Seattle si è rimessa in moto.
Il Consiglio generale dell'OMC nella riunione del 7 febbraio a Ginevra ha riavviato i negoziati sui due temi cruciali dell'agricoltura e servizi.
E tuttavia il rilancio del negoziato economico globale in seno all'OMC avviene in un contesto politico, profondamente cambiato dopo l'evento di Seattle, in cui è definitivamente tramontata la favola che la globalizzazione (iperliberista) in atto costituisca un orizzonte invalicabile, oltre il quale la politica non può guardare.
Dopo Seattle nulla sarà più come prima. La domanda di giustizia ed eguaglianza che come un'onda di fondo attraversa la storia lunga dell'umanità sta risorgendo. (Ramonet).
Il naufragio del MAI ed il clamoroso insuccesso dell'avvio del Millennium Round sono stati determinati dalla rapida politicizzazione dell'opinione pubblica mondiale. Queste sconfitte dell'indirizzo politico iperliberista della globalizzazione rafforzano la necessità di regole e istituzioni per un governo politico dell'economia mondiale. L'obiettivo deve essere quello di costruire una vera democrazia internazionale. E' un impegno collettivo che richiede una grande fatica politica perché non vi sono modelli preconfezionati da realizzare.
Tuttavia alcuni principi devono essere proposti con forza da subito. Come ha rilevato Susan Gorge: "vi sono dei campi quali la sanità, la scuola e la cultura in senso lato che non devono essere in nessun caso oggetto di commercio. La vicenda dei bovini agli ormoni illustra perfettamente il rifiuto dell'OMC di applicare il principio precauzionale. Perciò bisogna esigere che domani, in caso di dubbi sull'innocuità di un prodotto, l'onere della prova ricada su chi vuole esportarlo. Nessun organismo vivente deve essere brevettabile. Ogni paese deve poter produrre e distribuire liberamente sul proprio territorio medicinali di base. La sicurezza alimentare dei popoli e di conseguenza la salvaguardia del sistema agricolo devono essere anteposti al commercio. La giurisprudenza dell'organismo che regole le controversie in seno all'OMC deve essere assoggettata al diritto internazionale riconosciuto: diritti umani, accordi multilaterali sull'ambiente, convenzioni di base dell'Organizzazione internazionale del lavoro."
Il problema politico è di mettere a frutto la lezione di Seattle e tradurla in una lettura intelligente che sappia creare una trama di obiettivi concreti e di iniziative praticabili che contribuiscano a creare una nuova coscienza popolare dei problemi planetari e a costruire un nuovo movimento politico di massa.
In questo contesto deve essere avviata una riflessione su una serie di obiettivi e proposte già indicate dalle organizzazioni di base attive sui temi della globalizzazione. (Una agenda per il dopo Seattle, a cura della rete di Lilliput).
In primo luogo la moratoria o il congelamento di ogni forma di estensione della liberalizzazione a materie o a settori economici non contemplati dagli accordi vigenti in sede di OMC.
In secondo luogo occorre procedere ad una revisione degli accordi esistenti verificando il loro impatto in materia di sicurezza ambientale e sociale e in tema di sviluppo dei paesi poveri.
In terzo luogo c'è il problema della revisione delle regole stesse che reggono il funzionamento dell'OMC ed in particolare del suo oscuro e poco trasparente sistema di risoluzione delle controversie.
Resta il problema, in definitiva, di riportare l'Organizzazione mondiale del commercio nell'ambito delle Nazioni Unite ed all'interno dei principi e delle regole dell'ONU in tema di diritto allo sviluppo e salvaguardia dell'ambiente e di pensare ad una regolazione globale dei flussi finanziari attraverso l'introduzione della Tobin tax.


Parte seconda



L'ordine internazionale alla prova della guerra nei Balcani



1. Gli effetti ed il significato della guerra aerea della NATO.

Nella "dichiarazione di guerra" consegnata alla stampa dall'allora segretario generale della NATO, Solana, la sera del 23 marzo 1999, l'azione militare della NATO veniva presentata come un intervento guidato dalla necessità di porre fine ad una catastrofe umanitaria e volto a far cessare le violenze che affliggevano la popolazione del Kosovo.
Sulla falsariga di questa menzogna si è sviluppato la campagna politica volta a far accettare la guerra all'opinione pubblica.
A quasi un anno di distanza da quell'evento è ormai possibile tracciare un bilancio degli esiti funesti di quell'avventura.
Dopo i disastri umani, sociali, politici economici e ambientali, provocati dalla guerra, dopo la disastrosa operazione di pulizia etnica operata dai Serbi, nel tentativo illusorio di mettere fine a loro modo al conflitto, dopo la pulizia etnica al contrario, ai danni della popolazione serba e rom, posta in essere dalle bande dell'UCK penetrate nel Kosovo al seguito della KFOR, è fin troppo evidente che tutti (proprio tutti) gli obiettivi umanitari dichiarati della guerra sono falliti, ivi compreso l'obiettivo politico di forzare la Jugoslavia a firmare il trattato di Rambuillet.
In realtà, quali che fossero le sue reali finalità, con il bombardamento della Jugoslavia. La NATO ha intrapreso un'azione politico militare che staccando il Kosovo dalla Serbia, giustifica la creazione di uno Stato etnico. Di fatto, il compromesso finale che ha posto termine all'azione militare, determinando lo smantellamento della sovranità della Jugoslavia e comportando un'inevitabile fuoriuscita di gran parte delle popolazione non albanese ha provocato una vera e propria separazione del Kosovo dalla Jugoslavia e la creazione di un'entità - non ancora statale - su base etnica. Sebbene la Risoluzione n. 1244 (10/6/99) del Consiglio di Sicurezza abbia in via di principio riconosciuto l'integrità territoriale della Repubblica federale Jugoslava, la soluzione adottata è quella di consegnare il Kosovo ad un'amministrazione civile dell'ONU (UNMIK), garantita dalla missione militare della NATO (Kfor). In sostanza le Nazioni Unite hanno stabilito per il Kosovo un regime simile a quello dei mandati che la Società delle Nazioni affidò a Francia ed Inghilterra all'indomani della 1^ guerra mondiale. In questo modo la questione della sovranità (sul Kosovo o del Kosovo) e rimasta congelata a tempo indeterminato. Questa soluzione non può durare in eterno ed in assenza di una svolta della politica dell'Europa nei Balcani, porta inevitabilmente alla nascita di un miserabile statarello etnico dominato dall'UCK, con effetti destabilizzanti per tutta l'area. Se volesse opporsi a questa deriva la Kfor ben presto si troverebbe nella stessa posizione insostenibile in cui si è trovata l'amministrazione britannica in Palestina nel 1947/48, a fronte dell'insorgenza dell'Irgoun e dell'Hagana
In sostanza la NATO ha vinto la guerra, ma adesso si trova impantanata nel Kosovo (come in Bosnia), condannata ad un protettorato dal quale non sa come uscire.
Anche il modo con cui è stata condotta la guerra deve far riflettere.
In realtà non si è trattato di una guerra vera e propria in quanto l'azione militare della NATO non ha puntato alla distruzione delle forze militari avversarie, né ha realmente contrastato le violenta repressione operata dalle forze di sicurezza serbe nel Kosovo
L'elenco degli obiettivi colpiti dall'aviazione della NATO (scuole, ospedali, alberghi, stazioni termali e sciistiche, industrie meccaniche, chimiche, agricole, impianti petroliferi, acquedotti, ponti, centrali elettriche, strutture di telecomunicazione, etc.) dimostra che l'azione militare non aveva per oggetto il Kosovo, ma la Jugoslavia, non aveva per oggetto un determinato regime politico, ma un intero popolo. I risultati dell'azione militare si traducono in una punizione collettiva ai danni del popolo Jugoslavo, che colpisce anche le generazioni future.
Tutti gli obiettivi sono stati selezionati con cura e non è un caso se gli investimenti stranieri (Mercedes, Telecom, etc.) siano stati risparmiati dalle bombe.
La punizione collettiva del popolo jugoslavo costituisce il prezzo, il prodotto ed il profitto della guerra. Un intero popolo è stato duramente punito perché non aveva voluto piegarsi al diktat di un gruppo di potenze, sotto la leadership degli Stati Uniti, che si sono autoattribuite il potere di guidare le altre nazioni.
Seppure in un diverso contesto, con la Jugoslavia è stato messo in piedi lo stesso meccanismo già sperimentato con l'Iraq, della punizione collettiva. Un meccanismo essenziale per rendere credibile la "coercive diplomacy" che costituisce l'ossatura della politica di potenza. Leggendo in filigrana le vicende politiche e militari che hanno portato a quest'esito, è evidente che con la guerra nei Balcani si è realizzata una sperimentazione in vivo del nuovo concetto strategico (che la NATO ha proclamato ufficialmente a Washington il 24 aprile) e del pensiero strategico che, a partire dal 1990 orienta la politica degli Stati Uniti, nel quale rientra anche il rilancio della guerra fredda, attraverso la sfida militare alla Russia e alla Cina (non a caso è stata bombardata l'ambasciata cinese a Belgrado). Nello stesso tempo le corso del conflitto sono stati sperimentati i nuovi sistemi d'arma per la guerra fredda, per es. il superbombardiere strategico B2 Spirit.

2. Il dopoguerra: l'esigenza di una politica di ricostruzione della pace.

Non è possibile il ristabilimento di un assetto pacifico stabile e duraturo nei Balcani, isolando le singole questioni aperte, soprattutto il futuro della Bosnia e quello del Kosovo. Il protettorato ONU/NATO sulla Bosnia e sul Kosovo non può durare all'infinito. D'altro canto non esiste una soluzione militare dell'instabilità dei Balcani, che l'intervento della NATO ha aggravato, innescando - fra l'altro - un processo di secessione del Montenegro.. I problemi della Bosnia e del Kosovo (oltre che del Montenegro e delle altre regioni) non possono essere risolti se non nel quadro di una politica che si faccia carico del problema della stabilità attraverso un nuovo patto che assicuri la convivenza di tutti i popoli della regione in un quadro istituzionale che favorisca la ricostruzione del tessuto civile, economico e sociale.
Il Patto di Stabilità, l'organismo creato a Colonia il 10 giugno 1999, per la ricostruzione dei Balcani, lanciato dalla conferenza di Sarajevo del 29 luglio, rischia di rivelarsi tragicamente inconcludente se non si sciolgono alcuni nodi politici fondamentali.
Il primo nodo è che non possono farsi discriminazioni fra i popoli balcanici che devono essere chiamati tutti ad un percorso di riconciliazione e di integrazione con l'Europa. Escludere la Jugoslavia dagli aiuti alla ricostruzione e quindi dal percorso di riconciliazione significa perpetrare il conflitto e rendere impossibile la ricostruzione della pace. Identificando un popolo come nemico, si legittima quel processo politico che ha fomentato lo scontro fra i diversi nazionalismi e si rende il conflitto irreversibile, si edifica un nuovo muro, destinato a lacerare l'Europa, come il muro di Berlino durante la guerra fredda.
Le scelte di questo dopoguerra sono, pertanto, altrettanto cruciali quanto le scelte che hanno portato all'intervento armato della NATO. E' inaccettabile che - dopo il confronto politico sulla guerra - non si sviluppi un approfondito confronto politico sulle scelte da compiere per la ricostruzione della pace.
La scelta fondamentale da compiere - sulla qual è indispensabile affrontare un chiarimento e uno scontro politico - è che si deve porre termine alla punizione collettiva del popolo jugoslavo. E' scandaloso che l'Unione Europea, non solo abbia escluso la Jugoslavia dagli aiuti alla ricostruzione, ma abbia messo in cantiere un complesso di sanzioni, dal divieto delle forniture di petrolio al congelamento dei fondi detenuti all'estero dal Governo e dalle imprese jugoslave, al divieto di ogni investimento, che sono state mantenute e persino rafforzate dopo la fine della guerra. Queste sanzioni stanno strangolando un paese che è uscito fortemente provato dai bombardamenti. Da strumenti di prevenzione della guerra, si sono trasformate in strumenti di punizione collettiva dei vinti, proprio come è avvenuto in Iraq. Questo scandalo non può essere più tollerato, non solo perché bisogna impedire che coloro che hanno scatenato la guerra conseguano l'obiettivo ed il profitto della guerra stessa, ma soprattutto perché l'esclusione della Jugoslavia condanna i Balcani all'instabilità e l'Europa alla subordinazione nei confronti degli USA.
La seconda scelta da compiere e che l'Europa deve proporre un percorso di integrazione, nel suo seno, di tutti i popoli dei Balcani e proporsi essa stessa come paradigma per fondare una nuova convivenza.

3. Il nuovo ruolo della NATO e la politica militare dell'Italia.

Se la guerra dei Balcani rappresenta una sperimentazione dal vivo del nuovo ruolo che la NATO ha concepito per se stessa, la nuova dottrina strategica, che va sotto il nome di "The Alliance strategic concept", adottata dal Consiglio Atlantico del cinquantenario a Washington (il 23 e 24 aprile 1999) rappresenta la formalizzazione di questo nuovo ruolo, il certificato di nascita della nuova NATO e costituisce il momento finale di una riconsiderazione dei compiti della natura e dell'area di azione della NATO, iniziata dal Consiglio atlantico di Roma del novembre 1991.
Questa trasformazione dei compiti e della natura dell'Alleanza, da organizzazione di cooperazione internazionale per la difesa collettiva in organizzazione regionale di Sicurezza, al di sopra e al di fuori del quadro di legalità dell'ONU, è avvenuta attraverso una serie di decisioni assunte dal Consiglio Atlantico e dichiarazioni dei capi di Stato e di Governo al di fuori delle procedure costituzionali che impongono che modificazioni di tanta rilevanza avvengano quanto meno con le procedure costituzionali per la modificazione dei trattati. I parlamenti sono stati tagliati fuori, e quindi è stato sterilizzato ogni dibattito politico al riguardo, proprio nel momento in cui il ruolo politico della NATO cresceva fino al punto da assumere decisioni cruciali per la guerra o per la pace. E' un dato di fatto che il Consiglio Atlantico ha dato il via libera all'attacco aereo della NATO senza che nessun parlamento avesse avuto l'opportunità di discutere se una scelta così impegnativa dovesse essere compiuta. I Parlamenti sono stati consultati dopo, quando i bombardamenti erano già iniziati e si era compiuto un evento ormai irreversibile. Anche la consultazione tardiva e le prese di posizione del Parlamento italiano sono state vissute come una "debolezza istituzionale" dell'Italia, paese handicappato in quanto il Governo italiano non avrebbe poteri adeguati per gestire una guerra.
Quest'impostazione è inaccettabile. Le scelte fondamentali di politica estera, come quelle che riguardano la pace e la guerra, non possono essere sottratte al circuito della democrazia. Anche nella politica estera la sovranità appartiene al popolo, le scelte non possono essere confiscate dagli esecutivi o peggio ancora da ambigui organi supernazionali privi di legittimazione democratica. Bisogna battersi, pertanto, perché i nuovi documenti della NATO siano portati all'esame del Parlamento e perché ne sia verificata la compatibilità con le leggi esistenti, compreso il trattato istitutivo della NATO. Di fronte al vuoto attuale, ritorna d'attualità l'esigenza di regolamentare le forme e le procedure per la partecipazione dell'Italia ad azioni militari all'estero, nel quadro dei principi costituzionali. Sotto il profilo politico occorre battersi perché si fermi il processo di allargamento a Est della NATO in quanto tale processo costituisce obiettivamente una sfida ed una provocazione per la Russia e apre la strada ad una rinascita della guerra fredda, sotto nuove forme, non più su basi ideologiche ma su basi nazionalistiche.
In questo contesto si pone il problema della revisione dello strumento militare, processo che va avanti da anni, secondo le linee guida di un modello di difesa (elaborato nel 1991) mai sottoposto ad alcuna verifica politica o parlamentare, però progressivamente attuato. Questo processo di attuazione del Nuovo Modello di Difesa ha fatto un balzo in avanti ed un salto di qualità con l'annunzio del prossimo tramonto della leva e dell'avvento di un esercito completamente professionale.
Più che di un illusorio modello di difesa fondato su una minacciosa capacità di proiezione di potenza, e per questo strutturalmente vincolato alla macchina militare americana, l'Italia ha bisogno di un modello di politica estera basato sulla cooperazione pacifica e, sull'interdipendenza nella costruzione della sicurezza reciproca. Per questo bisogna prevedere una capacità di intervento, realmente umanitario (e quindi non bellico) per le emergenze, l'interposizione e il raffreddamento dei conflitti. Per questo è essenziale dotarsi di corpi di intervento non armati (i c.d. caschi bianchi), forniti dal servizio civile, che - all'occorrenza - collaborino ed interagiscano con i corpi armati nelle operazioni di peacekeeping o di peacebuilding che si renderanno necessarie per risolvere, prevenire e pacificare i conflitti.
 
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