La pace e la sicurezza internazionali all’alba del 2002

L’alba del 2002 si apre su un orizzonte livido, gravido di minacce che preannunziano ulteriori fasi della guerra, esplosa prepotentemente l’11 settembre 2001 a New York e proseguita il 7 ottobre con l’inizio dei bombardamenti sull’Afganistan. La caduta del regime dei talebani, che è franato sulle sue stesse miserie ed ha consegnato le città quasi senza combattere, non ha portato ad alcun rasserenamento della tensione internazionale ed addirittura non è servita neppure a por fine ai bombardamenti, che proseguono ancora sull’Afganistan, con grave fardello di morti e feriti, malgrado il nuovo Governo instaurato a Kabul abbia chiesto ai liberatori occidentali di smetterla.

Sullo sfondo delle macerie ancora fumanti dell’Afganistan, nuove minacce si addensano nell’orizzonte internazionale. Due subpotenze regionali, dotate di armi nucleari, quali l’India ed il Pakistan si confrontano, ammassando truppe ed armamenti sul conteso confine del Kashimir e scambiandosi accuse reciproche sul terrorismo, il conflitto israeliano palestinese si è avvitato in una spirale di violenze dalle quali non si intravede alcuna via d’uscita, mentre continua a gravare la minaccia indefinita di una ripresa della guerra verso qualcuno dei tanti paesi, individuati come complici o protettori dei terroristi. Il permanere di questa minaccia è frutto della estrema drammatizzazione di questa guerra, l’averla presentata come una guerra infinita, una guerra senza precedenti; una guerra in cui si giocherebbe il tutto per tutto per la difesa della civiltà, una guerra in un certo senso ultima, anche se non è l’ultima guerra, ma anzi è presentata come la prima delle molte guerre del millennio appena iniziato.

Se la guerra diventa infinita, e viene, col linguaggio del pudore, definita “enduring freedom”, vuol dire che le regole, il diritto e le istituzioni che l’umanità si è data per assicurare la convivenza pacifica fra le nazioni non sono più valide e che la vita della comunità internazionale è stata di nuovo sottoposta al ricatto della forza. Se volgiamo lo sguardo all’indietro e torniamo al 1989, quando, con la caduta del muro di Berlino, era stata decretata la fine della guerra fredda ed era stato annunziato l’avvento di una nuova era di pace per l’umanità, fondata sulle regole del diritto e garantita dall’autorevolezza delle Nazioni Unite, non possiamo che restare sbigottiti per la rapidità con cui è stato rivoltato lo scenario internazionale.

Esiste un rapporto diretto fra gli eventi dell’89 e l’evento dell’11 settembre, come ci ricorda Gorbaciov in un articolo apparso sulla stampa il 3 novembre scorso.

Con la perestroika era stato avviato uno straordinario processo di rinnovamento delle relazioni internazionali, che aveva conseguito già risultati importanti con le conferenze di Vienna, di Parigi, con i progetti dell’eliminazione delle armi nucleari, chimiche, batteriologiche. Ma, scrive Gorbaciov, “dopo la fine dell’URSS questi processi positivi furono interrotti”. In ogni caso, continua Gorbaciov, “subentrò in molti circoli occidentali l’euforia della vittoria, tanto più gradita quanto meno prevista. Si perdette tempo prezioso nelle infinite celebrazioni del trionfo sul comunismo. E si perdette di vista la complessità del mondo, i suoi problemi, le sue gravissime contraddizioni. Si dimenticò la povertà e l’arretratezza, ci si preoccupò di ricavare il massimo vantaggio dagli squilibri esistenti invece che cercare di ridurli, di controllarli, Ci si dimenticò della necessità di costruire un nuovo ordine mondiale, più giusto di quello che ci si era lasciato alle spalle. Così, nel decennio che è appena finito, si è accesa una miccia, che l’11 settembre ha portato il fuoco all’esplosivo, Quel giorno è stato anche, in un certo senso, il prezzo terribile di un decennio perduto”

Sono state le scelte compiute all’indomani dell’89 che hanno smantellato quel processo di rinnovamento delle relazioni internazionali, introdotto dalla perestroika, che aveva determinato non solo la fine della guerra fredda ma anche il rilancio del ruolo delle Nazioni Unite che, forti di una ritrovata autorevolezza avevano risolto alcune delle più incancrenite situazioni di conflitto, come quelle della Namibia, della Cambogia e del Salvador e avevano potuto, con Boutros Ghali, concepire una ambiziosa Agenda per la pace.

Questo processo è stato interrotto brutalmente. La fine della guerra fredda non è stata vissuta come un evento liberatore del ricatto della forza nelle relazioni internazionali, ma è stata interpetata come la conferma che la logica della forza paga e che non ci sono più ostacoli che ne possano neutralizzare l’efficacia.

La lezione che gli architetti dell’ordine mondiale hanno tratto dall’evento del 1989 è stata che dal mondo bipolare si potesse passare all’avvento di un mondo monopolare, in cui un’unica superpotenza avrebbe garantito la pace e l’ordine pubblico internazionale, attraverso la propria supremazia economica, politica e militare, tutelando contemporaneamente i propri interessi in ogni parte del mondo. La struttura di questo nuovo ordine mondiale, dominato da quell’insicurezza che solo le armi possono garantire, è stata definita fin nei minimi particolari, al riparo degli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, in una sede tecnica particolarmente competente qual è quella dei nuovi modelli di difesa elaborati all’inizio degli anni 90. In quell’epoca ed in quelle sedi sono state elaborate le scelte ed i modelli e sono stati delineati gli scenari che adesso ci vengono compiutamente serviti.

Chi oggi provasse a rileggere il “Modello di Difesa” elaborato dallo Stato Maggiore della Difesa nell’ottobre 1991, vi troverebbe la “predizione” di tutto quello che è accaduto in seguito e sta accadendo tuttora, a cominciare dallo scontro di civiltà, con l’individuazione dell’Islam come nuovo nemico, per finire all’introduzione della guerra come ordinario strumento di contrasto al fenomeno del terrorismo.

Ovviamente il Modello di difesa fatto valere per l’Italia non ha niente di italiano, ma rientra in una concezione strategica globale, di cui costituisce una componente ovvero un segmento. In questo senso le opzioni che sono state ivi articolate sono particolarmente significative, in quanto espressione degli orientamenti di quel potere militare globale che il Presidente Bush (padre) ha definito, in modo edulcorato, con la formula del “nuovo ordine mondiale”.

L’asse portante di tutta l’architettura strategica nasce da una concezione in cui la sicurezza e tutti gli altri problemi fondamentali dell’umanità non vengono più percepiti come universali, come lo sono nella Carta delle Nazioni Unite, in quanto lo stesso destino del mondo non viene più percepito come un destino unico. Esiste una faglia, che divide l’umanità secondo una linea di frattura, incolmabile e destinata ad aggravarsi, in confronto alla quale la vecchia cortina di ferro appare una inezia.

“Con la fine della guerra fredda – recita il Modello – il quadro delle nuove relazioni internazionali appare caratterizzato da due grandi linee di tendenza.

Da un lato le Società industrializzate evidenziano una crescente aspirazione a mantenere ed accrescere il progresso sociale ed il benessere materiale in un contesto di libertà di pace e di sicurezza internazionale, ed a perseguire nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla “certezza” della disponibilità delle materie prime.

Dall’altro lato, i Paesi del terzo mondo sembrano sempre meno in grado di concretizzare, al proprio interno, uno sviluppo armonico ed ordinato delle rispettive comunità sociali e di porre rimedio, sul piano economico, ad una crescente situazione debitoria nei confronti dei paesi industrializzati.

Di conseguenza la “forbice” del progresso politico, culturale, sociale ed economico fra i paesi del Nord e del Sud del mondo appare destinata ad aprirsi sempre di più.”

Di fronte a questa profezia che si autorealizza, la scelta degli architetti dell’ordine mondiale è stata quella di impostare uno strumento militare globale, utile ad assicurare ai Paesi del fronte del Nord (sotto la guida degli Stati Uniti), attraverso il controllo di tutto il pianeta, la capacità di difendere i propri interessi di supremazia, primo fra tutti quello della “certezza” delle materie prime, nei confronti delle turbolenze del Sud. il cui destino è stato abbandonato a sé stesso.

Un progetto di incremento della potenza militare, però, aveva bisogno di un nemico a cui contrapporsi. In questo contesto l’Islam è stato individuato come nuovo nemico dell’Occidente. Così i rischi che derivavano dal confronto Est/Ovest, sono stati sostituiti dai rischi derivanti dal confronto con l’Islam (secondo il Modello tali rischi derivano da un generale confronto fra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica ed i modelli di sviluppo del mondo occidentale.) Infine, dulcis in fundo, arriva il terrorismo. Questo mondo, così fratturato, crea un forte rischio di terrorismo, che non può più essere contrastato con i normali mezzi di polizia. Uno dei compiti dello strumento militare è quindi quello di praticare la guerra al terrorismo E’ scritto, infatti, nel Modello: “Altro non trascurabile rischio dell’area è rappresentato dal terrorismo internazionale, alimentato da alcuni paesi della regione. Si tratta di una nuova minaccia che nei momenti di crisi supera le possibilità difensive proprie delle forze di Polizia, richiedendo impegnativi concorsi delle Forze Armate.

In questo contesto viene fornita una inquietante chiave di lettura del conflitto israeliano-palestinese che rende ragione della sostanziale complicità dell’Occidente con le scelte di Israele e del fallimento di tutti i processi di pace. “Il conflitto arabo-israeliano,- secondo il Modello – nella sua contrapposizione fra tutto il mondo arabo da un lato, sia pure con formule e sfumature diverse, ed il nucleo etnico ebraico dall’altro, può essere considerato un’emblematica chiave interpretativa del rapporto Islam – Occidente.”

Poiché il rapporto fra Israele e palestinesi è – di tutta evidenza – un rapporto fondato sull’ingiustizia e l’esclusione, che, a loro volta, generano l’inimicizia e la violenza, concepire tale rapporto come emblematico del rapporto fra Occidente ed Islam è il modo migliore per fondare una situazione di conflitto tendenzialmente irrisolvibile. Bin Laden e la sua banda di tagliagola non sono arrivati per primi a teorizzare il conflitto fra Occidente ed Islam. Proprio per questo la loro azione è particolarmente pericolosa perché fa da detonatore a quanti in Occidente teorizzano (o praticano come Sharon) lo scontro fra civiltà come la contraddizione fondamentale (ed inevitabile) del nostro tempo.

In realtà la rinascita del fondamentalismo religioso islamico, come di altri fondamentalismi religiosi e particolarismi etnici, in un contesto di crescente ostilità e violenza nelle relazioni internazionali, è una forma di elaborazione ideologica di un lutto, che non nasce dalle incomprensioni fra le civiltà, ma affonda le sue radici nella contraddizione socio-economica fondamentale che attraversa l’umanità, dividendola in due campi: quello dei sommersi e quello dei salvati. La misura di questa frattura sociale ce la forniscono ogni anno quegli indicatori dello stato del mondo che sono i Rapporti sullo sviluppo umano elaborati dall’United Nations Development Program (UNDP). Secondo le stime dell’UNPDP le persone che, nei paesi in via di sviluppo, soffrono la fame o l’insicurezza alimentare sono più di 800 milioni e più di mezzo miliardo sono quelle cronicamente denutrite; circa 1 miliardo e 200 milioni di essere umani mancano di acqua potabile e quasi 800 milioni non accedono tutt’ora ai servizi sanitari; 1,3 miliardi di persone sopravvivono con meno di 1 dollaro al giorno (Rapporto 1997). Ma la vera novità del tempo moderno, non è la povertà in sé. ma la crescita dell’ineguaglianza. I paesi con il 20% più ricco della popolazione mondiale possiedono un reddito pari a 82 volte quello del 20% più povero (era di 30 volte nel 1960). In questo contesto l’ineguaglianza assume una dimensione quasi metafisica, se si considera che la ricchezza in mano alle 225 persone più ricche del mondo è pari al 47% del reddito annuale della popolazione mondiale, ossia di 2,5 miliardi di persone (Rapporto 1998).

Un mondo così non sta in piedi e non può essere tenuto in ordine neanche con il ricorso ad un superiore potere militare globale e ad una guerra infinita. La rete di Al Qaida può essere anche smantellata ed i suoi militanti eliminati, ma altre emergenze sorgeranno ed altre falle si apriranno nell’ordine pubblico mondiale. Questo spiega l’estrema drammatizzazione di questa guerra. Dopo gli avvenimenti dell’11 settembre, questo progetto di assicurare la pace ed il benessere al “fronte del Nord” attraverso il controllo militare del pianeta è ormai di fronte ad una soglia che ne mette in gioco la sua stessa ragione d’essere: o riuscirà a ricostruire un ordine pubblico internazionale pacificato, in cui i rapporti di potere non possano più essere messi in discussione, o disvelerà il suo fallimento. In questo senso la posta in gioco è veramente alta.

Naturalmente non è in gioco la nostra civiltà, o i nostri valori, come pretende il presidente Bush (figlio), con il quale – in verità – abbiamo ben pochi valori da condividere. E’ in gioco un progetto di apartheid globale che punta alla salvezza soltanto di una frazione dell’umanità. Senonchè il mondo, anche per effetto della globalizzazione, è un sistema geografico, economico e sociale sempre più unificato (basti pensare alla questione ecologica), per cui o l’umanità troverà tutta insieme la strada per superare gli squilibri attuali, o non ci sarà salvezza per nessuno.

Per questo non possiamo permetterci di perdere un altro decennio. Prima ancora che tramonti l’illusione del controllo militare del pianeta, devono mettersi in moto le forze e devono emergere le tendenze che operano sulla base della convinzione (politica) che un altro mondo è possibile. Poiché non è possibile costruire la pace con la forza, prescindendo dalla giustizia, se si vuole la pace è sul fronte della giustizia (internazionale) che bisogna lavorare. Come dimostrano le esperienze di questi ultimi anni, da Seattle in poi, sul terreno della pace e della giustizia, molte energie si possono mobilitare, molte esperienze diverse possono confluire, molte religioni possono dialogare, molti popoli si possono ritrovare insieme nella dimensione della speranza In questo senso il forum mondiale di Porto Alegre può aprire uno squarcio nell’orizzonte cupo che ci presenta questo inizio di anno e preannunziarci che le tenebre sono meno fitte di quel che sembra.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)