La posta in gioco

Lo sviluppo stupefacente dei risultati elettorali delle elezioni del 9 e 10 aprile dimostra che l’Italia è stata sull’orlo del baratro e che il nostro Paese è stato salvato da chi meno ce lo aspettavamo: gli italiani all’estero ed i giovani. Se il voto degli italiani all’estero ci ha consentito di ribaltare l’effimera maggioranza conquistata al Senato dalla Cdl, sono stati i giovani, mutando l’orientamento rispetto alle passate tornate elettorali, che hanno fatto la differenza ed hanno consentito all’Unione di sopravanzare di un soffio il centrodestra, guadagnando quel premio di maggioranza che rende concretamente possibile un governo di centrosinistra per la prossima legislatura. Se siamo stati ad un passo dalla catastrofe, non possiamo incolpare il fato cinico e baro. Se migliaia o forse milioni di indecisi, all’ultimo momento, hanno rotto gli indugi e si sono recati a votare per un governo ed una maggioranza indifendibile, sconfiggendo tutti i sondaggi, i pronostici e gli exit poll, anche questo non è frutto del fato cinico e baro. Adesso che l’orgia dei sondaggi si è placata e le agenzie di manipolazione del consenso hanno spento le luci, le elezioni, con quei voti irriducibili, scolpiti nella schede come sulla pietra, ci parlano dell’Italia come è. Ci dicono un fatto reale, ci raccontano una verità incontrovertibile.

La verità è che il popolo italiano è stato chiamato alle elezioni più drammatiche della sua storia, più di quelle del 18 aprile 1948, senza che nessuno lo abbia o informato e reso edotto del valore della scelta che abbiamo dovuto compiere e della reale posta in gioco.

Durante tutta la campagna elettorale nessuno dei leader dell’Unione, a cui il sistema dei media ha concesso lo spazio della comunicazione, ha detto nulla che potesse aiutare la gente ad aprire gli occhi sulla natura illiberale, prevaricatrice e fascista del regime berlusconiano. Nessuno ha denunziato il sovversivismo di questa classe dirigente, nessuno ha rivelato il progetto politico di questa destra, scolpito nella così detta Costituzione di Lorenzago e certificato dalla riforma votata dalla due Camere. Nessuno ha detto al popolo italiano che ciò che rendeva profondamente differenti le elezioni del 9/10 aprile 2006, da tutte le altre elezioni del dopoguerra, comprese quelle del 18 aprile del 1948, era il fatto che – per la prima volta – i due schieramenti politici contrapposti non condividevano più gli stessi valori costituzionali, poiché uno dei due schieramenti non si riconosceva nelle istituzioni democratiche. In definitiva nessuno ha detto al popolo italiano che nelle elezioni del 2006 la vera posta in gioco era la Costituzione, col suo patrimonio indisponibile di beni pubblici repubblicani, cioè la democrazia.

Ciò ha consentito a Berlusconi, liberato dell’onere di rendere conto dei misfatti del suo regime, di portare il dibattito politico sul terreno a lui più congeniale. Di dibattere di un Paese immaginario, di lanciare proclami e vendere fumo, come nessuno sa fare meglio di lui. Di far credere a larghi settori della società italiana che il 9/10 aprile si trattava di scegliere se pagare più o meno tasse, o di regolare o meno con i pacs le coppie di fatto.

Siamo giunti al paradosso che la verità è stata affidata ai comici. Sono stati i guitti, cioè quelle persone serissime che per mestiere fanno ridere gli altri, da Cornacchione a Paolo Rossi, a Nanni Moretti, gli unici che hanno raccontato al popolo italiano la verità sul berlusconismo. Ma non sono stati presi sul serio perché si trattava di comici, anche se costoro – scherzando – ci raccontavano la nostra storia. Invece i leader politici, che per mestiere non devono far ridere ma devono raccontare della cose serie, ci hanno raccontato un sacco di balle per non farci capire niente della posta in gioco. Insomma i buffoni sono stati serissimi ed hanno fatto supplenza ai politici raccontando la verità al popolo italiano, mentre i politici hanno fatto i buffoni (sia detto senza offesa per nessuno), raccontando barzellette.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)