NATO/RFJ – Danni collaterali o uccisioni illegali?

Indice dei contenuti


1. Introduzione………………………………………………………………………… 1

2. Il diritto bellico e la protezione dei civili…………………………………… ………….5

2.1 La proibizione di attacchi diretti contro i civili e di attacchi indiscriminati……………….6

2,2 Misure precauzionali…………………………………………………………………….7

2.3 Scudi umani………………………………………………………………. …………… 8

2.4 Responsabilità legale per la violazione del diritto internazionale umanitario………………….9

3. L’Operazione Forza Alleata e la protezione dei civili…………………………… …..12

3.1 Approccio al diritto bellico e sua interpretazione………………………….… ….12

3.2 Selezione degli obiettivi……………………………………………………. …13

3.3 Regole di ingaggio……………………………………………………………. ..15

3.4 Misure precauzionali………………………………………………………… …15

3.5 L’uso di specifiche armi………………………………………………………….18

3.6 L’attività di “intelligence” e il principio di distinzione………………………………..19

3.7 La NATO e i Media: la retorica e la realtà…………………………………. … 22

3.8 Investigazione e risarcimento per le vittime………………………………..24

4. Conclusioni e raccomandazioni………………………………………………… …25

5. Casi di studio…………………………………………………………………….. .29

5.1 Il ponte ferroviario di Grdelica: 12 aprile…………………………………… ….. 30

5.2 Il convoglio di civili di etnia albanese nei pressi di Djakovica: 14 aprile……………..33

5.3 La Radio Televisione di Stato serba: 23 aprile……………………………… …. 41

5.4 Un autobus civile e una ambulanza colpiti a Luzane: 1°maggio………..…………….48

5.5. Il mercato e l’Ospedale di Nis colpiti da bombe a grappolo: 7 maggio……………. 50

5.6 L’ambasciata cinese in Belgrado: 8 maggio……………………………………… 53

5.7 Civili di etnia albanese bombardati a Koriša: 13 maggio…………………….. ……55

5.8 Il Ponte di Varvarin: 30 maggio…………………………………………….. ….60

5.9 L’attacco su Surdulica: 31 maggio…………………………………………… …. 61


NATO/ REPUBBLICA FEDERALE DELLA JUGOSLAVIA
“DANNI COLLATERALI” O UCCISIONI ILLEGALI?
Violazioni del diritto bellico da parte della NATO durante l’Operazione Forza Alleata.

1. Introduzione.

Dal 24 marzo al 10 giugno del 1999 l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico (NATO) ha condotto una compagna aerea contro la Repubblica Federale di Jugoslavia (RFJ), denominata in codice Operazione Forza Alleata. Gli aeroplani della NATO hanno condotto oltre 38.000 sortite di combattimento, ivi incluse 10.484 missioni di attacco contro obiettivi nelle province del Kosovo, della Vojvodina, della Serbia e della Repubblica del Montenegro[1]. I media Yugoslavi hanno dichiarato che migliaia di civili sono stati uccisi nel corso dei raids aerei della NATO Tuttavia il livello dei morti civili descritto con dettaglio dal Governo jugoslavo varia da 400 a 600[2]. La Nato non ha rilasciato stime ufficiali dei civili o dei combattenti della RFJ uccisi. Nessun appartenente alle forze militari della NATO è stato ucciso in azioni ostili durante la campagna aerea.

La NATO è un’alleanza di 19 nazioni europee e del Nord America, fondata nel 1949 con lo scopo di provvedere ad un mutuo impegno per la difesa collettiva nel caso che una o più di queste nazioni venisse attaccata da un’altra parte. La NATO ha intrapreso una azione militare contro la RFJ a seguito della rottura dei negoziati fra numerosi dei suoi Stati membri e la RFJ riguardo la situazione in Kosovo dove le forze della RFJ erano impegnate in un conflitto armato con l’Esercito di liberazione del Kosovo (UCK), caratterizzata da massicce violazioni dei diritti umani, ed il futuro status della Provincia. La NATO ha dichiarato numerosi scopi per il suo intervento militare, ivi incluso quello di porre fine alle violazioni dei diritti umani perpetrata dalle forze della RFJ contro la popolazione civile di etnia albanese, di assicurare l’evacuazione di tutte le forze della RFJ dal Kosovo e di rimpiazzarle con una forza internazionale e di assicurare il ritorno dei profughi kosovari e dei rifugiati interni alle loro case.

La NATO ha dichiarato con enfasi che la sua campagna aerea contro la RFJ è stata la “più precisa e con minori danni collaterali campagna aerea nella storia”.[3] Tuttavia Amnesty Internazional nutre serie preoccupazioni circa il grado di adesione delle Forze NATO partecipanti all’ Operazione Forza Alleata alle norme del diritto internazionale umanitario sulla condotta delle ostilità, specialmente quelle concepite per proteggere i civili e gli obiettivi civili. Sulla base delle prove disponibili, ivi comprese le dichiarazioni rilasciate dalla NATO e i resoconti di specifici incidenti, Amnesty International crede che, quali che fossero le loro intenzioni, le forze della NATO hanno commesso gravi violazioni delle leggi di guerra, che hanno portato in numerosi casi ad illecite uccisioni di civili.

In un caso, l’attacco del 23 aprile 1999 al Quartiere generale della Radio Televisione Serba (RTS), la NATO ha lanciato un attacco diretto su un obiettivo civile, uccidendo 16 civili. In altri attacchi, incluso il bombardamento del ponte ferroviario di Grdelica, che ha causato la morte di 12 civili e l’attacco missilistico al ponte Varvarin il 30 maggio, che ha causato la morte di 11 civili, la forze della NATO hanno omesso di sospendere il loro attacco dopo che è diventato evidente che esse avevano colpito dei civili. In altri attacchi, inclusi quelli che hanno causato il più alto numero di vittime civili (gli attacchi ai rifugiati di etnia albanese nei pressi di Djacovica il 14 aprile e in Korisa il 13 maggio, nei quali il numero complessivo delle vittime ha superato quota 120), la NATO ha omesso di prendere le necessarie precauzioni per minimizzare le perdite civili. Un dettagliato esame di questi casi ed altri attacchi è incluso in questo rapporto.

La preoccupazione circa il livello crescente di vittime civili è cresciuta durante il corso della Operazione Forza Alleata. Il 23 aprile, per esempio, il Comitato Internazionale della Croce Rossa, (Comitato Internazionale della Croce Rossa) ha dichiarato:

“Durante la prima settimana o pressappoco di attacchi aerei, il numero di perdite civili, di fatto appariva essere basso. Quando la campagna aerea è stata intensificata, tuttavia, è stata osservata…sia una corrispondente crescita del numero delle vittime civili serbe, sia un incremento dei danni ad obiettivi civili. I maggiori incidenti che hanno coinvolto i civili sono stati la distruzione di un treno passeggeri su un ponte e l’attacco ad una colonna di veicoli civili in Kosovo. Entrambi hanno causato morti e feriti.”[4]

Il 4 maggio Mary Robinson, Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU è stata citata per aver detto:

“Se le vittime civili si possono evitare, ovviamente ciò deve essere fatto, ed è fuori di dubbio che deve essere fatto. Se non è possibile accertare se degli autobus civili sono sui ponti, devono questi ponti essere distrutti per forza? Questi sono interrogativi molto importanti perché le persone non sono “danni collaterali”, esse sono persone che vengono uccise, ferite, le cui vite vengono distrutte, e noi siamo molto preoccupati per il fatto che i civili siano così in prima linea nella guerra moderna, nei moderni conflitti.”[5]

Durante il corso dell’ Operazione Forza Alleata, Amnesty International ha scritto ripetutamente al Segretario Generale della NATO, Xavier Solana, in rapporto a specifici attacchi, mostrando una crescente preoccupazione sul fatto se la NATO stesse prendendo sufficienti precauzioni nel selezionare gli obiettivi, nello scegliere i tempi degli attacchi, nel modo in cui questi attacchi venivano eseguiti, e se i civili venissero avvisati in anticipo, quando possibile. Amnesty International ha espresso la preoccupazione che numerosi attacchi, che hanno provocato vittime civili potrebbero aver indicato che la NATO non stava prendendo tutte le precauzioni necessarie per proteggere i civili poiché veniva data priorità all’esigenza di assicurare la sicurezza dei piloti.

Nelle sue risposte alle richieste di Amnesty International, la NATO ha dato assicurazioni generali che ogni sforzo veniva fatto per evitare perdite civili, ma non ha fornito ad Amnesty International risposte sostanziali ai quesiti su specifici incidenti, o alcuna indicazione se erano state condotte delle indagini. Amnesty International non ha ricevuto informazioni dettagliate sulle Regole di ingaggio della NATO, sebbene le abbia ripetutamente richieste per consentire un giudizio indipendente circa la loro conformità con il diritto internazionale umanitario.

Questo rapporto si basa su un largo esame di dichiarazioni pubbliche e rapporti della stessa NATO (e di alcuni Governi membri) sul modo in cui essa ha condotto la campagna aerea, compresi i suoi resoconti di particolari incidenti e spiegazioni generali di pratiche operazionali. L’Organizzazione si è incontrata con una delegazione di Ufficiali della NATO al Quartiere Generale dell’Alleanza in Bruxelles il 14 febbraio 2000 per discutere le sue preoccupazioni circa la campagna aerea. La delegazione della NATO era guidata dal dr. Edgard Buckley, Assistente segretario generale per la Pianificazione della Difesa e le Operazioni e includeva il portavoce della NATO, il dr. Jame Shea, il signor Pietre Feith, Direttore del Direttorato Gestione delle Crisi e Risposte, il signor Baldwin De Vidts, Consulente legale della NATO, e il Luogotenente Generale O.L. Kandborg, Direttore del Comando Militare internazionale. La delegazione di Amnesty International includeva due membri dello Staff del Segretariato internazionale, accompagnati dal prof. Dr. Horst Fisher, Direttore accademico dell’Istituto per il Diritto internazionale della Pace e dei Conflitti armati alla Università Ruhr di Bochum, Germania, e Professore di diritto umanitario internazionale all’Università di Leiden, Olanda, ed il dr. Luogotenente Colonnello Pekka Visuri, ricercatore ospite all’Istituto Finlandese degli affari internazionali e Professore aggiunto al College Nazionale della Difesa in Helsinki.

Retroterra: Violazione dei diritti umani in Kosovo

Negli ultimi 10 anni Amnesty International ha estesamente documentato e fatto campagna per porre fine alle violazioni dei diritti umani perpetrate dalle autorità della RFJ contro la popolazione di etnia albanese in Kosovo (si veda Kosovo: una decade di avvertimenti ignorati, Volume primo Amnesty International index : EUR 70/39/99, Aprile 1999). Durante questo tempo la popolazione di etnia albanese che viveva in Kosovo è stata vittima di uccisioni illegali, torture e maltrattamenti. Molti prigionieri politici, inclusi i prigionieri di coscienza, sono stati condannati da Tribunali con procedimenti non in regola con gli standards internazionali della giurisdizione.

Nel 1998 si è verificato un incremento delle violazioni dei diritti umani perpetrate nel Kosovo dalle forze di sicurezza, militari e paramilitari della RFJ. (si veda Kosovo: una decade di avvertimenti ignorati, Volume secondo Amnesty International index : EUR 70/40/99, Aprile 1999). Un conflitto armato è scoppiato fra i membri dell’UCK, formazione armata creata per combattere per l’indipendenza del Kosovo e le forze armate della RFJ, la polizia serba e i gruppi paramilitari operanti nella regione. La maggior parte delle vittime nel Kosovo durante il conflitto armato era di civili di etnia albanese. Tuttavia anche i Serbi hanno sofferto di abusi dei diritti umani, come rapimenti, pestaggi ed esecuzioni ad opera di gruppi armati di etnia albanese, alcuni dei quali rappresentavano sé stessi come membri dell’UCK.

In febbraio e marzo 1999 la Comunità internazionale ha esperito una intensa pressione diplomatica sulle autorità della RFJ, accompagnata da minacce di intervento militare. Il fallimento degli sforzi per mediare un accordo fra la RFJ e i rappresentanti dell’etnia albanese del Kosovo in una serie di incontri a Rambouillet in Francia ha portato allo scoppio di un conflitto armato internazionale. In marzo la NATO ha cominciato una campagna di bombardamenti contro le forze armate della RFJ, la polizia serba ed i gruppi paramilitari con lo scopo dichiarato di prevenire una catastrofe umanitaria in Kosovo. Tuttavia gli abusi dei diritti umani da parte delle forze armate della RFJ, della polizia serba e dei gruppi paramilitari si è accresciuto e centinaia di migliaia di persone di etnia albanese e membri della comunità minori sono fuggiti dal Kosovo rifugiandosi negli Stati confinanti dell’Albania e della Macedonia oppure sono rimasti sfollati all’interno del Kosovo (Si veda Ex Repubblicajugoslava della Macedonia: la protezione dei rifugiati albanesi del Kosovo, Amnesty International Index EUR 65/03/99, maggio 1999; Repubblica Federale di Jugoslavia (kosovo): la prigione di Smrekovinica un regime di tortura e maltrattamenti lascia centinaia di casi irrisolti Amnesty International Index EUR 70/107/99, Ottobre 1999)

Nel giugno del 1999 la NATO ha cessato la sua campagna di bombardamenti dopo aver concluso un accordo tecnico-militare con le autorità e della RFJ. Alla luce di tale accordo tutte le forze militari della RFJ, la polizia e i gruppi paramilitari hanno lasciato il Kosovo ed una forza militare guidata dalla NATO, denominata Kosovo-Forza (KFOR) ha preso il controllo del Kosovo. Per amministrare il territorio è stata istituita una amministrazione ad interim della Nazioni Unite (UNMIK). Amnesty International ha continuato a monitorare e a fare campagna sugli abusi dei diritti umani nel Kosovo sotto amministrazione dell’UNMIK (Si veda Repubblica Federale di Jugoslavia (kosovo): le raccomandazioni di Amnesty International all’UNMIK sul sistema giudiziario Amnesty International Index EUR 70/06/00, Febbraio 2000, e Repubblica Federale di Jugoslavia (kosovo) delineare uno standard? La risposta dell’UNMIK e della KFOR alla violenza in Mitrovica, Amnesty International Index EUR 70/13/00.)

Amnesty International non intende prendere posizione sulle questioni politiche riguardanti lo status del Kosovo. L’Organizzazione non giudica se il ricorso alla forza da parte di chiunque sia giustificato o no e per questo non intende prendere posizione sulle basi morali e legali dell’intervento della NATO contro la Jugoslavia. Amnesty International intende focalizzare la sua indagine strettamente sulla condotta di tale intervento alla luce delle norme del diritto internazionale umanitario.

2. Il Diritto Bellico e la Protezione dei Civili.

Non tutte le morti di civili in tempo di guerra sono illecite. Nei termini eufemistici dei portavoci militari il “danno collaterale”[6], incluse le vittime civili, bisogna aspettarselo durante una guerra. Ma ci sono chiare norme che pongono dei limiti alla condotta delle ostilità ed in particolare vietano l’uso di certi mezzi o metodi di guerra. Queste norme sono state concepite per proteggere – nella massima estensione possibile – le vite e gli obiettivi civili. Le norme includono una proibizione di ogni attacco diretto contro i civili o obiettivi civili, comprese le rappresaglie contro di loro. Ma esse includono, inoltre, la proibizione di attacchi che non distinguano fra obiettivi militari e civili o obiettivi civili e di attacchi che, sebbene rivolti ad un legittimo obiettivo militare, abbiano un impatto sproporzionato sui civili o sugli obiettivi civili. Infine tali norme rendono chiare le strette circostanze nelle quali i civili o gli obiettivi civili perdono la loro protezione, per esempio quando un obiettivo civile è usato per scopi militari.

La più completa raccolta delle norme che governano la condotta delle ostilità nei conflitti armati internazionali è contenuta nel Primo Protocollo Addizionale alle Convenzioni di Ginevra del 1949 relativo alla protezione delle vittime dei conflitti armati internazionali (Protocollo 1). Questo Protocollo, che è stato adottato nel 1997, è stato ratificato da oltre 150 Stati.[7] Tre dei 19 membri della NATO non hanno aderito al I Protocollo: la Francia (Amnesty International è a conoscenza che essa intende ratificarlo nel prossimo futuro), gli Stati Uniti (sebbene le Previsioni chiave del Protocollo I sono riflesse nel codice militare) e la Turchia. Le disposizioni fondamentali di questo Protocollo, incluse tutte le norme sulla condotta delle ostilità citate in questo rapporto, fanno parte del diritto internazionale consuetudinario e perciò sono vincolanti per tutti gli Stati.

2.1 La proibizione di attacchi diretti contro i civili e di attacchi indiscriminati.

Una delle pietre angolari del diritto internazionale umanitario è il principio che devono essere prese tutte le misure possibili per distinguere fra persone ed obiettivi civili ed obiettivi militari. L’art. 48 del I Protocollo pone la “regola base” riguardante le protezione dei civili (spesso riportata come il principio di distinzione):

“Allo scopo di assicurare il rispetto e la protezione della popolazione civile e dei beni di carattere civile, le Parti in conflitto dovranno fare, in ogni momento distinzione fra la popolazione civile e i combattenti, nonché fra i beni di carattere civile e gli obiettivi militari, e di conseguenza, dirigere le operazioni soltanto contro obiettivi militari.”

Con riferimento agli obiettivi, l’art. 52 (2) definisce come obiettivi militari “quegli obiettivi che per loro natura, ubicazione, destinazione ed impiego, contribuiscono efficacemente all’azione militare, e la cui distruzione, totale o parziale, conquista o neutralizzazione, offre, nel caso concreto, un vantaggio militare preciso.” L’art. 51 (2) del I Protocollo, chiarisce, al di là di ogni ambiguità che: “ sia la popolazione civile, che i singoli individui civili, non deve essere oggetto di attacco. ”.

In aggiunta alla proibizione di attacchi diretti nei riguardi dei civili, il diritto internazionale proibisce anche gli attacchi indiscriminati. Nel linguaggio dell’art. 51 (4) del Primo Protocollo Addizionale, attacchi indiscriminati sono quelli che “per loro natura colpiscono obiettivi militari e civili e obiettivi civili o obiettivi civili senza distinzione”. Essi includono:

(a) “quelli che non sono diretti contro un obiettivo militare determinato;

(b) quelli che impiegano mezzi o metodi di combattimento che non possono essere diretti contro un obiettivo militare determinato, o

(c) quelli che impiegano mezzi o metodi di combattimento i cui effetti non possono essere limitati come prescrive il presente Protocollo.”

L’art. 51 (5) include due altri tipi di attacchi che sono considerati come indiscriminati:

(a) “gli attacchi mediante bombardamento, quali che siano i mezzi e i metodi impiegati, che trattino come obiettivo militare unico un certo numero di obiettivi militari chiaramente distanziati e distinti, situati in una città, un paese, un villaggio o in qualsiasi altra zona, contenente una simile concentrazione di civili o beni di carattere civile;

(b) gli attacchi dai quali ci si può attendere che provochino incidentalmente morti e feriti fra la popolazione civile, dai ai beni di carattere civile, o una combinazione degli stessi che sia eccessiva in relazione al concreto e diretto vantaggio militare previsto.

Gli attacchi indiscriminati si verificano quando le forze armate non osservano il principio della distinzione e attaccano un obiettivo militare senza curarsi delle conseguenze dannose per i civili. Esse potrebbero usare armi che non sono capaci di colpire un obiettivo militare con precisione – sia per la loro natura, sia come risultato delle circostanze nelle quali sono impiegate. Oppure le loro tattiche o metodi di attacco potrebbero mostrare dispregio per la vita dei civili.

2.2 Misure precauzionali.

Sebbene il diritto internazionale umanitario non è necessariamente violato ogni qualvolta dei civili sono uccisi o feriti, le leggi di guerra richiedono che le forze militari facciano ogni ragionevole sforzo per evitare di infliggere perdite ai civili. Alla luce del I Protocollo: “le operazioni militari saranno condotte curando costantemente di risparmiare la popolazione civile, i civili e i beni di carattere civile” (art. 57). Quando non è chiaro che un obiettivo è usato per scopi militari, “si deve presumere che non lo sia” (art. 52 (3)).

L’art. 57 specifica le misure precauzionali richieste.

“Per quanto riguarda gli attacchi saranno prese le seguenti precauzioni:

a) coloro che preparano o decidono un attacco dovranno:

i) fare tutto ciò che è praticamente possibile per accertare che gli obiettivi da attaccare non sono persone civili, né beni di carattere civile, e non beneficiano di una protezione speciale, ma che si tratta di obiettivi militari ai sensi del paragrafo 2 dell’articolo 52, e che le disposizioni del presente protocollo non ne vietano l’attacco;

ii) prendere tutte le precauzioni praticamente possibili nella swdcelta dei metodi e mezzi di attacco, allo scopo di evitare o, almeno di ridurre al minimo, il numero di morti e feriti fra la popolazione civile, nonché i danni ai beni di carattere civile che potrebbero essere incidentalmente causati;

iii) astenersi dal lanciare un attacco da cui ci si può attendere che provochi incidentalmente morti e feriti fra la popolazione civile, o una combinazione di perdite umane e danni, che risulterebbero eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto previsto.”

2.3 Scudi umani.

A seguito di numerosi attacchi della NATO che hanno causato perdite fra i civili, la NATO ha ipotizzato che i civili venissero utilizzati come scudi umani dall’esercito Jugoslavo.[8] Il I Protocollo proibisce l’uso di simili tattiche: L’art. 51 (7) prevede che:

“La presenza o i movimenti della popolazione civile o di persone civili non dovranno essere utilizzati per mettere determinati punti o determinate zone al riparo da operazioni militari, in particolare per cercare di mettere obiettivi militari al riparo da attacchi o di coprire, favorire o ostacolare operazioni militari.”

Per di più l’art. 58 obbliga le Parti in conflitto a prendere ogni necessaria precauzione per proteggere i civili sotto il loro controllo dai pericoli risultanti dalle operazioni militari, incluso l’allontanare i civili dalla prossimità ad obiettivi militari e l’evitare di dislocare obiettivi militari dentro o in prossimità di aree densamente popolate.

Tuttavia l’art. 51(8) rende chiaro che, persino nel caso che una parte ripari sé stessa dietro i civili, una simile violazione delle norme internazionali: “non libera le Parti in conflitto dalle loro obbligazioni nei confronti della popolazione civile e dei civili, compresa l’obbligazione di prendere ogni misura precauzionale prevista dall’art. 57”.

Inoltre l’art. 58 (3) del I Protocollo prevede:

“la presenza all’interno della popolazione civile di individui che non rientrano nella definizione di civili non priva la popolazione del suo carattere civile.”

2.4 Responsabilità legale per la violazione del diritto internazionale umanitario.

Responsabilità degli Stati.

L’articolo 85 del primo Protocollo definisce talune “gravi infrazioni” del Protocollo. Esse sono considerate crimini di guerra ed includono – quando sono commesse volontariamente o causano morti o feriti gravi: “il fare la popolazione civile o singoli civili oggetto di attacco” e “il lanciare un attacco indiscriminato che colpisce la popolazione civile o obiettivi civili con la consapevolezza che tale attacco causerà una eccessiva perdita di vite civili, ferite ai civili o danni a beni di carattere civile” che sarebbero eccessivi in relazione al vantaggio militare concreto o diretto previsto. Altri crimini di guerra, per es. quelli considerati dall’art. 8, 2b dello Statuto di Roma del 1998 della Corte Penale Internazionale, includono il fatto di: “dirigere intenzionalmente degli attacchi contro obiettivi civili”.

L’art. 86 richiede che “ le Parti in conflitto dovranno reprimere le infrazioni gravi e prendere le misure necessarie per far cessare tutte le altre infrazioni alle Convenzioni [di Ginevra del 1949] o al presente Protocollo che risultino da una omissione contraria al dovere di agire” Ai sensi dell’art. 88, “le Parti si presteranno la maggiore assistenza giudiziaria possibile in qualsiasi procedura relativa alle infrazioni gravi alle Convenzioni o al presente Protocollo”.

L’art. 91 rende chiaro che ciascuna Parte in conflitto: “è responsabile di tutti gli atti commessi dalle persone facenti parte delle sue forze armate.”. Conseguentemente “la Parte in conflitto, che violasse le disposizioni delle Convenzioni o del presente Protocollo sarà tenuta, se del caso, al pagamento di una indennità.”

Responsabilità penale individuale.

Gli individui, sia civili che militari, indipendentemente dal loro rango, possono essere ritenuti penalmente responsabili per le gravi infrazioni del diritto internazionale umanitario. I comandanti possono essere ritenuti responsabili per gli atti dei loro subordinati se essi conoscevano, o avevano ragione di conoscere che i loro subordinati stavano commettendo o erano sul punto di commettere una infrazione ed essi erano in grado di prevenire o di reprimere tali infrazioni ed hanno omesso di farlo. Nelle parole dell’art. 86 (2) del I Protocollo:

“Il fatto che una infrazione alle Convenzioni o al presente Protocollo sia stata commessa da un inferiore, non dispensa i superiori dalle loro responsabilità penali o disciplinari, a seconda dei casi, se sapevano o erano in possesso di informazioni che permettevano loro di ritenere, nelle circostanze del momento, che l’inferiore stava commettendo o stava per commettere una tale infrazione, e se essi non hanno preso tutte le misure praticamente possibili in loro potere per impedire o reprimere l’infrazione stessa.”

L’art. 87 specifica l’obbligo che i comandanti militari: “per quanto riguarda i membri delle forze armate posti sotto il loro comando e le altre persone poste sotto la loro autorità, impediscano che siano commesse infrazioni alle Convenzioni e al presente Protocollo”. Il principio della responsabilità del comando è riflesso anche nello Statuto del Tribunale Internazionale penale per la ex Jugoslavia (ICTY) e della Corte Internazionale Penale, così come nel progetto di Codice dei Crimini contro la Pace e la Sicurezza dell’umanità (Progetto di Codice dei Crimini) approvato dalla Commissione del diritto internazionale nel 1996.

Gli ordini superiori non possono essere invocati a propria difesa per le violazioni del diritto internazionale umanitario, sebbene essi possano essere presi in considerazione sotto il profilo di una mitigazione della pena. Questo principio è stato riconosciuto fin dai processi di Norimberga che hanno fatto seguito alla II guerra mondiale ed adesso è parte del diritto internazionale consuetudinario. Esso si riflette nello Statuto del Tribunale Internazionale per la ex Jugoslavia e nella Progetto di Codice dei Crimini.

Responsabilità dei membri della NATO.

L’ Operazione Forza Alleata è stata realizzata da una coalizione di Stati membri della NATO in nome dell’Alleanza. La decisione iniziale di ricorrere alla forza è stata presa collettivamente, come la successiva decisione di procedere all’escalation. In nessun momento durante la campagna aerea alcuno Stato membro dell’Alleanza ha ripudiato qualcuno degli attacchi realizzati dalle forze della NATO. Per questo ciascuno Stato membro può incorrere in responsabilità per le azioni militari compiute sotto l’egida della NATO.

La giurisdizione relativa alle gravi infrazioni del diritto internazionale umanitario.

In linea con la previsione comune delle Convenzioni di Ginevra del 1949, ciascuno Stato parte concorda di “emanare la legislazione necessaria per provvedere a delle effettive sanzioni penali” nei confronti delle persone implicate in gravi infrazioni. Per di più a questi crimini di guerra si applica il principio della giurisdizione universale. Perciò ciascuno Stato Parte:

“avrà l’obbligo di ricercare le persone imputate di aver commesso o di aver dato l’ordine di commettere una di dette infrazioni gravi e dovrà, qualunque sia la loro nazionalità, deferirle ai propri Tribunali.”

Le Convenzioni di Ginevra consentono ad una parte, se lo preferisce, di consegnare tali persone per il giudizio ad un altro Stato parte e richiedono che “in ogni circostanza le persone accusate debbano godere delle garanzie della difesa e di un processo imparziale.” Le Convenzioni non escludono la consegna di tali persone ad una Corte penale internazionale. Le previsioni relative alle gravi infrazioni della Convenzioni si applicano anche alle gravi infrazioni del I Protocollo.

In aggiunta all’obbligo di esercitare la giurisdizione universale per le gravi infrazioni, agli Stati è consentito l’esercizio della giurisdizione universale per gli altri crimini di guerra. Se a seguito di una indagine emergono sufficienti prove ed il sospettato è nella loro giurisdizione, gli Stati devono processarlo, con un processo equo, o estradare il soggetto in un altro Stato che lo richiede e che sia capace di celebrare un giusto processo.

Con riguardo all’ Operazione Forza Alleata, in aggiunta alle giurisdizioni domestiche di ogni Stato, c’è la concorrente giurisdizione del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia (ICTY). Secondo lo Statuto dell’ICTY, il Tribunale ha giurisdizione in ordine alle gravi infrazioni delle Convenzioni di Ginevra (articolo 2) e alle altre violazioni delle leggi e dei costumi di guerra (art. 3) commesse, a partire dal 1991 in ogni parte del Territorio della ex Repubblica Federale di Jugoslavia (art. 1) da chiunque, di qualunque nazionalità sia. Come ripetutamente confermato, l’ICTY ha la piena giurisdizione su tutte le possibili violazioni del diritto internazionale umanitario commesse durante l’ Operazione Forza Alleata dalla NATO come da qualunque altra Parte.

Con riferimento al raggio d’azione sostanziale della Giurisdizione dell’ICTY, la Camera d’Appello nel caso P.M./ Tadic ha richiamato l’intervento degli Stati Uniti nel dibattito svoltosi su questo argomento presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite nel 1993, sottolineando che questa dichiarazione non è stata contestata:

“…..è chiaro che l’espressione “leggi e costumi di guerra” cui si riferisce l’art. 3, include tutte le obbligazioni che nascono dai trattati di diritto umanitario in vigore nel territorio della ex Jugoslavia nel tempo in cui gli atti venivano commessi, incluso l’art. 3 comune alle Convenzioni di Ginevra del 1949 ed il Protocollo addizionale a tali Convenzioni del 1977.”

3. L’ Operazione Forza Alleata e la protezione dei civili.

3.1. Approccio alle leggi di guerra e loro interpretazione.

Durante l’ Operazione Forza Alleata la NATO non ha mai chiarito con esattezza quali standards del diritto internazionale umanitario erano applicati dalle sue forze ed in quale modo essa ha mantenuto una coerente interpretazione di tali regole durante la campagna. Gli Stati membri della Alleanza non condividono le stesse obbligazioni di origine convenzionale. Gli Stati Uniti, per esempio, le cui forze aeree hanno condotto quasi l’80% degli attacchi sferrati dalla NATO durante la campagna aerea, non hanno ratificato il I Protocollo, parimenti non l’hanno ratificato la Francia e la Turchia. Il Portavoce della NATO, James Shea, ha ripetuto, durante tutta la campagna che le forze dell’Alleanza stavano rispettando il diritto bellico con una estensione senza precedenti. Ma nelle dichiarazioni pubbliche durante la campagna non è mai stato fatto riferimento al I Protocollo, che è la più completa codificazione del diritto dei conflitti armati. Al briefing retrospettivo della NATO del 18 maggio 1999, il Portavoce dell’Alleanza James Shea, ha motivato in tal modo l’adesione dell’Alleanza al diritto bellico:

“Il principio di discriminazione è uno dei fondamenti del diritto dei conflitti armati. Questo principio fu riflesso originariamente nel requisito richiesto dalla Convenzione dell’Aja del 1899 che i combattenti indossassero un emblema distintivo permanente e riconoscibile a distanza e che portassero le loro armi apertamente. Il diritto internazionale consuetudinario richiede che i belligeranti “in ogni tempo devono distinguere fra la popolazione civile e i combattenti e devono dirigere le loro operazioni soltanto contro obiettivi militari”. Questo è indiscutibile ed è esattamente ciò che la NATO sta facendo; essa sta distinguendo fra civili ed obiettivi militari ed in effetti io potrei argomentare, proprio come uno studente di diritto bellico, che voi non potete trovare un altro conflitto armato nella storia della guerra moderna, dove c’è stata più disciplina e più cura per conformarsi alle norme del diritto di guerra e rispettare quella distinzione che nell’esercizio della scelta e selezione degli obiettivi effettuata dall’Alleanza Atlantica.”

Gli Ufficiali della NATO incontrati da Amnesty International in Bruxelles hanno insistito che i membri della NATO dovrebbero rispettare il I Protocollo. Allo stesso tempo essi hanno dichiarato che la NATO non è parte del diritto internazionale umanitario. Baldwin de Vidts, Consulente legale della NATO, ha sottolineato che sono i singoli Stati membri che hanno delle obbligazioni legali. Sono i singoli Stati, attraverso i loro ufficiali che devono assicurare che le loro forze partecipanti all’Alleanza rispettino il diritto internazionale. In altre parole la NATO non ha un meccanismo per garantire il rispetto di un comune assetto normativo o per assicurare una comune interpretazione di tali norme. Il rispetto delle norme rimane una prerogativa degli Stati membri, cosa che porta a delle contraddizioni nella applicazione delle norme.

Il fatto che la NATO è un’alleanza non deve precluderle dall’assicurare in pratica che, quando agiscono sotto l’egida della NATO, le sue forze armate siano vincolate ai più alti standards del diritto internazionale umanitario, incluso il I Protocollo, al di là delle obbligazioni convenzionali di singoli Stati e della esistenza di leggi nazionali. L’adesione al I Protocollo da parte di tutti gli Stati membri darebbe inoltre il più chiaro segnale che la NATO è veramente vincolata ai più alti standards internazionali.

3.2 La selezione degli obiettivi.

Con riferimento alla selezione ed all’assegnazione degli obiettivi, gli Ufficiali della Nato all’incontro di Bruxelles hanno spiegato che, secondo il sistema in uso durante l’Operazione Forza Alleata, agli Stati membri venivano assegnati gli obiettivi da bombardare dallo staff della NATO, ma essi potevano rifiutarsi, sul piano, per esempio che dal loro punto di vista l’obiettivo era illegittimo o che l’attacco avrebbe comunque violato il diritto internazionale e eventualmente la loro legge nazionale. Se l’obiettivo veniva rifiutato perché il paese a cui era stato assegnato lo aveva ritenuto illegittimo, gli Ufficiali della NATO hanno detto che essi non avrebbero riassegnato l’obiettivo ad un altro Stato membro. Tuttavia non è chiaro con quale estensione ciò sia avvenuto in pratica. In almeno un caso, con riferimento all’attacco contro il quartier generale della Radio Televisione Serba (RTS), sembra che l’attacco sia stato sferrato nonostante il disaccordo fra i paesi membri della NATO sulla sua legittimità.

Il Luogotenente Generale Michael Short (Forze Aeree degli Stati Uniti), Comandante delle Forze Alleate Aeree del Sud Europa, ha così riflettuto – in una prospettiva operazionale – sui dilemmi legali collegati alla conduzione di una guerra di coalizione:

“Noi dobbiamo capire le limitazioni che la nostra coalizione di partners piazza al di sopra di sé stessi ed al di sopra di noi. Ci sono delle Nazioni che non vogliono attaccare gli obiettivi che la mia Nazione vuole attaccare. Ci sono delle Nazioni che non condividono con noi la definizione di ciò che è un valido obiettivo militare e noi dobbiamo conoscere…

Voi ed io dobbiamo sapere che tutti gli aeromobili che hanno base nel Regno Unito sono soggetti alle norme del Governo del Regno Unito circa il fatto se noi stiamo per colpire un valido obiettivo o no.”

Nel loro incontro con Amnesty International gli Ufficiali della NATO hanno detto che, in alcuni casi, non tutti gli Stati membri della NATO (persino quelli che partecipavano all’attacco o all’attività di supporto) venivano informati su cosa poteva essere l’obiettivo o sui mezzi e metodi dell’attacco. Questo significa che uno Stato membro potrebbe incorrere in responsabilità legale per un attacco del quale non conosceva i dettagli.

Ufficiali francesi, incluso il ministro degli esteri Hubert Vèdrine, hanno dichiarato che gli Stati Uniti hanno supportato gli attacchi aerei condotti sotto l’ombrello della NATO, con attacchi realizzati da loro stessi. “Tutti i paesi dell’Alleanza Atlantica hanno agito come parti dell’Alleanza con piena discussione circa gli obiettivi da colpire. Ma gli Stati Uniti hanno condotto una separata operazione americana.” Ha detto il Ministro degli esteri nel corso di un documentario della BBC circa l’ Operazione Forza Alleata. “Essi hanno schierato forze nazionali con un meccanismo decisionale comandato da loro. E gli alleati europei non sono stati informati di queste azioni.” La NATO ha smentito tali allegazioni.[9]

3.2 Regole di ingaggio.

In diverse occasioni durante la campagna aerea, Amnesty International ha scritto al Segretario Generale della NATO per esprimere la preoccupazione che alcuni specifici attacchi potrebbero aver infranto il diritto internazionale e per chiedere chiarimenti circa le regole d’ingaggio adottate dalla NATO.

In risposta alle richieste specifiche di Amnesty International la NATO ha dichiarato ripetutamente in termini generali che essa era impegnata a rispettare il diritto internazionale umanitario e che “stava facendo ogni possibile sforzo per evitare danni collaterali durante le operazioni aeree contro la Repubblica Federale di Jugoslavia”. Le lettere della NATO dichiaravano che i suoi piloti operavano sotto “strette Regole d’Ingaggio”, ma non hanno rivelato alcun dettaglio delle regole o principi alle quali le stesse si attenevano. La NATO non ha risposto alle questioni specifiche sollevate da Amnesty International circa specifici incidenti, rendendo così difficile che si possa formare un giudizio circa la compatibilità delle Regole d’Ingaggio con le norme del diritto internazionale umanitario.

Al meeting di Bruxelles con Amnesty International, gli Ufficiali della NATO hanno fatto trapelare un po’ di luce circa alcuni aspetti delle Regole d’Ingaggio e su quali cambiamenti delle stesse sono stati effettuati durante il corso della guerra. Amnesty International è venuta a conoscenza che ciascuno Stato membro aveva il potere di scegliere quali aspetti delle Regole d’Ingaggio proposte dalla NATO egli avrebbe adottato. Amnesty International è stata anche informata circa le richieste per i cambiamenti di altitudine per i piloti della NATO Tuttavia un complessivo giudizio circa il rispetto del diritto bellico da parte dell’ Operazione Forza Alleata richiederebbe che la NATO desse più informazioni circa le sue regole d’ingaggio.

3.4 Misure precauzionali.

Il portavoce della NATO James Shea ha dichiarato che “non c’è mai stata una campagna aerea nella storia che sia stata così discriminante, contro i militari ma in favore dei civili, anche se noi non siamo stati capaci di raggiungere – nessuno lo può, nessuno sebbene lo voglia – il 100% della perfezione”.[10] Questo concetto è stato scodellato ripetutamente nelle conferenze stampa della NATO. Il Generale Walter Jertz ha detto ai giornalisti che la NATO stava conducendo “la più accurata campagna di bombardamento della storia.”[11]

Pochi potrebbero contestare l’asserzione della NATO che è impossibile raggiungere il 100% della perfezione nel combattere una guerra. Tuttavia appare chiaro che in alcuni incidenti la NATO non ha preso tutte le precauzioni necessarie per proteggere i civili, primariamente perché è stata data priorità all’esigenza di assicurare la sicurezza dei piloti. Come ha detto R. A. Mason, un ufficiale in pensione della Royal Air Force, Vice Maresciallo: “La [condotta della guerra] ha dato l’impressione al mondo che uno sfortunato livello minimo di perdite civili fosse un’inconfessabile ed accettabile caratteristica di una guerra combattuta per cause umanitarie, ma che non lo fosse la perdita di equipaggi militari professionali”[12]. La preservazione delle proprie forze è una preoccupazione cruciale per i militari. Ma può questa considerazione avere precedenza sull’obbligazione legale di proteggere i civili?.

Le preoccupazioni se la NATO avesse preso le misure necessarie per proteggere i civili sono venute fuori con riguardo alla scelta di certi metodi di attacco, come la pratica di bombardamenti da alta quota ed una consistente omissione dal dare avvisi effettivi ai civili.

Secondo la NATO inizialmente gli aerei sono stati autorizzati a volare esclusivamente al di sopra dei 15.000 piedi per proteggere gli apparecchi ed i piloti dalla contraerea jugoslava. Questo limite è stato attenuato durante la seconda metà della campagna aerea con alcuni aeroplani che volavano sino a seimila piedi. Gli Ufficiali hanno ammesso che il bombardamento effettuato da quota elevata ha ridotto l’efficacia globale della campagna aerea, ma hanno negato che ciò ha comportato un incremento delle perdite civili. Essi hanno detto che molti attacchi venivano cancellati se un obiettivo non poteva essere positivamente identificato, ciò al fine di risparmiare i civili.

In Bruxelles gli ufficiali della NATO hanno detto a Amnesty International che un equipaggio che vola a 15.000 piedi potrebbe soltanto accertare se l’obiettivo sia quello assegnato secondo la pianificazione preparatoria, ma non potrebbe dire se, per esempio, i civili si sono mossi nelle sue vicinanze. In tal modo la regola dei 15.000 piedi rende effettivamente impossibile per gli equipaggi della NATO rispettare l’obbligazione di sospendere un attacco una volta che le circostanze siano cambiate sul terreno, rendendo l’obiettivo non più legittimo. Essi [gli Ufficiali della NATO] hanno detto ad Amnesty International che, a seguito di un bombardamento di un convoglio di civili a Djakovica, le Regole d’Ingaggio sono state cambiate in modo da richiedere [ai piloti] una conferma visiva che non vi erano civili nella area oggetto dell’attacco.

In una intervista per un documentario televisivo della BBC, il Generale Michael Short ha parlato su quello che accadde a Djakovica il 14 aprile 1999 ed ha spiegato l’impatto che il requisito della altitudine stava avendo sulla capacità dei piloti di distinguere fra obiettivi militari e civili o obiettivi civili.

“Essi tornarono da me e dissero: “Abbiamo bisogno di consentire ai controllori aerei avanzati di scendere fino a 5.000 piedi. Abbiamo bisogno di consentire ai bombardieri di scendere giù in picchiata fino a 8.000 piedi per assicurarsi che essi possano verificare il loro obiettivo e quindi ritornare di nuovo su a 15.000 piedi. Noi crediamo che questo vada fatto. Siamo consapevoli che ciò comporta un incremento significativo del rischio, ma nessuno di noi vuole colpire di nuovo un trattore pieno di profughi. Non possiamo sopportarlo.”

Sfortunatamente questa precauzione aggiuntiva, così come i cambiamenti che si dice siano stati istituiti dopo l’attacco del 7 maggio su Nis, (quando si dice che gli Stati Uniti abbiano posto fine all’uso di bombe a grappolo) e dopo l’attacco del 30 maggio al ponte Varvarin (quando al NATO ha deciso di evitare di attaccare certi obiettivi, come i ponti quando molti civili si trovavano verosimilmente nelle vicinanze), non sono stati sufficienti ad evitare ulteriori morti di civili. I cambiamenti che la NATO dice di aver fatto erano precauzioni basilari che avrebbero dovuto essere adottate dall’inizio della campagna per assicurarsi che le Regole d’Ingaggio della NATO non consentissero infrazioni del diritto internazionale umanitario.

Una strada per bilanciare i rischi ai civili con quelli degli attaccanti è illustrata da A.P.V. Rogers, ex Direttore del Servizio legale dell’Esercito Britannico.

“Se l’obiettivo è sufficientemente importante, il Comandante in Capo dovrebbe essere preparato ad accettare un più elevato livello di rischio per l’equipaggio dell’aeromobile per assicurarsi che l’obiettivo sia appropriatamente identificato ed accuratamente attaccato. Non si è sentito mai parlare di una guerra senza rischi. Bisogna correre dei rischi, per esempio, per salvare i piloti che sono stati abbattuti o per dispiegare delle forze in territorio nemico per delle missioni di riconoscimento ed identificazione degli obiettivi. Tuttavia se si considera che non vale la pena di correre un tale rischio per l’obiettivo da colpire ed è stabilito un requisito minimo di altitudine per la sua protezione, l’equipaggio impegnato nella operazione deve fare una sua propria valutazione del rischio connesso alla verifica ed all’attacco dell’obiettivo assegnato. Se la loro valutazione è che il rischio per loro di avvicinarsi all’obiettivo quanto basta per identificarlo propriamente è troppo elevato e che c’è un reale pericolo di morti accidentali, di feriti o di danni ai civili o a beni di carattere civile, per la mancanza di verificazione dell’obiettivo ed essi o forze amiche non sono in pericolo se l’attacco non viene eseguito, non c’è bisogno che essi pongano sé stessi a rischio per verificare l’obiettivo. Molto semplicemente l’attacco non deve essere eseguito.”

Le forze armate della NATO sono anche soggette alla obbligazione legale di dare avviso ai civili degli attacchi imminenti, se possibile. Secondo il I Protocollo, “un preavviso effettivo deve essere dato degli attacchi che possono colpire la popolazione civile, salvo che le circostanze non lo permettano “ (art. 57, 2). Gli Ufficiali della NATO hanno detto a Amnesty International in Bruxelles che, come politica generale, essi hanno scelto di non inviare preavvisi per paura che ciò potesse mettere in pericolo gli equipaggi degli aeroplani che conducevano gli attacchi. Considerate tutte le altre misure adottate per evitare perdite alle forze della NATO (incluso il bombardamento ad alta quota), ci si potrebbe chiedere se è stato dato sufficiente peso all’esigenza di risparmiare i civili nella decisione di non dare i preavvisi. Inoltre la preoccupazione per la sicurezza dei piloti non spiega perché non sono stati dati avvisi ai civili quando sono stati usati per l’attacco i missili cruise.

3.5 L’uso di specifici sistemi d’arma.

Perdite civili sono state inoltre causate dalla decisione di usare certi tipi di armi. Per esempio l’uso delle bombe a grappolo nei pressi di concentrazioni di civili, come è stato fatto nel bombardamento di Nis il 7 maggio, appare come un esempio della omissione della adozione di precauzioni adeguate nella scelta dei sistemi d’arma.

Sulla questione delle bombe a grappolo, il vice portavoce della NATO, Peter Daniel, ha detto:

“Le bombe a grappolo sono valide munizioni molto efficaci contro le forze sul terreno. Noi prendiamo ogni precauzione per evitare danni non voluti quando usiamo le bombe a grappolo. Di fatto noi preferiamo le munizioni con guida di precisione, ogni volta che possiamo usarle. Questo d’accordo con il nostro intento di evitare danni collaterali per quanto è possibile.”[13]

Le bombe a grappolo non sono bandite dal diritto internazionale ma esse presentano un alto rischio di violare la proibizione di attacchi indiscriminati. In aggiunta le bombe a grappolo presentano un problema umanitario dovuto al loro alto tasso di inesploso. (Gli ufficiali della NATO hanno messo a conoscenza Amnesty International che il tasso è approssimativamente il 5%). Ciò significa che le submunizioni rappresentano una continua minaccia per chiunque venga in contatto con esse. Secondo alcuni resoconti di stampa, migliaia di mine inesplose giacciono ancora abbandonate sul terreno in Kosovo. Molte di queste piccole bombe sono nascoste sotto la superficie del suolo e non sono facilmente scopribili. Fra giugno 1999 e metà marzo 2000 è stato riportato che 54 persone siano state uccise in Kosovo da bombe a grappolo inesplose e mine di terra.[14].

Un altro tipo di munizioni usate dalla NATO che sembra porre una minaccia a lungo termine ai civili e all’ambiente sono quelle a uranio impoverito. Gli ufficiali della NATO hanno detto a Amnesty International durante l’incontro di Bruxelles che l’aviazione della NATO, in particolare l’aereo A/10 “Warthog” di attacco al suolo, ha sparato circa 31.000 scariche di proiettili all’uranio impoverito durante la campagna. Alcuni studi deducono che la polvere di uranio impoverito che rimane in prossimità degli obiettivi colpiti dalle munizioni all’uranio impoverito, causa un significativo rischio alla salute, se inalata o ingerita.[15]

L’uso delle munizioni all’uranio impoverito non è proibito dal diritto internazionale ed Amnesty International non si oppone al loro uso di per sé. Tuttavia, poiché sono in corso studi conclusivi sugli effetti a lungo termine sulla salute e sull’ambiente derivanti dall’uso di questo sistema d’arma, Amnesty International è preoccupata per il possibile rischio alla salute, di natura indiscriminata, che l’uso delle munizioni all’uranio impoverito di fatto pone. L’art. 35 (3) del I Protocollo proibisce: “metodi e mezzi di guerra che sono diretti, o dai quali ci si può attendere, a causare estesi, severi e a lungo termine danni all’ambiente naturale. Inoltre l’art. 35 (“) proibisce l’uso “di bombe, proiettili, materiali e metodi di guerra di natura tale da causare ferite superflue o sofferenze non necessarie”. In aggiunta, secondo l’art. 36: “nello studio, messa a punto, acquisizione o adozione di una nuova arma, di nuovi mezzi o metodi di guerra, una Alta Parte contraente ha l’obbligo di stabilire se il suo impiego non sia vietato, in talune circostanze o in qualunque circostanza, dalle disposizioni del presente Protocollo o da qualsiasi altra regola del diritto internazionale applicabile a detta Alta Parte contraente.”

3.6 L’intelligence ed il principio di distinzione.

L’abilità di distinguere con successo fra obiettivi militari e civili o obiettivi civili è cruciale per potersi adeguare alle obbligazioni del diritto internazionale umanitario. Una accurata attività di intelligence è cruciale se si vogliono minimizzare le vittime civili, specialmente nel caso di una battaglia combattuta dall’aria, ad alte altitudini ed usando armi a lungo raggio.

Sfortunatamente sembra che la NATO abbia messo a fuoco la fase della pianificazione, quasi come se essa assumesse che le circostanze non sarebbero cambiate o che un cambio delle circostanze (per es. i civili che si avvicinavano all’obiettivo) dovesse essere messo nel conto. In alcune circostanze gli errori sono stati fatti persino nella fase della pianificazione. Quando i mezzi dell’attacco precludono la conferma da parte delle forze d’attacco che l’obiettivo prefigurato è effettivamente un obiettivo militare, l’affidamento su indagini vecchie o difettose può avere conseguenze letali. Due di questi esempi che hanno causato morti di civili sono esaminati con maggiori dettagli più avanti: il bombardamento di una colonna di profughi kosovari di etnia albanese in Korisa il 13 maggio e l’attacco dell’otto maggio contro l’ambasciata cinese in Belgrado.

Una particolare falla nell’attività di intelligence della NATO si è verificata il 21 maggio quando un aereo della NATO ha bombardato una caserma Ko-are (Koshare) nel kosovo occidentale, vicino al confine albanese, uccidendo e ferendo un certo numero di combattenti dell’UCK (l’UCK ha riferito che sette persone sono state uccise e 25 ferite). L’UCK aveva catturato la caserma, sottraendola all’esercito jugoslavo poche settimane prima dell’attacco della NATO.

Nel corso di una conferenza stampa della NATO il 22 maggio, il portavoce della NATO, James Shea , ha dichiarato, con riferimento a questo incidente che:

“Essa è stata fino ad epoca recente nelle mani dell’esercito jugoslavo, ma appare chiaro che essa successivamente è stata catturata dall’UCK. Di ciò adesso sono consapevole, ho visto i rapporti, ma non posso confermare alcun numero di perdite. Ma lasciatemi chiarire che se noi avessimo conosciuto, in una situazione molto dinamica, specialmente dove l’UCK è particolarmente attivo, che essa era stata catturata dall’UCK, allora l’avremmo depennata dalla lista degli obiettivi.”

Tuttavia l’UCK aveva una presenza molto attiva nell’area di ko-are in quel tempo ed aveva catturato la caserma molte settimane prima. Questo fatto era stato riportato dalla stampa internazionale[16] ed un certo numero di reporters e giornalisti televisivi aveva visitato l’edificio sotto la scorta dell’UCK. In aggiunta sembra che la NATO fosse ben informata della posizione sul terreno. Un giornalista che aveva recentemente visitato Ko-are ha scritto:

In precedenza per più di un mese regolari rapporti su chi controllava quale briciola di questa montagna sono stati spediti alla NATO attraverso una linea fax satellitare dai ribelli basati a Ko-are. Inoltre appare che funzionari internazionali con un punto di osservazione dell’OSCE posto nelle vicinanze hanno inviato gli stessi rapporti. La NATO ha agito sulla base di questi rapporti bombardando le unità Serbe appena fuori l’enclave dei ribelli per aiutare l’UCK a spingere le sue unità più addentro nel Kosovo. La NATO ieri ha rifiutato di commentare come è possibile che una parte dell’Organizzazione potesse avere queste informazioni e non le passasse all’altra parte, qualche volta essi hanno detto che sarebbero stati “schiacciati” a seguito del bombardamento dell’ambasciata cinese….Visitando Ko-are due giorni prima mi è stato detto dagli ufficiali dell’UCK che essi frequentemente inviavano informazioni alla NATO sulle unità serbe da colpire che si contrapponevano a loro.”[17]

Sebbene la caserma di Ko-are chiaramente non fosse un obiettivo civile, il fatto che la NATO non l’abbia rimossa dalla lista degli obiettivi a seguito della sua cattura da parte dell’UCK, malgrado i rapporti resi pubblici circa il suo nuovo status, fa sorgere dei dubbi sull’abilità dell’Alleanza di identificare in modo appropriato gli obiettivi, di fare distinzione fra obiettivi militari ed obiettivi civili e di prendere in considerazione ogni cambiamento dello status di un obiettivo militare.

Dopo la fine della campagna di bombardamento, quando le forze armate jugoslave hanno lasciato il Kosovo e sono entrate le forze della NATO, sono sorti immediatamente degli interrogativi sull’accuratezza degli obiettivi della NATO, persino in relazione agli obiettivi militari che essa ha detto di aver attaccato con successo. I reporters internazionali che hanno visitato il Kosovo durante e dopo il bombardamento hanno ipotizzato che la NATO ha significativamente sovraestimato l’estensione dei danni che essa aveva inflitto all’apparato militare jugoslavo. In Djacovica per esempio, si è scoperto che molti dei veicoli militari danneggiati, lasciati in una base militare erano dei vecchi relitti abbandonati: “i veicoli della NATO non hanno distrutto i veicoli da combattimento del fronte, ma tutt’al più una cucina da campo.” Ha riferito Steven Lee Myers del New York Times del 28 giugno 1999.

I giornalisti hanno riferito che la NATO ha colpito un sacco di bersagli fantoccio nel Kosovo. Richard Norton-Taylor ha scritto sul The Guardian (Londra) il 30 giugno che, lungi dall’aver distrutto i 300 carri armati jugoslavi che essa aveva inizialmente rivendicato, la NATO adesso non sta più contraddicendo l’asserzione del governo jugoslavo che sono stati distrutti solo 13 carri: “I soldati della NATO hanno trovato un enorme numero di falsi carri armati di legno, così come finti ponti e false strade di plastica nera. Malgrado i ripetuti attacchi all’aeroporto di Pristina, i Mig 21 si trovavano illesi nascosti negli angar sotterranei”

Dopo il ritiro dal Kosovo delle forze armate jugoslave, la NATO ha continuato a sostenere che essa aveva distrutto 100 carri, 210 veicoli blindati da combattimento, 449 pezzi di artiglieria ed equipaggiamento per mortai. In seguito la NATO ha concluso che essa aveva distrutto 93 carri armati serbi (solo 26 del totale dei quali sono stati documentati e localizzati dal team della NATO per la pianificazione degli attacchi nel Kosovo), 153 veicoli blindati per il trasporto di truppe, 339 veicoli militari e 389 pezzi di artiglieria e morati.[18]

I resoconti della stampa, tuttavia, hanno suggerito che sono stati distrutti mezzi militari ed armi in quantità molto minore persino delle stime ridotte della NATO. Robert Fisk del quotidiano The Indipendent ha riferito che gli ufficiali della NATO rimasero “sorpresi che migliaia di carri jugoslavi, di lanciamissili, di batterie di artiglieria, mezzi per il trasporto di truppe e camion sono stati evacuati dalla Provincia con a malapena un graffio su di essi.”[19]

Il periodico statunitense Newsweek ha riferito nel suo numero del 15 maggio 2000, che ufficiali del Pentagono hanno soppresso un rapporto sui danni provocati dall’aviazione americana che rivelava che il numero degli obiettivi serbi, verificabilmente distrutti era solo una porzione di quelli dichiarati dalla NATO. Gli investigatori dell’Aviazione militare degli Stati Uniti che – secondo quanto riferito – hanno passato settimane nel Kosovo, hanno detto di aver scoperto che l’aviazione della NATO aveva distrutto 14 carri armati, 18 veicoli blindati per il trasporto di personale e 20 pezzi di artiglieria..

Il quadro che emerge dagli esiti della campagna aerea fa sorgere degli interrogativi circa l’accuratezza dell’attività di intelligence ed l’estensione con cui la campagna di bombardamenti della NATO ha nei fatti conseguito il suo dichiarato scopo di degradare la capacità bellica della Repubblica Federale di Jugoslavia .Ciò rinforza l’interrogativo che Amnesty International ha sempre posto alla NATO – nel contesto delle perdite civili – circa la sua capacità di discernere e selezionare gli obiettivi. Per adesso appare che, malgrado la sua retorica, la NATO non è stata, in alcuni casi, capace di valutare se stava veramente attaccando un genuino obiettivo militare o no e che le sue stesse valutazioni dei danni di guerra erano erronee. In questo contesto il rischio di un attacco indiscriminato contro obiettivi civili diviene molto più elevato ed il bisogno di maggiori effettive garanzie, da istituirsi per ogni futura campagna, diviene molto più importante.

3.7 La NATO ed i media: la retorica e la realtà.

Durante la campagna aerea nelle conferenze stampa giornaliere al Quartier Generale della NATO in Bruxelles, la NATO ha continuato ad insistere che essa faceva ogni possibile sforzo per evitare perdite civili, che essa si concentrava soltanto su legittimi obiettivi militari, che usava armi di alta precisione per garantire l’accuratezza del risultato. La NATO ha detto che numerosi attacchi aerei sono stati fermati e gli aeroplani sono tornati indietro sulla base della valutazione dei piloti che i civili potevano essere a rischio. Ma malgrado le garanzie contro le perdite civili che la NATO diceva di aver messo in opera, hanno continuato a verificarsi incidenti nei quali un alto numero di civili sono stati uccisi

In alcuni casi la NATO ha ammesso che essa aveva fatto degli errori, ma ha sempre detto che essa non aveva mai intenzionalmente fatto i civili oggetto di attacco. Essa ha attribuito alcuni errori a difetti dell’attività di intelligence, in altri casi essa ha deprecato in vario modo, per il cattivo tempo o la scarsa visibilità, gli errori delle bombe che avevano mancato il loro bersaglio, gli errori dei piloti nel decidere se i veicoli oggetto dell’attacco erano militari o civili per loro natura e l’uso di scudi umani da parte delle autorità della Repubblica Federale di Jugoslavia per creare perdite civili quando venivano bombardate le strutture vitali per le Forze Armate. L’ammissione degli errori della NATO veniva quasi sempre presentata nel contesto delle massicce violazioni dei diritti umani commesse dalle Forze Armate della Repubblica Federale di Jugoslavia in Kosovo che avevano costretto la NATO a mettere la campagna aerea al primo posto.

Il portavoce della NATO James Shea ha insistito che la politica della NATO era quella di essere aperta nei confronti della stampa il più possibile: “Noi non abbiamo mai cercato di evadere la nostra responsabilità. Noi riconosciamo rapidamente i nostri errori.”, egli ha detto a Amnesty International in Bruxelles . Ma in molti casi non sono state date risposte chiare circa incidenti scioccanti.

Il periodico francese Le Nouvel Observateur ha riferito che un innominato generale della NATO ha spiegato che la NATO ha una politica volta a rifiutare deliberatamente le informazioni rilevanti. E’ stato riferito che il generale ha detto: “per far fronte ad errori sfortunati, noi adoperiamo una tattica abbastanza effettiva. Molto spesso noi conosciamo già la causa precisa e le conseguenze di questi errori. Ma per rassicurare l’opinione pubblica noi diremo che stiamo conducendo un’inchiesta e che vi sono molte possibili spiegazioni. Noi riveleremo la verità soltanto due settimane più tardi quando nessuno è più interessato. L’opinione pubblica ha bisogno di essere lavorata per bene.”[20]

In aggiunta la NATO ha cercato di presentare i suoi “errori” come se fossero pochissimi data la scala globale della campagna di obiettivi che essa aveva programmato – sotto altri profili altamente riuscita – per indebolire significativamente la capacità militare della Forze Armate della Repubblica Federale di Jugoslavia . Al Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, nel briefing del 2 giugno 1999, il General Maggiore Chuk Wald ha detto: “Di tutte le bombe che noi abbiamo sganciato il 99,6% ha effettivamente colpito l’obiettivo, su un totale di oltre 20.000 bombe.” Questa dichiarazione è stata criticata dagli analisti militari come Antony Cordsman, del Centro per gli Studi internazionali e strategici di Washington (DC). Egli ha osservato che la statistica del generale Wald prende in considerazione soltanto un pugno di incidenti riguardanti i “danni collaterali” politicamente sensibili come il bombardamento dell’ambasciata cinese in Belgrado.

La NATO in seguito ha fatto riferimento alla stima fatta da Human Right Watch di 90 incidenti nei quali sono stati uccisi dei civili. Questa stima rappresenta soltanto una frazione degli attacchi che sono andati fuori bersaglio ma non hanno finito per uccidere dei civili.

E’ stato riferito che soltanto un terzo delle bombe usate durante la campagna aerea erano delle munizioni con guida di precisione. Gli Ufficiali della NATO in Bruxelles hanno detto ad Amnesty International che circa il 70% delle armi con guida di precisione usate dalle loro forze hanno colpito il punto desiderato di impatto.

Investigazioni e risarcimento per le vittime.

Amnesty International ha scritto alla NATO durante l’Operazione Forza Alleata e ha chiesto che essa svolgesse un’indagine sui numerosi attacchi esaminati in dettaglio in questo rapporto. Amnesty International non ha ricevuto informazioni dalla NATO circa le indagini richieste. Quando è stato chiesto, durante l’incontro del febbraio 2000, se la NATO abbia mai condotto delle indagini, gli Ufficiali della NATO hanno detto a Amnesty International in Bruxelles che erano state effettuate delle indagini interne su numerosi attacchi. Tuttavia essi hanno aggiunto che non consideravano utile far conoscere i risultati delle loro indagini, o rivelare i dettagli delle forze coinvolte. Essi hanno aggiunto che non sono state prese misure disciplinari o penali contro coloro che risultavano coinvolti negli attacchi oggetto di investigazione. In seguito la Cia ha rivelato che nell’aprile 2000 numerosi ufficiali della Cia hanno ricevuto sanzioni disciplinari per il loro ruolo nella mancata identificazione della sede della ambasciata cinese in Belgrado, fatto dal quale è risultata l’uccisione di civili.

La NATO ha dichiarato che essa non ha accesso in Serbia e che pertanto non è capace di condurre un accertamento delle vittime civili causate dai bombardamenti. Ma questo non ha impedito altre forme di esame degli effetti dei bombardamenti come il Rapporto del Dipartimento della Difesa sul Kosovo dopo l’azione. E ciò non spiega perché le indagini che sono state condotte nel caso del bombardamento dell’ambasciata cinese di Belgrado non sono state apparentemente condotte negli altri, meno sensibili politicamente, casi di morti di civili causate da attacchi della NATO .

I membri della NATO soggiacciono alla obbligazione legale di risarcire ogni violazione del diritto bellico che le loro forze hanno commesso, incluso il pagamento di compensazioni monetarie alle vittime come richiesto dall’art. 91 del Primo Protocollo Addizionale. Poiché non sembra che la NATO abbia fatto un serio sforzo per accertare le possibili violazioni, le vittime non hanno ricevuto alcun risarcimento. Nel caso dell’ambasciata cinese il Governo degli Stati Uniti ha pagato un risarcimento alle vittime ed alle loro famiglie ed al Governo cinese per il danneggiamento dell’edificio dell’Ambasciata, ma senza riconoscimento della propria responsabilità legale. Questo rimane attualmente il solo caso in cui una forma di risarcimento è stata effettuata.

4. Conclusioni e raccomandazioni.

Amnesty International ritiene che nel caso dell’ Operazione Forza Alleata le morti di civili avrebbero potuto essere significativamente ridotte se le forze armate della NATO avessero rispettato pienamente il diritto bellico. La NATO non sempre ha adempiuto alle proprie obbligazioni legali nel selezionare gli obiettivi e nello scegliere mezzi e metodi di attacco. In un caso, l’attacco al Quartiere Generale della Radio Televisione Serba (RTS), la NATO ha lanciato un attacco diretto contro un obiettivo civile, uccidendo 16 civili. Questo attacco ha violato l’art. 52 (1) del Primo Protocollo Addizionale e perciò costituisce un crimine di guerra. In altri attacchi, incluso il Ponte Ferroviario di Gredelica, il ponte automobilistico in Luzane e il ponte di Varvarin, le forze della NATO hanno omesso di sospendere i loro attacchi dopo che è diventato evidente che essi avevano colpito dei civili, ciò in contravvenzione della norma di cui all’art. 57 (2) del I Protocollo. In altri casi, inclusi gli attacchi sui civili sfollati in Djakovica o in Korisa, sono state prese insufficienti precauzioni per minimizzare le perdite civili.

Sebbene sia la NATO, sia gli Stati membri abbiano dichiarato di essere vincolati alle norme del diritto umanitario internazionale, la Francia, la Turchia e gli Stati Uniti, non hanno ancora aderito al 1 Protocollo e la NATO non ha un meccanismo per assicurare la comune interpretazione di tali norme che riflettono i più alti standards del diritto umanitario internazionale. La struttura di comando della NATO sembra inoltre che contribuisca alla confusione in ordine alle responsabilità legali.

I processi di adozione delle decisioni circa la selezione e l’assegnazione degli obiettivi, indicano che i disaccordi circa la liceità di certi attacchi, non impediscono che gli stessi abbiano corso. Inoltre alcuni aspetti delle Regole d’Ingaggio, specialmente il requisito che gli aeromobili della NATO dovessero volare al di sopra dei 15.000 piedi, rende la piena adesione al diritto umanitario internazionale virtualmente impossibile. Secondo gli ufficiali della NATO sono stati effettuati dei cambiamenti delle Regole d’Ingaggio, inclusa l’abolizione della regola dei 15.000 piedi, a seguito dell’attacco del 14 aprile nei pressi di Djacovica e del bombardamento del Ponte di Varvarin il 30 maggio del 1999. Questi cambiamenti costituiscono un riconoscimento che le precauzioni esistenti non erano sufficienti a proteggere i civili. Ma, a partire dal 30 maggio, centinaia di civili sono stati uccisi nel corso dei raids aerei della NATO. La NATO aveva l’obbligazione legale di adottare le precauzioni fondamentali dall’inizio della campagna, piuttosto che dare priorità alla sicurezza dei suoi aerei e dei suoi piloti, rispetto alla protezione dei civili, inclusi quei civili, per il benessere dei quali, essa ha detto che stava intervenendo.

L’uso di alcune categorie di bombe, specialmente le bombe a grappolo, può aver contribuito a causare uccisioni illegittime. Similarmente l’apparente preminenza data dalla NATO all’attività di “intelligence “ nella fase della pianificazione, piuttosto che attraverso la condotta degli attacchi, gli errori commessi nella raccolta delle informazioni, sembra che abbiano causato uccisioni illecite.

La natura confidenziale delle indagini effettuate e la riferita assenza di provvedimenti contro il personale della NATO lascia trapelare seri dubbi sull’impegno della NATO di andare fino in fondo nell’indagine su specifici incidenti, in accordo con il diritto internazionale. In un caso soltanto, il bombardamento dell’ambasciata cinese di Belgrado, i risultati di una indagine sono stati rivelati, è stato pagato un risarcimento e sono state prese misure disciplinari nei confronti di coloro che sono risultati responsabili. L’impressione che queste misure sono state prese, in questo caso, essenzialmente a causa di ragioni politiche, è insuperabile.

Portare avanti una guerra di coalizione è una impresa complessa ed i giudizi richiesti dei piani militari e dell’attività di combattimento dei soldati sono particolarmente difficoltosi. La NATO deve trarre una lezione dalla Operazione Forza Alleata che vada, al di là della constatazione di quali nuove bombe i suoi arsenali hanno bisogno, e deve trovare delle regole per massimizzare la protezione dei civili come richiesto dal diritto umanitario internazionale. La più potente Alleanza militare del mondo non può mancare di adottare i più alti standards di protezione a questo riguardo. Alla luce di quanto sopra, Amnesty International formula le seguenti raccomandazioni.

Ratificazione ed interpretazione degli standards del diritto umanitario internazionale

1. La NATO deve pubblicamente vincolarsi ai più alti standard del diritto umanitario internazionale , incluso il Primo Protocollo Addizionale alla Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 ed assumere una comune interpretazione di tali standards fra i suoi Stati membri, in modo da fornire la massima protezione per i civili riguardo agli effetti del conflitto.

2. la NATO ed i suoi Stati membri dovrebbero istituire e mantenere un effettivo programma di addestramento per le loro forze militari circa l’osservanza pratica dei più alti standards del diritto umanitario internazionale , in particolare le obbligazioni nascenti dal 1° Protocollo.

3. La Francia, la Turchia e gli Stati Uniti dovrebbero ratificare, senza riserve, tutti i trattati di diritto umanitario internazionale , in particolare il 1° Protocollo. Inoltre gli Stati membri della NATO , già aderenti a tali trattati dovrebbero ritirare tutte le riserve che essi hanno fatto.

Struttura di comando

4. La NATO dovrebbe chiarificare la sua catena di comando, così che ci siano chiari livelli di responsabilità, conosciuti dentro e fuori l’Organizzazione, per ogni Stato e per ogni individuo coinvolto nelle operazioni militari condotte sotto la sua egida.

Regole d’Ingaggio

5. Le Regole d’Ingaggio della NATO devono assicurare la piena adesione ai più alti standards del diritto umanitario internazionale , in particolare con le obbligazioni sorgenti dal 1° Protocollo. Le Regole d’Ingaggio dovrebbero essere comuni a tutti gli Stati membri e dovrebbero essere rese pubbliche nella massima estensione possibile.

Uso di bombe a grappolo e di munizioni a uranio impoverito.

6. La NATO ed i suoi Stati membri dovrebbero assicurarsi che le bombe a grappolo non siano usate nelle vicinanze di concentrazioni di civili. Come obbligo umanitario gli Stati membri della NATO impegnati nella Kfor dovrebbero urgentemente cooperare agli sforzi di bonifica della submunizioni inesplose delle bombe a grappolo usate durante l’ Operazione Forza Alleata .

7. La NATO ed i suoi Stati membri, inoltre, dovrebbero condurre delle ricerche e cooperare pienamente con le ricerche indipendenti, circa i possibili rischi a lungo termine per la salute e l’ambiente causati dall’uso dei proiettili ad uranio impoverito. Essi dovrebbero inoltre considerare la possibilità di sospendere l’uso di queste armi fintantoché non saranno venuti fuori i risultati di tali ricerche.

Accertamento e repressione delle violazioni del diritto umanitario internazionale

8. La NATO dovrebbe istituire un corpo [di ispettori] per indagare in ordine alla credibili allegazioni di contravvenzione del diritto umanitario internazionale commesse nel corso dell Operazione Forza Alleata, inclusi i casi esaminati in questo rapporto, così come per ogni futura operazione militare. Nell’adempimento di questo compito la NATO dovrebbe considerare la possibilità di richiamare in servizio la Commissione Internazionale per l’Accertamento dei Fatti, istituita dall’art. 90 del 1° Protocollo e fornirla di tutta la necessaria assistenza. I metodi e gli accertamenti di questa indagine dovrebbero essere resi pubblici ed usati per cooperare con ogni azione penale che possa apparire appropriata.

9. Gli Stati membri della NATO dovrebbero portare dinanzi alla giustizia coloro, dei loro connazionali, che siano sospettati di essere responsabili di gravi contravvenzioni del diritto umanitario internazionale durante l’Operazione Forza Alleata, in linea con gli standards internazionali del giusto processo e senza la possibilità della pena di morte. Quegli Stati membri che hanno una legislazione inadeguata ad assicurare la completa tutela penale del diritto umanitario internazionale, dovrebbero introdurre una tale legislazione senza ritardo.

10. Gli altri Stati dovrebbero adempiere alla loro obbligazione di condurre una indagine penale nei confronti di chiunque sia sospettato di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale durante l’ Operazione Forza Alleata Se ci sono prove sufficienti ed ammissibili ed il sospettato si trovi all’interno della loro giurisdizione, tali Stati dovrebbero processarlo od estradarlo verso un altro Stato che abbia voglia e sia capace di celebrare un giusto processo, senza la possibilità della pena di morte.

11. Il Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia dovrebbe svolgere indagini su tutte le credibili allegazioni di violazioni del diritto umanitario internazionale durante la Operazione Forza Alleata nell’ottica di portare a giudizio chiunque nei cui confronti siano state raccolte prove sufficienti ed ammissibili e gli Stati dovrebbero consegnare al Tribunale Internazionale ogni sospettato che sia ricercato dal Tribunale per il giudizio.

Risarcimento per le vittime

12. La NATO dovrebbe garantire che le vittime delle violazioni del diritto umanitario internazionale ricevano un adeguato risarcimento inclusa una compensazione monetaria attraverso un meccanismo posto in essere per questo scopo. Gli Stati membri della NATO dovrebbero garantire inoltre che la loro legislazione nazionale consenta a ciascuno di tali vittime di richiedere il risarcimento con il ricorso ad azioni civili.

5. Casi di studio

5.1 Il ponte ferroviario di Grdelica: 12 aprile

(omissis)

5.2 Il convoglio di persone di etnia albanese nei pressi di Djakovica: 14 aprile

(omissis)

5.3 La Radio Televisione Serba : 23 aprile

Nelle prime ore del 23 aprile un aeroplano della NATO ha bombardato il Quartier Generale della Radio Televisione Serba nel centro di Belgrado. Non c’è stato nessun dubbio che la NATO avesse colpito il suo obiettivo prefissato. Al momento del bombardamento l’edificio era occupato da tecnici addetti al lavoro ed altre persone dello staff della produzione. Sono state stimate in 120 persone i civili al lavoro nell’edificio al momento dell’attacco. Almeno 16 civili sono rimasti uccisi ed altri 16 feriti. Una trasmissione di notizie è stata interrotta come risultato dell’attacco. Le trasmissioni della Radio Televisione Serba sono riprese circa 3 ore dopo il bombardamento.

Alla conferenza stampa che si è svolta più tardi quello stesso giorno il colonnello Konrad Freytag ha piazzato questo attacco nel contesto della politica della NATO volta a “distruggere la rete di comando nazionale e a smantellare l’apparato di propaganda.” Egli ha spiegato: “le nostre forze hanno colpito la capacità delle leadership di regime di trasmettere la sua versione dei fatti e di trasmettere le sue istruzioni alle truppe in campo…” Oltre ad ospitare i principali studi della radio e della televisione di Belgrado, la NATO ha detto che “l’edificio ospitava anche una antenna parabolica di comunicazione satellitare polifunzionale.”

Lo stesso giorno dell’attacco Amnesty International ha pubblicamente espresso grave preoccupazione, dicendo che essa non poteva vedere come l’attacco potesse essere giustificato sulla base delle informazioni disponibili che mettevano in evidenza il ruolo di propaganda della stazione [televisiva]. L’Organizzazione ha scritto al Segretario generale della NATO, Xavier Solana, richiedendo “una urgente spiegazione delle ragioni che avevano portato a tale attacco.” In una risposta datata 17 maggio la NATO ha detto che essa ha fatto ogni possibile sforzo per evitare perdite civili e danni collaterali colpendo esclusivamente ed accuratamente l’infrastruttura militare del Presidente Milosevic. Essa ha aggiunto che le strutture della Radio Televisione Serba ”venivano usate come ripetitori radio e trasmettitori di supporto all’attività delle Forze Armate della Repubblica Federale Jugoslava e delle forze speciali di polizia e per questo esse rappresentavano un legittimo obiettivo militare.”

All’incontro di Bruxelles con Amnesty International, gli Ufficiali della NATO hanno chiarito che questo riferimento ai ripetitori radio e ai trasmettitori riguardava gli altri attacchi alle infrastrutture della Radio Televisione Serba e non questo particolare attacco al Quartiere generale RTS. Essi hanno insistito che l’attacco è stato realizzato perché la Radio Televisione Serba era un organo di propaganda e la propaganda costituisce un supporto diretto all’azione militare. Il fatto che la NATO spiega la sua decisione di attaccare la Radio Televisione Serba soltanto sulla base che si trattava di una fonte di propaganda è stato ripetuto nel riesame che il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti ha fatto della campagna aerea, che ha giustificato il bombardamento dipingendo gli studi della Radio Televisione Serba come “una struttura usata per scopi di propaganda.” Nessuna menzione è stata fatta circa la presenza di qualche ripetitore.[21]

In una intervista per un documentario della BBC, il Primo ministro inglese Tony Blair, ha fatto delle riflessioni sul bombardamento della Radio Televisione Serba ed ha fatto capire che una delle ragioni per cui la stazione radio Tv è stata scelta come obiettivo era che i suoi reportage video sui costi umani degli errori della NATO, quali il bombardamento del convoglio dei civili a Djakovica, venivano ritrasmessi all’estero dai media occidentali e ciò stava facendo venir meno il supporto alla guerra all’interno dell’Alleanza. “Questo è uno dei problemi che riguardano la conduzione di un conflitto in un mondo moderno basato sulle telecomunicazioni e sull’informazione… Noi eravamo consapevoli che quelle immagini avrebbero avuto un ritorno e ci sarebbe stata una istintiva simpatia per le vittime della campagna.”[22]

La definizione di obiettivo militare contenuta nell’art. 52 (2) del I Protocollo, accettata dalla NATO specifica che:

“gli obiettivi militari sono limitati ai beni che, per loro natura, ubicazione, destinazione o impiego contribuiscono efficacemente all’azione militare, e la cui distruzione, totale o parziale conquista o neutralizzazione offre, nel caso concreto, un vantaggio militare preciso.”

Amnesty International riconosce che smantellare l’apparto di propaganda del Governo può servire a fiaccare il morale della popolazione e delle Forze Armate, ma ritiene che giustificare un attacco ai civili o a strutture civili su questo terreno, estende il significato dei termini “effettivo contributo all’azione militare “ e “vantaggio militare preciso” al di là di ogni accettabile canone di interpretazione. Alla luce della norma di cui all’art. 52 (2) del I Protocollo, il Quartiere generale della Radio Televisione Serba non può essere considerato un obiettivo militare. Come tale l’attacco al Quartiere generale della Radio Televisione Serba ha violato la proibizione di attaccare obiettivi civili contenuta nell’articolo 52 (1) e perciò costituisce un crimine di guerra.

L’autorevole commentario del Comitato Internazionale della Croce Rossa sul Protocollo addizionale del 8 giugno 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949 interpreta l’espressione “vantaggio militare preciso previsto” argomentando che “non è legittimo lanciare attacchi che offrono soltanto vantaggi potenziali o indeterminati”.[23] Più recentemente il commentario del manuale militare tedesco stabilisce che: “gli attacchi aventi ad oggetto obiettivi meramente politici, come quelli rivolti a dimostrare la potenza militare o ad intimidire i leaders politici dell’avversario sono proibiti.” [24] La dottrina della difesa britannica adotta un approccio simile: “Il morale della popolazione civile del nemico non è un legittimo obiettivo.”[25]

Vale anche la pena di richiamare in questo contesto il giudizio del Tribunale Internazionale militare di Norimberga, nel 1946, nel caso di Hans Fritzsche, che aveva militato come ufficiale anziano nell’Ufficio di propaganda del 3° Reich, ivi compreso come capo della Divisione Radio dal Novembre 1942. Il Pubblico Ministero sosteneva che egli aveva incitato ed incoraggiato la commissione di crimini di guerra, deliberatamente falsificando le notizie per far crescere nel popolo tedesco quelle passioni che li hanno portati a commettere delle atrocità. Il Tribunale riconobbe nel suo giudizio che il Fritzsche aveva mostrato nei suoi discorsi “un forte antisemitismo” e che “qualche volta aveva diffuso false notizie”, ma cionondimeno non lo ritenne colpevole. Il Tribunale concluse il suo giudizio, in questo caso, nel modo seguente:

“Appare che il Fritzsche a volte ha fatto delle dure dichiarazioni di natura propagandistica durante le sue trasmissioni, ma il Tribunale non ha elementi per ritenere che tali dichiarazioni miravano ad incitare il popolo tedesco a commettere atrocità sui popoli conquistati e l’imputato non può essere ritenuto compartecipe dei crimini di cui è stato accusato. Il suo scopo era piuttosto di accrescere il sentimento popolare in favore di Hitler e dello sforzo bellico della Germania.”

Sull’argomento della legittimità dell’attacco ad una stazione televisiva in generale, è stato fatto riferimento ad una lista di categorie di obiettivi militari inclusi in un documento di lavoro prodotto dal Comitato Internazionale della Croce Rossa nel 1956: la Bozza di Norme per la Limitazione dei Pericoli in cui incorre la Popolazione civile in tempo di guerra.[26] Nel paragrafo 7 la lista include le “installazioni per effettuare trasmissioni e le stazioni televisive.”. Tuttavia il testo francese della Bozza di Norme rende chiaro che queste installazioni devono essere di “fondamentale importanza militare”. Inoltre l’art 7 della Bozza di Norme stabiliva che persino gli obiettivi elencati nella lista non possono essere considerati obiettivi militari se il loro attacco non “offre vantaggi militari”.

Quale che sia il merito della Bozza di Norme, c’è da dubitare che esse avrebbero legittimato l’attacco contro il Quartiere generale della Radio Televisione Serba . In ogni caso la Bozza di Norme fu dimessa alla Conferenza internazionale del 1957 per la quale esse erano state preparate, ma negli anni successivi l’orientamento di definire una lista di obiettivi militari fu abbandonato in favore dell’orientamento alla fine adottato dal I Protocollo, con l’art. 52.

L’attacco al Quartiere generale della Radio Televisione Serba potrebbe aver violato il diritto internazionale umanitario persino nel caso in cui l’edificio avesse potuto essere considerato un obiettivo propriamente militare. Più specificamente tale attacco avrebbe violato la regola della proporzionalità prevista dall’art. 51 (5) (b) del I Protocollo e potrebbe, inoltre, aver violato l’obbligazione di dare un effettivo preavviso di cui all’art. 57 (2) (c) dello stesso Protocollo.

L’art. 51 (5) (b) proibisce gli attacchi: “dai quali ci si può attendere che provochino incidentalmente morti e feriti fra la popolazione civile…..che risulterebbero eccessivi rispetto al vantaggio militare diretto e concreto previsto.” Il Commentario del Comitato Internazionale della Croce Rossa specifica che : “L’espressione “concreto e diretto” era diretta a mostrare che il vantaggio in questione dovrebbe essere sostanziale e relativamente immediato, e che i vantaggi che sono difficilmente percepibili e quelli che apparirebbero soltanto a lungo termine dovrebbero essere esclusi. “ La NATO deve aver chiaramente previsto che i civili (che si trovavano) all’interno dell’edificio della RTS sarebbero stati uccisi. In aggiunta appare chiaro che la NATO sapeva che attaccando l’edificio della RTS avrebbe interrotto le trasmissioni per un breve periodo. Il SACEUR, generale Wesley Clark, ha dichiarato : « noi lo sapevamo che quando abbiamo condotto l’attacco ci potevano essere dei mezzi alternativi per aver ragione della televisione dei Serbi. Non c’è stato un singolo interruttore da premere per spegnere ogni cosa, ma noi credevamo che fosse una buona decisione colpirla ed i leaders politici sono stati d’accordo con noi. “[27] In altre parole la NATO ha deliberatamente attaccato un obiettivo civile, uccidendo 16 persone, allo scopo di bloccare le trasmissioni della TV serba nel mezzo della notte, per approssimativamente tre ore. E’ difficile vedere come ciò possa essere considerato coerente con la regola della proporzionalità.

L’art. 57 (2) (c) del I Protocollo richiede che: “nel caso di attacchi che possono colpire la popolazione civile dovrà essere dato un avvertimento in tempo utile e con mezzi efficaci, salvo che le circostanze lo impediscono.” Le dichiarazioni ufficiali rilasciate prima del bombardamento della RTS sulla circostanze se la NATO stesse per attaccare i Media, sono state contraddittorie. L’8 aprile il Commodoro dell’Aviazione, Wilby, ha dichiarato che la NATO considerava la RTS come un “legittimo obiettivo in questa campagna”, a causa del suo uso come strumento di propaganda e di repressione. Egli ha aggiunto che la Radio e la Televisione sarebbero diventate un “accettabile strumento di pubblica informazione” se il presidente Milosevic avesse garantito un uguale tempo per le trasmissioni giornalistiche occidentali non censurate per due periodi di tre ore al giorno.[28] Lo stesso giorno il generale Jean Pierre Kelche, capo delle Forze Armate francesi, ha detto in una conferenza stampa. “Noi stiamo per far saltare i loro trasmettitori e i loro ripetitori poiché sono strumenti di propaganda del regime di Milosevic, che stanno contribuendo alla sforzo bellico.” [29]

Ma alla conferenza stampa del giorno seguente (9 aprile), richiesto di un chiarimento circa la politica della NATO nei confronti dei media della Repubblica Federale Jugoslava, il portavoce della NATO, James Shea, ha detto: “Quali che siano i nostri sentimenti nei confronti della Televisione serba, noi non ci apprestiamo a colpire direttamente i trasmettitori TV…Nella Jugoslavia i ripetitori radio spesso sono in combinazione con i trasmettitori della TV, ma noi attacchiamo l’obiettivo militare, se c’è qualche danno ai trasmettitori TV, esso è un effetto secondario, ma non la nostra primaria intenzione di farlo.” James Shea ha inoltre scritto alla Federazione Internazionale dei Giornalisti, basata a Bruxelles, il 12 aprile che: “ l’ Operazione Forza Alleata colpisce soltanto obiettivi militari e le torri della Radio e della Televisione sono colpite soltanto se esse sono integrate nelle strutture militari. Non c’è una politica di colpire i trasmettitori radio-televisivi in quanto tali.”

Sembra che le dichiarazioni di Wilby e di Shea sono venute fuori dopo che alcuni membri dei media sono stati allertati per il fatto che un attacco alla sede della Televisione era già stato pianificato. Secondo Eason Jordan, il Presidente della CNN International, nei primi giorni di aprile, egli ha ricevuto una telefonata da un ufficiale della NATO che gli ha riferito che l’attacco contro la RTS era in via di essere realizzato e che egli avrebbe dovuto dire agli operatori della CNN di tenersi alla larga. Jordan ha detto all’Ufficiale della NATO che la perdita delle vite alla RTS sarebbe stata significativa e, dato il breve preavviso, inevitabile. L’Ufficiale è riuscito a convincere la NATO ad interrompere la missione (apparentemente) mezz’ora prima che l’aereo raggiungesse il suo obiettivo. Jordan crede che le successive minacce pubbliche della NATO contro gli organi di propaganda della Serbia, siano state fatte per minimizzare le perdite civili nel corso di un futuro attacco.[30]

Jhon Simpson, il quale era dislocato a Belgrado per la BBC durante la guerra, faceva parte di quei corrispondenti stranieri che avevano ricevuto avvertimenti dai loro quartieri generali ad evitare la RTS, dopo l’attacco interrotto. Egli crede che è stato in risposta alla diffusione di indiscrezioni circa l’attacco interrotto fra i corrispondenti dei Media stranieri in Belgrado che la NATO ha rilasciato le dichiarazioni sopra citate.[31]

Il Primo Ministro inglese, Tony Blair, ha biasimato gli ufficiali Jugoslavi per non aver evacuato l’edificio: “Essi avrebbero potuto trasferire queste persone fuori dall’edificio. Essi lo sapevano che era un obiettivo e non lo hanno fatto. E io non so, ma ciò è avvenuto probabilmente per – voi lo sapete – chiare ragioni di propaganda. Non c’è possibilità, io credo che non c’è modo di condurre una guerra in modo grazioso. E’ odioso. E’ un affare odioso.”[32]

Amnesty International non considera le dichiarazioni ufficiali contro i media serbi, fatte dal Commodoro Wilby due settimane prima dell’attacco, come un effettivo preavviso ai civili, specialmente alla luce delle altre contraddittorie dichiarazioni fatte dagli ufficiali della NATO e dai membri dell’Alleanza. Come rilevato sopra, i giornalisti occidentali hanno riferito che essi erano stati avvertiti dai loro referenti a stare alla larga dalla stazione televisiva prima dell’attacco e sembra anche che qualche ufficiale jugoslavo potesse ritenere che l’edificio stava per essere attaccato. Tuttavia non c’è stato alcun preavviso della NATO che uno specifico attacco sul Quartiere generale della Radio Televisione Serba era imminente. Gli Ufficiali della NATO in Bruxelles hanno detto a Amnesty International che essi non hanno dato uno specifico preavviso perché ciò avrebbe comportato dei rischi per i piloti.

Alcuni resoconti di stampa hanno suggerito che la decisione di bombardare la Radio Televisione Serba è stata presa dal governo degli Stati Uniti, scavalcando le obiezioni degli altri membri della NATO. Secondo lo scrittore Michael Igniatieff: “All’interno del comando della NATO gli Alleati erano in disputa, con i legali britannici che argomentavano che la Convenzione di Ginevra proibisce di attaccare i giornalisti e le stazioni televisive e gli Stati Uniti che argomentavano che i supposti “discorsi di odio” trasmessi dalla stazione televisiva facevano venir meno la sua immunità garantita dalle Convenzioni.” A causa del disaccordo circa la legittimità dell’obiettivo, gli Inglesi hanno rifiutato di prendere parte al bombardamento della stazione televisiva serba.[33] Altri hanno riferito di obiezioni francesi all’attacco. Human Rights Watch ha riferito che l’attacco contro la RTS che stava per essere compiuto il 12 aprile, fu rimandato a causa della “disapprovazione dei francesi.”[34]

Al meeting di Bruxelles un ufficiale della NATO ha detto a Amnesty International che una Nazione ha giudicato che la RTS fosse un legittimo obiettivo militare, senza specificare quale fosse la Nazione in questione. Se questa affermazione è corretta, essa svuota di significato pratico l’asserzione ufficiale della NATO che un obiettivo reputato illegittimo da una Nazione, non sarebbe stato riassegnato ad un altro Stato membro. Il caso della Radio Televisione Serba sembra indicare che il modo della NATO di affrontare tali obiezioni fosse quello di bombardare gli obiettivi controversi senza la partecipazione dei membri che avevano sollevato obiezioni nei confronti di specifici attacchi. Tuttavia se, di fatto, l’Inghilterra o altri paesi hanno sollevato delle obiezioni e si sono astenuti dal partecipare a questo attacco, essi non possono essere assolti dalla loro responsabilità alla luce del diritto internazionale, come membri di una Alleanza che intenzionalmente ha lanciato un attacco diretto contro un obiettivo civile.

5.4 Un autobus civile e una ambulanza colpiti a Luzane: 1°maggio

(omissis)

5.5. Il mercato e l’Ospedale di Nis colpiti da bombe a grappolo: 7 maggio

(omissis)

5.6 L’ambasciata cinese in Belgrado: 8 maggio

(omissis)

5.7 Civili di etnia albanese bombardati a Koriša: 13 maggio

(omissis)

5.8 Il Ponte di Varvarin: 30 maggio.

(omissis)

5.9 L’attacco su Surdulica: 31 maggio

(omissis)

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[1] Lord Robertson, Segretario Generale della NATO, Kosovo un anno dopo, risultati e sfide, marzo 2000

[2] Le fonti ufficiali Yugoslave non sono concordi sul numero dei morti civili. Il Ministro degli esteri della FRY ha dichiarato nel suo “bilancio provvisorio” redatto il 1° luglio 1999, che “numerose migliaia” di persone erano state uccise, ma ha fatto menzione specifica della morte di circa 600 civili. Ma lo stesso Ministero degli affari esteri nel più dettagliato resoconto sui danni inflitti nel corso della campagna, I Crimini della NATO in Yugoslavia (Libro bianco), ha elencato circa 400 civili uccisi in più di 40 episodi di bombardamento. Sembra chiaro dal testo del Libro bianco che esso non riporta una lista completa di tutti i civili uccisi nel corso dei bombardamenti della NATO. Human Rights Watch, che ha visitato i luoghi di molti bombardamenti stima che sono stati uccisi circa 500 civili in approssimativamente 90 episodi di bombardamento.

[3] Dichiarazione congiunta sul Kosovo dopo il Riesame dell’Azione del Segretario di Stato della Difesa William S. Cohen e del generale Henry H. Shelton , Presidente dello Stato Maggiore congiunto, innanzi alla Commissione Difesa del Senato degli Stati Uniti

[4] “Il conflitto dei Balcani ed il rispetto del diritto internazionale umanitario” , dichiarazione del Comitato Internazionale della Croce Rossa, 23 aprile 2000 (www.icrc.org/eng)

[5] “La NATO messa in guardia sui crimini di guerra, di Steve Bogan, The Indipendent, 5 maggio 1999

[6] Volgarmente definito, danno collaterale è un danno non intenzionale o accidentale che colpisce strutture, equipaggiamento o personale come risultato di azioni militari dirette contro forze militari o strutture nemiche assunte come obiettivi.

[7] Secondo il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) l’organizzazione principalmente responsabile per il monitoraggio e l’osservanza del diritto internazionale umanitario, sono 156 gli Stati che hanno aderito al 1 Protocollo al gennaio del 2000 (Si veda htpp:/www.icrci.org/eng)

[8] Per esempio dopo il bombardamento della NATO di Koriša, il Portavoce del Pentagono, Ken Bacon, ha detto: “E’ possibile che la metà o almeno un terzo delle persone che sono state uccise negli attacchi della NATO siano state specificamente utilizzate da Milosevic come scudi umani.” Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, News Briefing del 17 maggio 1999.

[9] “Combattimento morale: la NATO alla guerra “ documentario trasmesso dalla BBC il 12 marzo 2000. Sullo stesso programma televisivo il generale Wesley Clark, Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR), ha smentito le allegazioni francesi circa una separata operazione americana: “ Ciò non è corretto… Io ho comandato tutte le operazioni.”

[10] Conferenza stampa di James Shea e del Maggiore Generale Walter Jertz, Bruxelles 3 maggio 1999

[11] Conferenza stampa di James Shea e del Maggiore Generale Walter Jertz, Bruxelles 27 maggio 1999

[12] James A. Kitfiel, “Another Look at the air war that was”, Air Force Magazine, Ottobre 1999.

[13] Conferenza stampa della NATO, 15 maggio 1999

[14] Nascondigli di morte nel terreno, di Jonathan Steele, The Guardian, 14 marzo 2000

[15] Si veda per esempio, Uranio impoverito, un disastro del dopoguerra per l’ambiente e per la salute., fondazione Laka maggio 1999. Per rapporti sull’uso dell’uranio impoverito in Kosovo, si veda: “La traccia di una pallottola” di Scott Peterson, the Cristian Scienze Monitor, 5 ottobre 1999 e : “Esposta: la legalità mortale degli attacchi della Nato nel Kosovo” di Robert Fisk, The Indipendent, 4 ottobre 1999.

[16] Si veda “A fighting chance”, di Massimo Calabre e James L. Graff, Time Magazine, 17 maggio 1999.

[17] “NATO appears to blunder along with eyes closet”, Chris Stephen, the Irish Times, 24 maggio 1999

[18] Conferenza stampa sulla pianificazione degli attacchi nel Kosovo del Generale Wesley Clark, Comandante Supremo Alleato in Europa (SACEUR) e del Brigadiere Generale Jhon Korley, Capo Missione del Team di pianificazione del Kosovo, 16 settembre 1999.

[19] Robert Fisk, Serb army unascthed by NATO, The Indipendent, Londra, 21 giugno 1999.

[20] Rien ne s’est passé comme prévu, Vincent Jauvert, Le Nouvel Observeur, 1 luglio 1999.

[21] Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, Kosovo, Operazione Forza Alleata, Rapporto dopo l’Azione, sottoposto al Congresso il 31 gennaio 2000.

[22] “Combattimento morale: la NATO alla guerra “ documentario trasmesso dalla BBC il 12 marzo 2000

[23] Comitato Internazionale della Croce Rossa, Protocollo addizionale del 8 giugno 1977 alle Convenzioni di Ginevra del 12 agosto 1949, pag. 2209

[24] Stefan Oeter, Metodi e mezzi di combattimento, in Manuale del Diritto Umanitario nei Conflitti Armati

Dieter Fleck, Oxford University Press, 1995

[25] Dubbi circa la legittimità dell’attacco ad un obiettivo sul terreno della propaganda, sono stati espressi, con specifico riferimento all’attacco al Quartier generale della RTS da Gorge Aldrih, capo della delegazione degli Stati Uniti alla Conferenza diplomatica che ha portato all’adozione del I Protocollo: “se gli studi della televisione sono stati fatti oggetto di attacco esclusivamente perché essi stavano trasmettendo propaganda alla popolazione civile, persino se ciò includesse vistose menzogne circa il conflitto armato, sarebbe una questione aperta se un simile uso potrebbe essere considerato come un contributo effettivo all’azione militare.”

[26] Si veda, per esempio, Human Rights Watch, Le morti dei civili durante la Campagna aerea della Nato, Febbraio 2000, pag. 26

[27]“Combattimento morale: la NATO alla guerra “ documentario trasmesso dalla BBC il 12 marzo 2000

[28] Conferenza stampa della NATO del 8 aprile 1999

[29] Conferenza stampa del Ministro della Difesa (francese) e del Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate, ( aprile.

[30] Comunicazione ad Amnesty International da parte di Eason Jordan, Presidente della CNN international, 8 marzo 2000.

[31] Amnesty International intervista con Jhon Simpson, 31 luglio 2000

[32] “Combattimento morale: la NATO alla guerra “ documentario trasmesso dalla BBC il 12 marzo 2000

[33] Michael Igniatieff, Guerra Virtuale, Prospect, Aprile 2000

[34] Human Rights Watch, Le morti dei civili durante la Campagna aerea della Nato, Febbraio 2000, pag. 26

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

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