Di nuovo fischia il vento

(Intervento alla 1^ festa nazionale dell’A.N.P.I. – Gattatico 21 giugno 2008)

1. Costituzione, resistenza ed antifascismo

Il discorso sulla Costituzione si trova al centro di questa prima festa nazionale dell’ANPI, ed è giusto che sia così, in quanto la Costituzione italiana nasce dalla resistenza. Pertanto l’ANPI è – in un certo senso – titolare della “golden share”, dell’azione originaria che fonda la Costituzione ed è ovvio che ne abbia particolarmente a cuore la sua vitalità.

La Costituzione è un patrimonio di beni pubblici repubblicani generato dalla lotta di resistenza e consegnato dai padri costituenti alle generazioni future come patto di amicizia perenne per garantire alle generazioni future che esse non avrebbero mai più vissuto il flagello della guerra, gli orrori e le sofferenze indicibili, gli insulti alla dignità umana e le traversie della dittatura, che avevano sconvolto l’esistenza dei padri.

Poiché la Costituzione è generata dalla resistenza, non si può disconoscere che il presupposto politico della Costituzione italiana è rappresentato dall’antifascismo.

La Costituzione italiana è una costituzione compiutamente antifascista, non perchè è stata scritta da antifascisti desiderosi di vendicarsi dei lutti subiti; al contrario, per voltare definitivamente pagina rispetto alla triste esperienza del fascismo e della guerra, i costituenti hanno sentito il bisogno di rovesciare completamente le categorie che caratterizzano il fascismo. Come il fascismo era alimentato da spirito di fazione ed assumeva la discriminazione come propria categoria fondante (sino all’estrema abiezione delle leggi razziali), così i costituenti hanno assunto l’eguaglianza e l’universalità dei diritti dell’uomo come fondamento dell’Ordinamento. Come il fascismo aveva soppresso il pluralismo, perseguendo una concezione totalitaria (monistica) del potere, così i costituenti hanno concepito una struttura istituzionale fondata sulla divisione, distribuzione, articolazione e diffusione dei poteri. Come il fascismo aveva aggredito le autonomie individuali e sociali, così i Costituenti, le hanno ripristinate, stabilendo un perimetro invalicabile di libertà individuali e di organizzazione sociale. Come il fascismo aveva celebrato la politica di potenza, abbinata al disprezzo del diritto internazionale ed alla convivenza con la guerra, così i Costituenti hanno negato in radice la politica di potenza, riconoscendo la supremazia del diritto internazionale e ripudiando le nozze antichissime con l’istituzione della guerra.

Se i principi fondamentali sono antitetici rispetto a quelli proclamati o praticati dal fascismo, è l’architettura del sistema che fa la differenza ed impedisce che, ove mai giungano al governo forze politiche caratterizzate da cultura o aspirazioni antidemocratiche (come succede in questa infelice contingenza storica), queste forze possano realizzare una trasformazione autoritaria delle istituzioni, aggredendo il pluralismo istituzionale (per es. l’indipendenza della magistratura) o il sistema delle autonomie individuali e collettive (libertà di espressione del pensiero, libertà di associazione, diritto di sciopero, etc), ed abusando di un potere legislativo sottomesso all’esecutivo.

La Costituzione, insomma, rende impossibile ogni forma di “dittatura della maggioranza”. Proprio per questo nell’ultimo quindicennio da un vasto arco di forze politiche (non soltanto dalla maggioranza di centro-destra attualmente al governo) la Costituzione è stata vissuta come un impaccio, come una serie di fastidiosi vincoli, di cui sbarazzarsi per restaurare l’onnipotenza della politica.

Ridotta all’osso è questa la questione centrale che ha animato i tentativi di grande riforma della Costituzione che sono stati praticati nel tempo sino a sfociare nella riforma globale della II Parte della Costituzione, approvata dalla maggioranza di centro-destra nel novembre 2005, a cui il popolo italiano ha sbarrato la strada con il referendum svoltosi il 25/26 giugno 2006.

2. La crisi della Costituzione: le ragioni profonde

Se da oltre 15 anni – tuttavia – si discute di riforme istituzionali e si sono avvicendati, con differenti risultati, vari tentativi di riforma del modello di democrazia fondato sulla Costituzione, evidentemente qualcosa non ha funzionato.

Se vogliamo indagare sulle ragioni profonde che hanno generato un diffuso senso di malessere verso il funzionamento della democrazia italiana, dobbiamo guardare alla crisi del partito politico ed ai suoi effetti deleteri sul funzionamento del principio democratico.

Il modello di democrazia come prefigurato dai costituenti è fondato sul pluralismo, sulla centralità del parlamento, sul ruolo dei partiti come canali di partecipazione popolare. Tale modello è stato, sotto molteplici profili, boicottato, delegittimato ed infine sfigurato da riforme varie che hanno modificato la “costituzione materiale”, neutralizzando principi ed istituti fondamentali per il buon funzionamento di ogni democrazia, a partire dal principio democratico.

Il cuore del principio democratico è la concezione che la sovranità appartiene al popolo e quindi la volontà popolare, espressa nella forme previste dall’ordinamento, attraverso l’esercizio della rappresentanza, costituisce la fonte del potere politico.

Il principio democratico postula la democrazia rappresentativa, intesa come costante potestà del popolo sovrano di indirizzare e controllare l’esercizio del potere mediante il sistema della rappresentanza. La sovranità si esercita, pertanto, attraverso gli organi rappresentativi della volontà popolare, però il raccordo fra la volontà popolare e le istituzioni non avviene soltanto attraverso lo strumento (formale ed insostituibile) del voto.

La democrazia non si esaurisce in un unico atto, compiuto ogni cinque anni, nel chiuso dell’urna, ma deve essere praticata ogni giorno. Nel disegno dei costituenti, tutti i cittadini sono chiamati a concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale, associandosi in partiti (art. 49 Cost.).

La funzione dei partiti (intesi astrattamente come libere associazioni di cittadini per fini politici) non si esaurisce nel predisporre il canale di accesso dei rappresentanti nelle istituzioni rappresentative, ma è una funzione duratura e costante. Il modello di democrazia concepito dai costituenti è un modello “partecipatorio” ed inclusivo. I cittadini si associano, per organizzare i loro bisogni e le loro domande politiche, renderle evidenti, coniugarle con gli altri attori sociali e proporle al sistema politico, nel quadro di un dibattito politico permanente, nel quale le istituzioni rappresentative sono immerse.

Il partito democratico di massa è concepito dalla Costituzione come espressione diretta ed organizzata di esigenze della società, dunque canale di mediazione reale fra la società e le istituzioni, come la fornace che alimenta la democrazia politica e porta lo Stato nella società e la società nello Stato.

Nel principio democratico, come delineato nel disegno del costituente, non vi sono le chiavi dell’assolutezza del potere che origina dal popolo, né quelle della dittatura della maggioranza. La chiave di volta è rappresentata dalla auto-organizzazione sociale di una società ricca, complessa ed articolata, in cui tutti sono chiamati a determinare la politica nazionale, attraverso il metodo e la pratica della democrazia che dà valore e mette a frutto compiutamente le istituzioni rappresentative.

E’ evidente che il modello di democrazia costituzionale, come configurato nella Costituzione del 1948, non ha trovato compiuta realizzazione e che vi è stato un progressivo allontanamento della costituzione materiale dal modello prefigurato dal Costituente.

Alcuni fattori sono fuoriusciti dallo schema costituzionale, mettendo in crisi il funzionamento del sistema. Il fattore più importante è stata la crisi del partito politico che ha subito uno snaturamento delle sue funzioni, trasformandosi tendenzialmente da strumento per la partecipazione dei cittadini alla vita politica a struttura di potere autoreferenziale.

Questa degenerazione del ruolo del partito politico era stata colta per tempo ed accoratamente denunziata da Enrico Berlinguer che in una profetica intervista concessa al quotidiano La Repubblica il 28 luglio del 1981, così si esprimeva:

“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti. “

Purtroppo la denunzia di Berlinguer è rimasta lettera morta e la sua critica alle degenerazioni del sistema dei partiti è stata immediatamente archiviata

Verso la fine degli anni ”80 del secolo scorso, la caduta delle principali ideologie che avevano animato il dibattito politico del ”900 ha rivelato la crisi – già in atto – e la progressiva perdita del carattere democratico, partecipatorio e di massa dei principali partiti politici che hanno guidato la vita politica italiana ed il loro trasformarsi in ristrette élites, gruppi di potere avulsi dalle domande sociali.

La crisi del partito politico di massa ha aperto la strada alla crisi della democrazia italiana.

A questa crisi i gruppi dirigenti dei partiti hanno cercato di porre rimedio inseguendo il mito della stabilità degli esecutivi, a prezzo della partecipazione popolare, ed hanno perseguito una politica che ha smantellato il sistema partito come luogo di partecipazione e di educazione democratica. Contestualmente è stata smantellata la cultura della solidarietà e dei diritti che faceva da aggregante del partito di massa ed è stato smantellato il sistema dei valori, cioè dei significati che organizzavano l’agire politico, riducendo la politica a lotta di élites e consegnandola nella dimensione della più totale anomia.

3. Le risposte istituzionali alla crisi del partito politico: l’introduzione del maggioritario

E’ stata orchestrata così una campagna antipolitica che auspicava la riforma delle istituzioni attraverso l’introduzione di un sistema elettorale maggioritario, che avrebbe portato ad una maggiore stabilità politica, eliminando i piccoli partiti e riducendo la conflittualità interna al sistema politico, attraverso il taglio delle ali.

Questa campagna è sfociata nello sciagurato referendum elettorale Segni del 18 aprile 1993 che ha portato all’introduzione di un nuovo sistema elettorale maggioritario misto (c.d. “Mattarellum” dal nome del relatore on. Mattarella), per l’elezione dei membri di entrambe le Camere, che prevedeva l’elezione del 75% dei seggi con sistema maggioritario e del restante 25% con il sistema proporzionale.

Eppure soltanto pochi, all’epoca, si erano resi conto – come ebbe ad osservare lucidamente Sergio Garavini – che le proposte di sistema elettorale maggioritario, erano soprattutto rivolte a “consolidare e potenziare la forma attuale dei partiti, i quali hanno sempre più perduto il carattere di formazione democratica di massa, per accentuare il ruolo dominante dei gruppi dirigenti e dei leaders in stretta relazione con i poteri istituzionali a tutti i livelli. Ai partiti – osservava Garavini – si garantisce una rappresentanza nel Parlamento designata e gestita dai gruppi dirigenti, insindacabile dagli elettori, che possono solo votare o la singola persona nei collegi uninominali o così com’è la lista di partito nel voto proporzionale. Vi è su questo punto, di fatto, l’accordo generale, perché questa soluzione propone una fuga alla crisi dei partiti come forme di democrazia di massa, come espressione diretta ed organizzata di esigenze della società, dunque di mediazione reale fra la società e le istituzioni. E ne convalida e cristallizza sia il ruolo integralmente di potere istituzionale, sia il regime interno di autorità dei gruppi dirigenti e dei leaders ”.1

L’introduzione del sistema maggioritario ha costituito il primo grave vulnus alla Costituzione che, anche se non aveva espressamente adottato un sistema elettorale proporzionale, tuttavia lo presupponeva, avendo puntato sulla partecipazione dei cittadini (art. 49) e messo al centro del sistema istituzionale un Parlamento concepito come effettivamente rappresentativo del pluralismo delle domande e dei bisogni sociali, come tale capace di costituire una garanzia effettiva contro ogni eventuale abuso degli esecutivi.

Per questo le leggi elettorali, anche se non sono di rango costituzionale, concorrono a determinare la “costituzione materiale”, delineando la fisionomia del sistema politico, sia per quanto riguarda l’esercizio concreto della rappresentanza, sia per quanto riguarda la forma di governo.

4. La legge elettorale Calderoli.

Con l’approvazione, nella passata legislatura di una nuova legge elettorale apparentemente proporzionale (la legge n. 270 del 2005), con premio di maggioranza, che il suo presentatore, on. Calderoli, ha definito una “porcata”, è stato portato a compimento il processo di involuzione oligarchica dell’ordinamento politico attraverso il sistema elettorale, avviato con il maggioritario, espropriando gli elettori della benché minima possibilità di concorrere a determinare la composizione della rappresentanza politica in Parlamento.

Attraverso il premio di maggioranza, la legge Calderoli corregge l’orientamento manifestato dagli elettori fino al punto da trasformare una minoranza (più forte delle altre) in una solida maggioranza, garantendole il 55% dei seggi e muta la natura del voto trasformandolo non più in una operazione volta a costituire una rappresentanza (come previsto dal modello costituzionale), ma in una operazione volta all’investitura del Capo politico e del suo governo.

Col nuovo sistema i nomi dei candidati sono persino scomparsi dalla scheda elettorale, con la conseguenza che le scelte dei candidati operate dai capi dei partiti non possono in alcun modo essere censurate, sconfessate o corrette dal corpo elettorale.

Con il paradosso che tutti i “rappresentanti” del popolo sono nominati dai dirigenti dei partiti, senza che il popolo sovrano possa metterci becco.

In questo modo gli eletti più che rappresentanti del popolo sono rappresentanti del capo politico che li ha nominati ed al quale sono legati da un vincolo di fedeltà estremo, restando così fortemente pregiudicato il principio sancito dall’art. 67 della Costituzione che prevede che “ogni membro del parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

In tal modo il principio costituzionale della rappresentanza, attraverso la quale i cittadini concorrono a determinare la politica nazionale, ha subito il massimo svuotamento possibile, aggravando ancor di più la crisi costituzionale italiana, il cui cuore è costituito proprio dal distacco dei cittadini dalla politica del Palazzo, espropriata da un ceto politico che, proprio per la sua estraneità alle dinamiche popolari, viene qualunquisticamente percepito come una “casta”.

5. I precedenti storici della Legge Calderoli

Per associazione di idee, la legge Calderoli si potrebbe accostare alla c.d. “legge truffa”, in realtà la “legge truffa” era una legge molto più democratica della legge Calderoli perché prevedeva che per poter governare, beneficiando del premio di maggioranza, occorresse almeno raccogliere la maggioranza dei voti espressi dal corpo elettorale. Nel nostro ordinamento, l’unico precedente della legge Calderoli è rappresentato della Legge 18 novembre 1923, n. 2444, più nota come legge “Acerbo”, dal nome del Vice Presidente del Consiglio del primo Governo Mussolini, on. Giacomo Acerbo. La legge Acerbo era una legge elettorale proporzionale che prevedeva l’assegnazione di un forte premio di maggioranza alla lista che avesse ottenuto il maggior numero di voti su base nazionale, rispetto ad ogni altra lista.

Orbene la legge Acerbo è stato lo snodo tecnico, preliminare, ma indispensabile, per l’instaurazione della dittatura fascista. Con essa, infatti, Mussolini ottenne due risultati importanti, aggredì il pluralismo politico, facendo scomparire nel listone presentato alle elezioni del 5 aprile 1924, ogni altra identità o formazione politica che potesse fargli concorrenza, e rese irrilevante la presenza in Parlamento dei suoi oppositori, introducendo una sorta di dittatura della maggioranza.

Il passo successivo per la trasformazione in regime avvenne con le leggi speciali del 1925/1926, che non ci sarebbero potute essere se la Camera dei Deputati avesse avuto una composizione rispettosa del pluralismo politico.

6. L’interpretazione delle legge Calderoli nell’ultimo passaggio elettorale

Malgrado il suo carattere così pesantemente antidemocratico, la legge Calderoli, ha ricevuto una interpretazione ancora più oligarchica nell’ultimo passaggio elettorale.

La legge Calderoli puntava ad una sorta di bipolarismo forzato, incoraggiando la formazione di coalizioni in competizione per il premio di maggioranza e penalizzando gli attori politici non coalizzati, a cui venivano raddoppiate le soglie di ingresso in parlamento. Ciò consentiva il mantenimento in vita di un certo grado di pluralismo politico, consentendo agli elettori la possibilità di esprimere il proprio orientamento all’interno delle coalizioni.

Invece i capi dei due principali partiti politici in competizione alle elezioni del 2008, attraverso comportamenti tra di loro concordati, hanno interpretato la legge elettorale in modo da costruire un bipartitismo coatto. Sono state, quindi sciolte le coalizioni ed i due principali partiti, con la cooperazione di un solo partito come ruota di scorta,sono scesi in campo per contendersi il premio di maggioranza.

Il risultato è stato che milioni di persone non sono andate a votare, non riconoscendosi né nell’uno, né nell’altro partito, che milioni di persone non sono più rappresentate perché i loro voti non si sono tradotti in seggi, grazie al raddoppio delle soglie, e che un milione e mezzo di elettori potenziali della sinistra arcobaleno hanno votato per il partito di centrosinistra, non perché si sentissero rappresentati da tale partito, ma per evitare che il governo del nostro paese potesse di nuovo cadere nelle mani di soggetti politici antidemocratici.

L’ulteriore conseguenza è stata la drastica riduzione del pluralismo politico all’interno della rappresentanza parlamentare. Se la legge Acerbo non era riuscita ad espellere comunisti e socialisti dal parlamento italiano, la legge Calderoli c’è riuscita benissimo.

7. La Costituzione tradita dai chierici: la riforma del principio democratico

Malgrado il fallimento della grande controriforma, bocciata dal popolo italiano nel referendum del 25/26 giugno 2006, alla fine lo strappo alla Costituzione c’è stato.

E’ stato riformato, fino ad essere quasi annichilito il principio democratico.

Sono gli stessi attori di questo processo a riconoscerlo. Nel suo discorso parlamentare del 14 maggio, in sede di dibattito sulla fiducia al governo Berlusconi, l’on. Veltroni ha testualmente dichiarato:

“Rivendico al Partito Democratico il merito di aver introdotto ragioni profonde di discontinuità, rispetto ad un Paese che soffriva di una duplice e grave malattia: l’esasperata frammentazione politica e la costante demonizzazione dell’avversario. All’onorevole Casini, che ha detto cose condivisibili da questo punto di vista, voglio dire che è vero: abbiamo fatto politicamente ciò che, attraverso le riforme istituzionali e la legge elettorale, non siete riusciti a fare.”

E’ chiaro quindi che attraverso una legge elettorale incostituzionale e la sua applicazione concreta, è stato compiuto un mutamento di alcuni caratteri di fondo del modello di democrazia come concepito dai costituenti. E’ stata colpita la rappresentanza attraverso una compressione forzata del pluralismo e sono state espulse dal sistema politico le domande espresse da milioni di cittadini.

E, tuttavia, il pluralismo è fondamentale per il funzionamento di ogni sistema democratico.

In un organismo democratico il pluralismo svolge la stessa funzione che svolge il sangue nell’organismo umano.

Se la circolazione del sangue si riduce il nostro corpo va in crisi, il cervello non riceve ossigeno e non riesce più a funzionare, così nella complessa architettura di un ordinamento democratico, la riduzione del pluralismo mette in crisi il funzionamento di tutto il sistema ed impedisce ai meccanismi previsti dalla Costituzione di funzionare.

Non è un discorso astratto. C’è un esempio storico concreto che ci dimostra quanto sia importante il pluralismo: la vicenda della legge truffa.

Nel 1953, la coalizione politica al governo, guidata dalla Democrazia cristiana, pur godendo di una solida maggioranza parlamentare, concepì una riforma elettorale, la c.d. legge truffa, che gli avrebbe garantito una “sovrarappresentazione” nel parlamento rispetto alla volontà espressa dal corpo elettorale, a cui corrispondeva una equivalente “sottorappresentazione” delle altre forze politiche. Ciò avrebbe consentito alla maggioranza di essere più solida, con una maggiore garanzia dei stabilità dell’esecutivo.

All’epoca la Costituzione era largamente inattuata. Non esisteva ancora la Corte Costituzionale, non esisteva il Consiglio superiore della magistratura, vigevano le leggi di polizia emanate sotto il fascismo, che ostacolavano notevolmente l’esercizio delle libertà costituzionali da parte dei cittadini.

Se la legge truffa fosse passata, per moltissimi anni, un solo partito, la democrazia cristiana, avrebbe avuto la maggioranza assoluta in Parlamento.

In una siffatta situazione politica sarebbero forse state possibili quelle riforme che, un po’ alla volta, hanno implementato la Costituzione, i suoi principi, i suoi valori, le sue libertà?

Sarebbe stato possibile approvare leggi come il divorzio, la riforma del diritto di famiglia, la 194, lo statuto dei lavoratori, la riforma della disciplina militare, la smilitarizzazione della polizia, etc? Evidentemente no, perché queste leggi sono frutto del dialogo e di una sintesi fra le differenti forze politiche interessate all’attuazione della Costituzione. Dialogo imposto dal pluralismo, che non sarebbe stato possibile se il sistema avesse garantito artificialmente una maggioranza stabile ad un solo partito

8. La rottura del pluralismo come il vaso di Pandora

Da molti anni nel nostro paese è in atto un processo di riduzione del pluralismo politico nella società attraverso la concentrazione dei mezzi di comunicazione (giornali e televisioni) in una sola mano, nello stesso gruppo affaristico-politico. Nel periodo dell’avvento del fascismo nel nostro paese, il pluralismo dell’informazione veniva combattuto provocando la chiusura dei giornali col manganello. Adesso i giornali non si chiudono, ma si comprano, si comprano le televisioni e ci si impadronisce delle frequenze. Quindi si usa l’enorme potenza dei media concentrati nella mani del capo politico come una sorta di tele-manganello. Adesso che alla riduzione del pluralismo dell’informazione si è accoppiata una drastica riduzione del pluralismo politico nelle istituzioni, gli effetti deleteri di questi due fenomeni si combinano fra di loro.

Rompere il pluralismo è come rompere il vaso di Pandora, vengono fuori guai di ogni sorta.

Il nostro paese sta vivendo una drammatica contingenza politica nella quale i beni pubblici costituzionali sono aggrediti e vilipesi ogni giorno. La senatrice Albertina Soliani, un attimo fa, ci ha segnalato la gravità dell’ennesima aggressione alla magistratura compiuta proprio ieri (il 20 giugno) da Berlusconi a Bruxelles. Essa fa il paio con la lettera che Berlusconi ha inviato (come se fosse un suo dipendente) al Presidente del Senato, con la quale getta la spada della sua autorità sul piatto della discussione parlamentare riguardante i famigerati emendamenti blocca processi. Ebbene come non ricordare, davanti a tanta tracotanza, quel famoso discorso di Mussolini alla Camera il 3 gennaio 1925, quando rivendicò l’impunità per i crimini del fascismo, a partire dal delitto Matteotti, con queste testuali parole:

“Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia.(.) Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto.(.) Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”

Il fascismo all’epoca del suo avvento ebbe un problema analogo a quello che angustia oggi l’attuale classe dirigente: quello di sbarazzarsi della – sia pur limitata ma fastidiosa – attività di controllo dei giudici nei confronti delle violenze compiute dai fascisti. Però il fascismo non arrivò a bloccare l’esercizio della funzione giudiziaria per la stragrande maggioranza dei processi penali, come si intende fare adesso, ma ricorse ad uno strumento legale interno all’ordinamento giuridico, una legge di amnistia ( la legge 31 ottobre 1923 n. 2278).

Come se non bastasse l’attacco alla giurisdizione, adesso si mette in scena l’intervento dei militari in funzioni di polizia per creare artificialmente uno stato di emergenza utile ad appannare i confini fra la forza ed il diritto. Si costruiscono dei campi di concentramento riservati – per ora – agli immigrati e si introduce un nuovo diritto penale del tipo di autore, che consentirà di infliggere agli imputati con la pelle scura una pena più elevata di quella riservata agli imputati con la pelle chiara. E poiché abbiamo superato ogni pregiudizio ideologico sulla guerra, adesso ci prepariamo ad un uso bellico delle nostra forze armate nell’Afganistan.

E’ proprio il caso di dire, parafrasando la celebre canzone di Fausto Amodei per i morti di Reggio Emilia: “di nuovo come un tempo sopra l’Italia intera, fischia il vento, urla la bufera.”

9. C’è bisogno di una nuova chiamata: rinnovare il miracolo della resistenza

In questo clima avvelenato, in questa situazione di putrefazione morale e di regime che avanza, si stanno squagliando i partiti che per la loro eredità culturale dovrebbero difendere e attuare i beni pubblici repubblicani generati dalla Costituzione italiana. Non è un caso se questi partiti, che hanno sciolto l’unione delle forze democratiche, gettando nel fango la bandiera dell’antifascismo, adesso sono attanagliati da scontri e da crisi gravissime al loro interno, che hanno portato alla frantumazione dell’arcobaleno in mille rivoli, ed alla quasi implosione del Partito Democratico.

E’ una situazione che – ovviamente in modo molto meno drammatico – ricorda la condizione dell’Italia nel 1943. Quando tutto era perduto, l’esercito regio si era squagliato, il nostro paese era funestato dalla guerra che entrava in ogni casa ed invaso dalle truppe di occupazione tedesche e le classi dirigenti erano crollate sotto il peso delle loro infamie, allora si verificò il miracolo della resistenza.

Si verificò questa chiamata misteriosa – di cui ci parla Piero Calamandrei – che raggiunse persone che non si conoscevano fra di loro, che professavano diverse fedi, che appartenevano a diversi ceti sociali ed avevano diversi orientamenti politici, ma ad un certo punto si adunarono insieme, convocati dalla stessa voce che parlava a ciascuno di essi.

“Nessuno aveva ordinato l’adunata, questi uomini accorsero da tutte le parti e si cercarono e adunarono da sé. (.) Ma questa chiamata fu anonima, non venne dal di fuori: era la chiamata di una voce diffusa come l’aria che si respira, che si svegliava da sé in ogni cuore, nei più generosi e nei più pigri, un’ispirazione che sussurrava da dentro, che comandava dentro. (.) Le fedi erano diverse, erano diversi i partiti: ma c’era una voce comune che parlava per tutti nello stesso modo: e la sentirono anche gli uomini che fino a quel momento non avevano appartenuto ad alcun partito, ad alcuna chiesa. (..) Qualcuno ha parlato di “anima collettiva”, qualcuno ha parlato di “provvidenza”; forse bisognerebbe parlare di Dio, di questo Dio ignoto che è dentro ciascuno di noi, che parla contemporaneamente in tutte le lingue.” 2

Ora come allora, dobbiamo di nuovo confidare nel miracolo di questa chiamata ed adunarci di nuovo insieme per intraprendere una resistenza politica che ci conduca a ripristinare e dare nuova linfa vitale a quei beni pubblici repubblicani (dignità della persona umana ed universalità dei diritti dell’uomo, uguaglianza, pluralismo, partecipazione popolare) che sono il frutto del sacrificio della resistenza, chiudendo la porta a chiunque voglie entrare nel recinto sacro della democrazia, portandovi la profanazione con lo stivale speronato o con la faccia infarinata.

Gattatico, 21 giugno 2008

Domenico Gallo

1- Le citazioni sono tratte da Sergio Garavini, Ripensare l’illusione, Rubettino, 1999, pagg. 56, 63
2- Piero Calamandrei, Passato ed avvenire della Resistenza, in Uomini e città della Resistenza, Linea d’ombra, 1994

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

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