I numeri del referendum

E’ molto interessante la copertina del  Fatto quotidiano di ieri (3 settembre). Sotto il titolo: questi votano No, vengono pubblicate le facce in formato gigante di politici di lungo corso, provenienti da storie diverse (uno dei quali sta scontando una condanna per corruzione) ma accomunati dal No al taglio del Parlamento.

Il concetto è: sono i mostri della vecchia politica che si oppongono, come meglio specificato nelle pagine interne, dove compare anche la foto di Di Maio che strappa con soddisfazione una fila di poltrone di carta per festeggiare la storica riforma voluta dai 5 Stelle.

Non ci scandalizza che l’organo di stampa della campagna per il Si ricorra a questa scenografia. In realtà l’unico motivo che può spingere la gente ad approvare la riforma è la profonda antipatia popolare verso il ceto dei “politici”, percepiti come una casta a cui la riduzione dei seggi in Parlamento infligge una severa punizione.

Man mano che si sta sgretolando l’argomento del risparmio dei costi per il bilancio dello Stato, poiché lo 0,007 per cento (calcolato dall’Osservatorio dei conti pubblici di Cottarelli) mette a nudo l’inconsistenza della motivazione formalmente posta a fondamento della riforma, l’unica strada per assicurarsi il consenso è quella di soffiare sul fuoco dell’antipolitica. E’ un gioco pericoloso perché in fondo c’è la delegittimazione delle istituzioni rappresentative, dal disprezzo del Parlamento si arriva facilmente alla richiesta dell’uomo forte.

Perché si arrivi ad una scelta consapevole da parte del corpo elettorale occorre riportare il dibattito alla nuda concretezza dei dati reali. Poiché la riforma ci parla di numeri è dai numeri che bisogna partire.

A cominciare dall’Assemblea costituente, che non stabilì un numero fisso di seggi, ma indicò il rapporto ideale fra la popolazione ed i suoi rappresentanti in Parlamento, fissando questo rapporto in un seggio di Deputato ogni 80.000 abitanti ed un seggio di senatore ogni 200.000 abitanti.

Con la riforma costituzionale del 1963 il numero dei parlamentari venne cristallizzato in 630 Deputati e 315 Senatori. All’epoca il Senato prevedeva 237 seggi, questo numero fu giudicato insufficiente per assicurare la funzionalità dell’istituzione, di qui la scelta di incrementare in modo significativo i seggi, mentre per la Camera, che all’epoca contava 590 seggi, l’incremento non di scostava dal rapporto previsto dall’Assemblea costituente.

Attualmente il rapporto fra abitanti e Parlamentari è di un seggio di deputato ogni 96.000 abitanti ed un seggio di Senatore ogni 192.000 abitanti. Con la riforma avremo un Deputato ogni 151.000 abitanti ed un Senatore ogni 303.000 abitanti. Se si fa il raffronto fra il numero dei deputati e la popolazione negli Stati membri dell’Unione Europea, l’Italia, con un rapporto di 0,7 ogni centomila abitanti finisce all’ultimo posto, superando la Spagna, che prevede un seggio ogni 133.000 abitanti (0,8).

Gli inconvenienti della riforma si concentrano soprattutto sul Senato dove la distribuzione dei seggi in proporzione alla popolazione deve fare i conti col principio che l’elezione dei senatori avviene su base regionale.

Nel testo vigente della Costituzione, nessuna Regione può avere un numero di senatori inferiore a 7, tranne la Valle d’Aosta (1) ed il Molise (2). Con la riforma si stabilisce che nessuna Regione o Provincia autonoma può avere un numero di Senatori inferiori a tre.

La conseguenza sarà che l’Umbria e la Basilicata passano da 7 a 3 senatori, subendo una riduzione della rappresentanza del 57,1%.

Abbiamo visto che per eleggere un Senatore occorrono in media 303.000 abitanti per collegio, ma il voto non è uguale per tutti. Grazie al privilegio concesso al Trentino Alto Adige (che subisce una riduzione della rappresentanza solo del 14,3%), il voto di un calabrese o di un sardo vale la metà del voto di un abitante del Trentino-Alto Adige.

Infatti la Calabria con una popolazione di quasi due milioni di abitanti (1.959.050), elegge 6 senatori, quanti ne elegge il Trentino con una popolazione di circa un milione di abitanti (1.029.475). Per essere più precisi in Calabria occorrono 326.508 voti (in Sardegna 327.872) per eleggere un Senatore, mentre in Trentino ne bastano 171.579.

A questa situazione bisogna aggiungere gli effetti distorsivi che derivano dalla legge elettorale vigente (approvata proprio in vista della riforma costituzionale) che ha fissato in 3/8 il rapporto fra i collegi uninominali ed i seggi da eleggere nei collegi plurinominali.

Per effetto di questa legge i collegi uninominali al Senato passano da 116 a 74. Di conseguenza i nuovi collegi uninominali avranno una dimensione amplissima. Per ogni seggio la popolazione media sarà di circa 800.000 abitanti. Con delle significative differenze, in Friuli Venezia Giulia, l’unico collegio elettorale contiene una popolazione di 1.220.291 persone. In Abruzzo il collegio elettorale è formato da 1.307.309 abitanti. In Calabria, essendovi 404 Comuni, ognuno due collegi uninominali dovrà comprendere circa 200 comuni.

I numeri nello loro incontrastabile oggettività smascherano la grande menzogna del taglio dei privilegi della casta, quando, al contrario, l’oggetto di questa drastica riduzione è il diritto dei cittadini italiani ad essere rappresentati e a far giungere la loro voce in Parlamento.

Allontanando sempre di più i rappresentanti dai cittadini e dal territorio, si accrescerà, anziché diminuire, il senso di sfiducia nei confronti del Parlamento e della democrazia costituzionale, favorendo la deriva verso una democrazia illiberale sul modello dell’Ungheria o della Polonia.   

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

5 pensieri riguardo “I numeri del referendum”

  1. Queste importanti riflessioni di Domenico Gallo sui numeri, e in questo referendum vengono posti “in gioco” i numeri dei rappresentati del popolo, sono di una chiarezza esemplare e gettano luce sulle conseguenze concrete della “proposta” di riforma costituzionale.
    Oso aggiungere che, rispetto ai Padri Costituenti, gran parte dei novelli costituenti non sono stati scelti dai cittadini, ma sono stati “nominati”, in grande maggioranza, dai loro capi partito.

  2. Tutto questo sproloquio per dire che “più siete e più probabilità avete di essere eletti” e che il risparmio sarebbe irrisorio (questo non è vero). Innanzitutto i deputati e i senatori in gran parte sono assenteisti e quindi un numero inferiore basta e avanza. Inoltre spesso cambiano casacca e quindi non sono rappresentativi di un bel nulla (Addirittura per es. Ugo Grassi è passato dal Movimento 5 Stelle alla Lega senza alcuna vergogna. E così hanno fatto in tanti altri da sempre). Inoltre i papabili vengono scelti dai capi e non è vero che l’elettore sceglie. Insomma dott. Domenico Gallo il suo articolo non risulta affatto credibile.

    1. Non c’è dubbio che l’elettore non sceglie proprio niente in quanto il sistema elettorale fa si che pochi oligarchi “nominino” le persone che devono occupare i seggi di deputato e senatore. Per cui gli eletti in pratica non sono rappresentanti del popolo ma del capo politico che li ha investiti della funzione e che ha nelle mani le chiavi della loro carriera. Questo causa un diffuso sentimento di sfiducia se non di ostilità nei confronti dei parlamentari che rende popolare la “decapitazione” effettuata dalla riforma.
      Il problema è che la riforma non punisce la casta,ma punisce il cittadino italiano che perderà la possibilità di avere dei rappresentanti in Parlamento (perchè le minoranze saranno cancellate) e di avere una adeguata rappresentanza dei territori.

  3. In questo e nel precedente post espone argomenti incontestabili, dalla becera propaganda pro “sì“ alle distorsioni sulla rappresentatività rispetto ai territori.
    Ma nessuno di questi argomenti spiega perché abbiamo bisogno di 1000 parlamentari (e, aggiungerei, due camere quasi uguali). Le distorsioni derivano dalla legge elettorale e da regole come quella del numero minimo di parlamentari per regione, che evidentemente vanno subito adeguate. Anche la campagna per il “no” propone tesi assai discutibili come quella secondo cui il numero dei parlamentari sarebbe proporzionale al prestigio, alla rappresentatività e al peso del parlamento. Che invece derivano da tutt’altro.

  4. Dai commenti si ribadisce il fatto che molti deputati sono eletti non dal popolo ma dai capopartiti dei quali poi si serviranno per eventuali votazioni a loro favore. Molti di loro non sono mai intervenuti nelle discussioni o nelle varie proposizioni proprie dei parlamentari, tutt’al più leggono un foglietto, anche male, forse scritto da qualche portaborse. Questo per dire che non mi sento rappresentato come cittadino da questa massa di onorevoli, il che mi fa propenso a votare ” si” al referendum.

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