Agonia e vocazione dell’Occidente

VASTI

Che cos’è umano?
Scuola di ricerca e critica delle antropologie
“Agonia e vocazione dell’Occidente”

di Raniero La Valle

“The New American Century”, il nuovo secolo americano è la fine dell’Occidente. Non sto dicendo che è la fine del mondo, e non lo dirò perché nessuno mi ascolterebbe, e perché io penso che il mondo sarà salvato. Ma dico che quale è progettato e perseguito il nuovo secolo americano è la fine dell’Occidente, e questa è un’ipotesi che merita di essere vagliata, ed è una parola che può essere ascoltata.

Com’è noto il progetto del nuovo secolo americano (“Project for the New American Century”) è stato avanzato nel corso degli anni ’90 del secolo scorso, il Novecento, dalla destra neoconservatrice americana, che poi nel 2000 attraverso Bush si è insediata alla Casa Bianca e che dopo l’11 settembre ha imposto tale progetto come politica ufficiale degli Stati Uniti. Dunque la data di inizio della realizzazione di questo progetto è il 14 settembre 2001, tre giorni dopo il crollo delle Torri Gemelle, quando Bush andò ad annunciare la nuova politica dal pulpito della National Cathedral di Washington. Pertanto è il 14 settembre, e non l’11 settembre, il giorno più lungo, quello dopo il quale nulla sarebbe stato più come prima.

Come è altresì noto il progetto del nuovo secolo americano è stato promulgato in modo formale attraverso il documento sulla nuova “Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti” del settembre 2002, in cui in buona sostanza si affermava che in un mondo infido e nemico l’unica sicurezza per gli Stati Uniti era il dominio, il controllo del mondo; gli Stati Uniti come potere sovrano, non solo “superiorem non recognoscens”, che cioè non riconosce alcun potere al di sopra di sé, secondo la classica teoria della sovranità, ma anche “aequalem non recognoscens”, cioè che non permette che alcuno sia eguale a sé, che è la neo-moderna teoria dell’unica sovranità universale.

Una sovranità universale

E’ del tutto evidente che non si può stabilire una sovranità universale senza combattere. Nemmeno i vecchi Imperi poterono stabilirsi senza combattere, anche se mai furono Imperi universali, tanto è vero che se non si combattevano l’un l’altro stabilivano un concerto tra loro, il cosiddetto concerto delle Grandi Potenze. Questa, per gli Stati Uniti, è appunto la fase da cui vogliono uscire, affrancandosi dal concerto e dettando la legge per il mondo che è fuori dai loro confini: né superiori né uguali; ciò che indulgentemente viene definito l’unilateralismo americano.

La figura di questo sovrano universale è una figura nuova, e perciò probabilmente non si può definire Impero. Due sono i modelli a cui è paragonabile e a cui si rifà, gli archetipi, per così dire: uno è il Mercato, che domina tutti e non è dominato da nessuno; l’altro è, come sta nel DNA di tutti i poteri, la Signoria di Dio. Si tratta di due trascendenze che agiscono con una Mano invisibile, come di Dio ha cantato il Salmista e del Mercato ha cantato Adamo Smith, ma attraverso la mano visibile e il braccio disteso degli esseri umani e dei loro poteri. Il sovrano universale non solo assume come modello queste due trascendenze, ma le incorpora nel proprio progetto; difatti il documento sulla Strategia della sicurezza nazionale americana introduce il free trade ed il free market – libero commercio e libero mercato – come supremi strumenti di governo del mondo, e Bush prende Dio dalla sua parte, citando, nel discorso programmatico del 14 settembre, la lettera di Paolo ai Romani: “nessuno, né principati né potestà, né altezza né profondità ci potrà separare dall’amore di Dio”; con la conseguenza che i nemici del sovrano sono assunti col nome del loro Dio, non sono arabi, sono islamici, non sono più combattenti palestinesi, sono fanatici religiosi che si suicidano, e così la guerra si può celebrare come era stata programmata, come uno “scontro di civiltà”.

Terrorismo terrorismo

E la guerra ci vuole, perché appunto non si può stabilire una sovranità universale senza combattere. E poiché la guerra deve debellare tutti quelli che via via si opporranno a tale sovranità, la lista dei nemici resta aperta, e i nemici avranno via via molti nomi, non è più come quando il nemico si chiamava Unione Sovietica e comunismo e le dottrine della sicurezza nazionale -come quelle dell’America Latina- si modellavano su quell’unico nemico; ci vuole un nuovo ed universale nome per il nemico, e il nome è il terrorismo. E’ un nome sufficientemente malvagio e aborrito per dire: terrorismo, terrorismo e non dover dare ulteriori spiegazioni. Mi ricorda l’invettiva di Geremia (7,4) contro quelli che dicevano: “tempio del Signore, tempio del Signore”. Il terrorismo comprende tutto: i soldati italiani sono stati uccisi dal terrorismo, l’Iraq che combatte con missili, mortai e carretti dell’esercito iracheno disciolto è terrorismo, gli attacchi alle sinagoghe e gli attentati in Turchia sono terrorismo, la resistenza cecena è terrorismo, l’irredentismo irlandese o basco è terrorismo. D’accordo, è terrorismo: ma chi sono, perché combattono, quali moventi, quali fini, quali le possibili risposte politiche, tutto questo è perfino proibito chiederselo; sono mostri, e chissà perché odiano la civiltà, la nostra civiltà, e ciò è quanto basta a esecrarli; poi il cardinale Ruini, siccome bene o male sta predicando al Vangelo, aggiunge che bisogna amarli come nemici, come aveva suggerito la vedova di uno dei carabinieri uccisi; amarli e annientarli, amarli ma non come si amano gli uomini.

Ora il problema, anche teorico, è che i terroristi si possono uccidere, magari anche prima che diventino terroristi, come si fa in Israele con gli omicidi mirati, ma il terrorismo non può essere estirpato, almeno fino a quando venga perseguito il progetto della sovranità universale. E ciò perché mentre il nuovo sovrano ha bisogno della guerra per stabilire la sua sovranità universale, e per questo se ne è riappropriato con la prima guerra del Golfo nel ’91, nello stesso tempo ha reso la guerra impossibile. Creando e gloriandosi di avere una potenza militare senza pari e quale mai si è avuta nella storia, inventandosi una guerra dove si muore da una parte sola, affidandosi ad armi intelligenti e maneggiate da lontano, e sprigionando una superiorità schiacciante su qualsiasi avversario, ha reso la guerra, fatto di per sé essenzialmente dialettico, per chiunque altro impossibile. Chi osa resistergli in guerra fa la fine della Yugoslavia, dell’Afghanistan, dell’Iraq. Le sole guerre che sono ancora possibili sono quelle tra poveracci, le cosiddette guerre dimenticate. Ma con l’America non c’è partita, se la partita è la guerra. Del resto tutte le acrobazie intellettuali e mediatiche che si sono fatte per definire le guerre con un nome che la contraddicesse, guerra umanitaria, guerra come operazione di polizia, guerra per il diritto, guerre preventive, guerre come operazioni di pace, non sono altro che confessioni del fatto che la guerra senza aggettivi non è più possibile; non è più possibile per le buone ragioni per le quali fu ripudiata 50 anni fa, e non è più possibile per le nuove ragioni che si sono rivelate col passaggio al mondo unipolare e al predominio di un’unica potenza nell’ultimo decennio.

E allora se la guerra è stata resa impossibile, il suo surrogato è il terrorismo. Non potendo ricorrere al terrorismo principale, che è la guerra, che si combatte con armi pubbliche (publicorum armorum contentio), si ricorre al terrorismo secondario, che si combatte con “armi private”. Il terrorismo è la guerra degli sconfitti, che non vogliono continuare ad essere sconfitti, e che sperano di non essere più oltre sconfitti. E’ terribile ma è ancora umano; e perciò è politico, ed è suscettibile di una soluzione politica. E’ quello che pensava Aldo Moro, persino quando stava nelle mani dei terroristi. Invece considerare il terrorismo come pura espressione di una pulsione omicida e suicida, vuol dire considerarlo non umano, e perciò non politico e non suscettibile di una soluzione politica. Ma poiché, come abbiamo detto, per ragioni anche teoriche nell’attuale situazione è possibile uccidere i terroristi, ma non è possibile estirpare il terrorismo, questa è una posizione disperata, che ci costringe a morire di terrorismo.

Io ricordo una trasmissione di “Porta a Porta” dopo l’11 settembre. Qualcuno rievocò il fatto che durante il regime democristiano, dopo la strage di Monaco, l’Italia era riuscita a stabilire un’intesa politica con gli arabo-palestinesi, tale per cui l’Italia sarebbe stata tenuta fuori dal conflitto medio-orientale, e sul suo territorio non sarebbe stato compiuto nessun attentato. La cosa non era tanto ovvia, dato che gli israeliani avevano ucciso il palestinese Wael Zwaiter proprio a Roma. La contropartita non era spregevole, era quella che tutti hanno visto alla luce del sole: l’Italia avrebbe sostenuto Israele, senza abbandonare la causa palestinese, ciò che del resto fu nell’interesse dell’intero Occidente. E l’Italia rimase indenne e sicura per decenni da quel terrorismo, anche se se ne inventò uno per conto suo in casa propria.

Ebbene, in quella trasmissione di “Porta a Porta”, dagli esponenti del nuovo regime si levò un coro di esecrazione, e si disse che mai più l’Italia sarebbe scesa a patti, e che doveva affrontare il terrorismo come gli altri, fare come gli eroici newyorkesi e i pompieri americani. Così oggi viviamo tremando come una foglia, sperando che non ci capiti quello che è capitato in Turchia.

Uno “scontro edipico”

In tal modo anche noi siamo entrati in pieno nel circuito guerra-terrorismo. E’ il circuito in cui si è cacciato tutto l’Occidente, con la debole resistenza della Francia e della Germania. Ma da questo circuito non si può uscire. Né la guerra può vincere il terrorismo, né il terrorismo può vincere la guerra. Essi sono figlio l’uno dell’altra. “Figlia del tuo figlio”, si potrebbe dire della guerra perpetua di Bush, ancora una volta applicando ad una categoria politica un concetto teologico secolarizzato.

Una volta, padre David Maria Turoldo scrisse una lettera al Gazzettino di Venezia, che allora era diretto da Giorgio Lago, per spiegare, poiché ne era stato richiesto, perché ce l’aveva con l’Occidente. E scrisse:” Io sento che l’Occidente può essere tanto la salvezza quanto la rovina del mondo, mettendo in cima, al vertice di tutto, la stessa Chiesa; e poi l’Europa; e poi gli Stati Uniti d’America; e poi uno a uno tutti noi e i nostri Paesi. E non scriverei così se non amassi; ne sentirei tanta pena (o sdegno, o vergogna) se non mi sentissi ugualmente coinvolto, se non fossi della stessa carne, e partecipe della stessa sorte”. Credo che questo sia anche il nostro atteggiamento: se l’Occidente muore noi prendiamo il lutto per l’Occidente, se l’Occidente uccide noi prendiamo il lutto per quelli che l’Occidente ha ucciso.

E poi padre David diceva perché ce l’aveva con l’Occidente: perché, diceva, seminava il suo cammino di vittime, “immolate agli egoismi più neri, alla follia di un faraone dal cuore sempre più indurito”, sicché la tentazione di tanti di fronte a tutto ciò era di dire: “a che serve, tanto cosa si può fare”, con la risposta già scontata: “Non c’è niente da fare”. E questa, diceva padre David, è la più grave sconfitta, è ciò che queste forze sprigionate dall’Occidente “si proponevano e si propongono di ottenere con il loro terrorismo. Ed è questo il vero terrorismo, padre dell’altro contro cui è scatenata l’informazione ufficiale. E questo secondo, invece, non è che il figlio naturale -neppure bastardo – del primo terrorismo. Cosicché assistiamo da impotenti a un puro scontro edipico, con strage di Innocenti senza fine” (1).
Dunque tra guerra e terrorismo, come padre David diceva già nel 1987, è in atto uno scontro edipico destinato, se non si esce dalla spirale, a durare senza fine.

La corsa al suicidio

Ma poiché non può durare senza fine, si può ipotizzare che questa fine sia catastrofica. Nakba, la catastrofe, è il nome che i palestinesi danno all’inizio della loro rovina, che è cominciata con l’espulsione dalle terre su cui venne istituito lo Stato di Israele nel 1948, e continua ancora oggi con l’annessione della restante Palestina ad Israele e la chiusura dei palestinesi rimasti nelle enclaves circondate dal Muro. Ma catastrofe è anche il nome che l’ebreo Gershom Scholem ha dato alla realizzazione terrena delle speranze messianiche, realizzazione che perciò doveva essere differita; tuttavia oggi la realizzazione di questa speranza viene vista nello Stato ebraico, salutato nelle sinagoghe il sabato come l’ ”inizio della redenzione”. La politica che questo Stato conduce sembra fatta apposta per dare ragione a questa teoria della catastrofe, intesa come risvolto inevitabile del messianismo: ne è prova quanto hanno scritto sullo Yediot Ahronot, il maggior quotidiano israeliano, i quattro ex capi – negli ultimi 20 anni – dello Shin Bet, il servizio segreto israeliano, che perciò sanno bene di che cosa parlano; criticando a tutta pagina la politica israeliana verso i palestinesi, hanno scritto: “Attenti! Avanti così andiamo dritti verso la catastrofe”. “Se non troviamo un accordo di pace, se lo Stato non alleggerisce la pressione nei Territori” (neppure loro li chiamano Territori occupati) “si va verso l’autodistruzione”. Uno di loro, Ami Ayalon, capo dei servizi dal 1996 al 2000, dice: “Stiamo procedendo a passi sicuri verso il punto in cui Israele non sarà più una democrazia e una casa per il popolo ebreo”. E un altro, Avraham Shalom, capo dei servizi dall’81 all’86, ha detto: “Dobbiamo riconoscere una volta per tutte che c’è una controparte. Dobbiamo ammettere che l’altra parte ha sentimenti, che sta soffrendo, e che ci stiamo comportando vergognosamente. Li umiliamo pubblicamente. Nemmeno noi lo accetteremmo”. E un terzo, Yacov Peri, a capo dei servizi dall’88 al 94 ha chiesto il ritiro unilaterale di Israele dalla striscia di Gaza (2).

Questi capi dell’intelligence israeliana non nutrono sentimenti filopalestinesi, come non li nutriva il generale Rabin. La loro preoccupazione è di evitare la catastrofe a Israele. La stessa preoccupazione che ha esternato l’ex presidente della Knesset, il Parlamento israeliano, Avraham Burg, quando ha scritto, anche lui sullo Yediot Ahronot, che questa può essere l’ultima generazione sionista, e che se Israele vuole costruirsi come la grande Israele, dal mare al Giordano, mantenendo tuttavia una maggioranza ebraica, deve abbandonare la democrazia: o deve espellere i palestinesi mettendoli “su carri ferroviari, su bus, su cammelli e su asini” per farli partire, oppure deve “istituire un efficiente sistema di separazione razziale, rinchiudendo i palestinesi in campi di prigionia e villaggi di detenzione, il ghetto di Qalqilya e il gulag di Jenin”. Non per questo eravamo venuti qui, dice Burg; “in questo abbiamo fallito”.

Sono sentenze assai dolorose per Israele; più dolorose io credo di quella percentuale del 59 per cento degli europei che secondo il sondaggio Eurobarometro ritengono Israele un pericolo per la pace. Certo questi ebrei d’Israele non si possono accusare di antisemitismo; però annunciano, se non ci sarà un cambiamento, la rovina di Israele e la fine del sionismo; in ogni caso un tremendo pericolo per lo stesso ebraismo. Ancora una volta il pericolo non si può mettere fuori di noi, il male non lo si può allontanare lasciandolo fuori del muro; il pericolo viene da dentro di noi.

L’ulteriore problema è se la rovina di Israele può venire da sola, o se non è destinata a travolgere molti altri, come si mostra di intuire quando si dice che nel conflitto israelo-palestinese sono in gioco la pace e la sorte del mondo.
Ciò per quanto riguarda Israele. Nessuno si azzarda, a parte Bin Laden, a preannunciare un’analoga catastrofe agli Stati Uniti d’America. Si arrivano a predire “disastrose conseguenze”, come ha fatto il sen. Robert Byrd in un discorso al Senato americano il 12 febbraio 2003: “Nello spazio di soli due brevi anni, questa irresponsabile e arrogante Amministrazione ha avviato politiche che possono provocare disastrose conseguenze per anni”. In ogni caso a due anni dall’inizio del nuovo secolo americano, che era stato annunciato come un secolo in cui avrebbero trionfato gli interessi e i valori americani, e a un anno dal documento in cui si prometteva che attraverso il controllo del mondo si sarebbe garantita la sicurezza americana, gli Stati Uniti sono in una situazione in cui sono insicuri e infelici come non sono mai stati finora. La vena apocalittica del potere impersonata da Bush, comportando -come apocalisse secolarizzata- un’apocalisse senza redenzione, un Ultimo Giudizio senza giustificazione e senza grazia, non è che un suicidio.

In questo lungo suicidio, si consuma l’agonia dell’Occidente. Certo, si potrebbe dire che il conflitto tra guerra e terrorismo riguarda gli Stati Uniti come sovrano universale e Israele come Stato ebraico, e non l’Occidente tutto intero. Gli stessi Stati Uniti si sono messi fuori dall’Occidente, si sono proposti non più come capo e guida dell’Occidente, ma fuori di esso e al di sopra anche di esso; nel documento sulle sicurezza nazionale americana, Stati Uniti e Comunità Atlantica sono ormai nominati come distinti, e la NATO è solo una delle tante, al quarto posto, delle organizzazioni internazionali con cui gli Stati Uniti hanno a che fare.

L’Europa non ne è fuori

Dunque si potrebbe pensare che almeno l’Europa si potrebbe tirar fuori, salvare almeno se stessa. Ma ciò non è realistico. Ha ragione Robert Kagan, uno dei maggiori esponenti della destra radicale americana, quando dice, in un libro pubblicato anche in Italia “Paradiso e potere” (3), che Europa e Stati Uniti non possono differenziarsi sul punto del primato del diritto sulla forza: anche l’Europa ha usato la forza e spregiato il diritto, ha predicato la politica di potenza, ha dominato sugli altri popoli non certo ispirandosi a principi illuministici. In effetti abbiamo la stessa storia, veniamo dagli stessi genocidi, noi l’abbiamo fatto nell’America centrale e meridionale, loro nell’America del Nord, e finora siamo stati insieme senza troppi scrupoli nella partita del Mercato globale.

Perciò quando critichiamo le politiche di Bush e di Sharon, e magari lo facciamo come europei, non possiamo illuderci di tirarcene fuori. Non esiste un destino dell’Europa separato e contrapposto a quello dell’America. L’America, l’Inghilterra, Israele, non solo sono Occidente, sono l’Occidente; se vanno verso il suicidio, verso la catastrofe, è tutto l’Occidente che va verso la catastrofe.

E’ difficile però pensare che questo esito potenzialmente catastrofico nella spirale guerra-terrorismo, sia legato solo a quest’ultima emergenza, sia, come scriveva Franca D’Agostini sul Manifesto qualche mese fa, “un disguido legato alla sventurata amministrazione Bush”, e che il rischio che corriamo nasca solo dalla politica di Sharon. La tragedia che viviamo è in realtà la stazione terminale e il punto di caduta di un intero corso storico, di cui il processo culminato nella guerra finale di Bush e lo stesso capitalismo rappresentano solo l’ultimo tratto.
Le convulsioni di un mondo drammaticamente diviso dalla globalizzazione e investito dalla guerra indetta dal sovrano globale rappresentano l’aspetto certo più appariscente della crisi dell’Occidente.

Molte componenti della crisi

Ma questa crisi ha molte altre componenti di cui posso indicare qui solo alcuni capitoli su cui propongo che nei prossimi seminari si soffermi la riflessione della nostra Scuola:
1) la crisi dell’ethos dell’Occidente. Recentemente Umberto Galimberti, su Repubblica, sosteneva che non funzionano più le tre etiche dell’Occidente. Non funziona più l’etica dell’intenzione, perché nell’epoca atomica contano gli effetti e non l’intenzione delle azioni, non funziona più l’etica laica dell’uomo come fine, perché i mezzi si mangiano il fine e la natura, ridotta a mezzo va in frantumi, e non funziona più l’etica della responsabilità perché la tecnica rende gli effetti delle azioni più che mai imprevedibili. Nel mercato tecnicizzato non c’è più spazio per l’agire, ma solo per il fare e ciascuno esegue azioni già descritte e prescritte dall’apparato, che poi è lo stesso mercato. Dunque non c’è libertà (4). Né l’ethos ha più corso nella politica, dove non si danno più azioni morali o immorali, ma solo azioni misurate dal potere e dalla forza, e dove è stigmatizzato il sogno, anzi il sogno, e perciò l’utopia, è considerato la massima trasgressione e la massima minaccia, come insegna Giuliano Ferrara nelle trasmissioni serali di La 7 e nelle reprimende mattutine del Foglio.

2) La crisi del logos dell’Occidente. Finito il ciclo della filosofia dell’essere, e quello della filosofia dell’io, come aveva avvertito Italo Mancini, non è partito il ciclo della filosofia dell’altro e del suo volto, come era stato auspicato. Non c’è più verità, l’appello alla verità è considerato violento, totalitario, il pensiero è debole, il tentativo di legare la politica a una conoscenza delle cose, lo sforzo di farla dipendere non dall’intelligence ma dalla intelligenza, da quella che Moro chiamava “l’intelligenza degli avvenimenti”, è considerato disfattista, quando c’è da compattare l’opinione pubblica per la guerra: “silete sociologi” intimava, come si ricorderà, un perentorio articolo del Corriere della Sera durante la guerra di Afghanistan.

3) La crisi dello ius, la caduta verticale del diritto in Occidente. Su questo ci siamo ampiamente fermati altre volte, e certamente dovremo ancora riparlarne. Qui voglio solo rilevare che la catastrofe del diritto è intervenuta proprio nel momento in cui esso aveva raggiunto il suo apice, era arrivato a mettere fuori legge la guerra, a proclamare i diritti fondamentali dell’uomo, a disegnare un ordinamento universale e democratico delle Nazioni. Non solo “miseria e grandezza del diritto”, come Dossetti aveva titolato il suo lavoro scientifico per la cattedra di diritto canonico, ma la miseria e la caduta proprio nel momento della massima grandezza del diritto. Dovremo chiederci perché.

Dunque crisi dell’ethos, del logos e dello ius. Ma questa triplice crisi significa il venir meno di tre dei quattro pilastri su cui secondo la Pacem in Terris di papa Giovanni doveva fondarsi la pace, e cioè la libertà, la verità e la giustizia. Certo resta il quarto pilastro, l’amore, ed è per questo che la casa è ancora in piedi.

Il nomos dell’Occidente

Ma la crisi della libertà, della verità e della giustizia in Occidente significa che è andato in crisi l’ordinamento complessivo dell’Occidente, la sua identità e il suo rapporto con gli altri, che è ciò che con un termine complessivo si può chiamare il suo nomos. Nomos è la legge, ma non è solo il diritto. Nomos è il principio ispiratore, il fondamento dell’ordine e insieme è un ordinamento concreto. Esso comprende la norma e nello stesso tempo i rapporti reali e perciò il sistema economico-sociale. Il capitalismo, la globalizzazione, il Mercato, fanno parte del nomos. Il nomos è la legge di cui parlava Paolo, di cui denunciava la schiavitù e anzi la “maledizione”, e nei cui confronti postulava e annunciava un ordine che la depotenziasse e la superasse. Questa legge conteneva in sé un codice di diseguaglianza, una antropologia della esclusione; infatti sanciva la salvezza per gli uni, la perdizione per gli altri. E non solo la Torah, ma anche il nomos greco e la lex romana. Questa disuguaglianza, pur superata in via di principio nei secoli per quanto riguarda la discriminazione razziale, etnica, sessuale, religiosa, servile (schiavi e liberi), di fatto è arrivata fino a noi e si riproduce su larga scala nella grande selezione operata dal Mercato globale e amministrata dal suo sovrano armato. Carl Schmitt ci ha spiegato che il nomos, dal suo inizio, consiste essenzialmente in tre cose: consiste nel modo in cui, nella società, è regolata l’appropriazione, la distribuzione delle cose appropriate nonché l’uso, la coltivazione e la valorizzazione delle terre e delle cose appropriate: dunque appropriazione, divisione e produzione sono i parametri fondamentali, secondo questo nomos, di ogni ordinamento concreto. Questo è il nomos che è in crisi, il nomos dell’Occidente.

Nella crisi di questo nomos, che va dalla sua pretesa di imporsi su tutta la terra sotto lo scettro del sovrano universale, fino alla spoliazione della natura e all’esclusione dalla vita di miliardi di uomini operata dai rapporti di proprietà, di produzione e di distribuzione, sta la crisi dell’Occidente; il suo agone, il suo combattimento senza quartiere, ma anche la sua agonia.

Questa è la pista di ricerca, il tema di studio che io propongo per la nostra scuola.
Con l’avvertenza che l’uscita dalla crisi non può stare solo nella conservazione di quanto di buono e di grande pur questo nomos ha prodotto; non possiamo essere solo i nostalgici conservatori dell’ONU o della Carta dei diritti umani o del concetto di persona; non possiamo ridurci ad essere la Conservatoria di registri e atti pubblici insigni cui non corrisponda la vita reale o il Conservatorio appassionato di una musica classica ormai travolta dalla musica pop; piuttosto dobbiamo resistere, criticare e innovare il nomos, rivederne i presupposti e i fondamenti, per vedere in che cosa, al momento di tirare le somme, hanno fallito.
Infatti non c’è solo l’agonia dell’Occidente, c’è anche la sua gloria che oggi è oscurata, c’è la sua vocazione che oggi è interrotta, c’è la promessa o la speranza del suo futuro che era stata seminata nella sua storia, che oggi è delusa.

La gloria dell’Occidente è la giustizia incorporata nel diritto; la sua vocazione è l’universalità, la promessa o la speranza del suo futuro è di non essere un Occidente contro il mondo, ma un Occidente per il mondo, parte vitale di un mondo ricomposto nella sua unità, salvato nella sua integrità, armonioso nelle sue differenze. Ebraismo, cristianesimo, Islam, illuminismo, comunismo, ecumenismo delle Nazioni unite hanno sognato questo.

L’Occidente è stato scopritore di mondi, non alla maniera di Colombo o di Pizarro, ma anche alla maniera di Francesco d’Assisi, di Marco Polo e di Matteo Ricci.

Il tradimento della vocazione dell’Occidente è questo, è questa rottura dell’unità del mondo, è questa amputazione da sé del malvagio, è questo immaginarsi predestinato a permanere in un mondo di scartati e di esuberi, è questo definire gli altri non mediante una parola che afferma, ma mediante una parola che nega: gli extracomunitari, i non-americani, i non europei, i non democratici, i non civili, i non sviluppati, i popoli non dello Spirito, gli esuberi, i terroristi assassini.
La vocazione dell’Occidente è una vocazione all’inclusione, non all’esclusione. La dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è stata accusata di essere occidentale. È forse è vero. Ma non è un’accusa. E’ una laurea. Ma è anche una vocazione. E’ una chiamata a cui l’Occidente deve tornare a rispondere.
Non dall’agonia alla morte, ma dall’agonia a una nuova nascita nella vita del mondo.

Questa è la nostra speranza, che non è solo della volontà, ma anche della ragione; perché ha dalla sua la storia, e ha dalla sua quelle enormi riserve di energia che si sono manifestate nelle Chiese, nelle piazze, nei movimenti, anche in questi ultimi mesi. Questo è ciò che io propongo di studiare e di pensare agli amici della nostra scuola, e anche delle piccole scuole che stanno sorgendo in periferia in periferia sull’esempio di VASTI.
Tuttavia penso che il tema sia troppo vitale per essere contenuto nei confini di una scuola. Perciò io propongo che questo pensiero in qualche modo si faccia movimento; non voglio dire un movimento nel senso organizzativo del termine; voglio dire che ci si deve mettere in movimento per stabilire un raccordo, un dialogo, una convergenza tra l’altra Europa, l’altra America e l’altro Israele, ciò che con un unico termine si potrebbe dire l’Altreuropamerichisraele, un movimento che unisca quanti diversamente pensano l’Occidente sui tre lati del mare, e ne vogliano cambiare il destino, agendo nelle società civili, nelle istituzioni e in seno ai diversi partiti e movimenti. Questa è solo un’idea, se qualcuno ci mette le forze si può fare.


(1) Il Dio di Turoldo, prefazione di Giorgio Lago, a cura di Città aperta (Cittadella di Padova),
Edizioni Torre di Malta, 2003
(2) Attenti, Israele rischia la catastrofe, in “Corriere della Sera” del 15.11. 2003, pag. 16.
(3) R. Kagan, Of Paradise and Power; America and Europe in New World Order, tr. it. Paradiso e potere. America ed Europa nel nuovo ordine Mondiale, Mondadori, 2003.
(4) U. Galimberti, Dov’è finita l’etica nel mondo del dio mercato, in “la Repubblica”, 11 novembre 2003, p. 1.

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