Beni pubblici Repubblicani e malessere della democrazia

1. Il tramonto di un regime

Il miglior Governo che abbiamo avuto negli ultimi 150 anni è scomparso improvvisamente in una piovosa giornata di novembre ed il suo conduttore è stato fisicamente scortato fuori dal Palazzo da una folla esultante per la sua caduta.

Il vento della crisi finanziaria internazionale, piuttosto che un’opposizione debole, ha spazzato via lo schermo di cartapesta al riparo del quale il regime aveva costruito la sua favola del Paese dei balocchi, guidato da un Sovrano celeste che sapeva trasformare i sogni in realtà. Un Sovrano, novello San Giorgio, perennemente in lotta con il Drago, costituito da comunisti e giudici che, per invidia o per malvagità, puntavano ad eliminarlo ed a distruggere il suo regno.

Una volta caduto il sipario del Truman Show, al posto del paese dei Balocchi è emerso un paesaggio oscuro, denso di macerie morali e materiali. All’uscita dal tunnel del berlusconismo, l’Italia si è trovata come se fosse all’uscita da una guerra: impoverita, oppressa da un debito pubblico fuori controllo, con le casse dell’erario svuotate, piagata dalla crescente disoccupazione e dall’emarginazione di masse crescenti di giovani, privati di un progetto per il futuro.

Malgrado la crisi internazionale, il regime è crollato su se stesso, travolto dalla sua ignavia, dal suo malgoverno, dalla sua putrefazione morale, dal dileggio che accompagnava i suoi uomini sulla scena internazionale.

Dopo soli tre mesi, quel regime che, con fasi alterne ha gravato sull’Italia per 17 anni, sembra archiviato definitivamente ed in un paese, che non ama coltivare la memoria, è facile perdere il ricordo dei guasti provocati dal berlusconismo e della sua natura ontologicamente incostituzionale.

Così come è difficile rendersi conto dei punti di resistenza effettivi e del valore delle garanzie che hanno impedito che la intrinseca vocazione al regime dei partiti del governo Berlusconi si traducesse nell’instaurazione di una vera e propria dittatura della maggioranza, come era accaduto nel 1925, quando un parlamento “democraticamente “ eletto con una legge elettorale molto simile a quella attualmente in vigore, approvando delle leggi speciali, aveva mutato i connotati del sistema politico, concentrando i poteri nella mani del Capo del Governo ed eliminando le autonomie individuali e collettive.

Più che sul piano politico è nell’ambito del dibattito giuridico che è stata messa a fuoco con chiarezza la natura del sistema berlusconiano e dei guasti istituzionali provocati dal suo avvento.

In un saggio presentato al Convegno annuale 2011 dell’Associazione italiana dei costituzionalisti, il prof. Allegretti ha scolpito la natura di questo sistema, definendo il Pdl e la Lega come due partiti ontologicamente incostituzionali.

Naturalmente la missione politica di due partiti ontologicamente incostituzionali non poteva che essere quella di demolire la Costituzione, nel suo impianto di organizzazione dei poteri e nei suoi principi fondamentali.

È nel campo delle pratiche quotidiane di governo, legislative, amministrative, giudiziarie, che si è svolto, un giorno dopo l’altro, il corpo a corpo sulla carta.

Il risultato è stato che nel complesso il Governo Berlusconi-Bossi e la sua maggioranza parlamentare hanno contestato, contrastato e rinnegato tutti i beni pubblici che la Costituzione ha valorizzato, ponendoli a base del vivere civile.

2. I tre referendum del 2011 sui beni comuni: il concetto di bene comune

Questa azione di smantellamento dei beni pubblici repubblicani ha trovato un crescente contrasto, non nei deboli partiti politici d’opposizione, ma nei movimenti di base che hanno promosso le tre campagne referendarie, sull’acqua pubblica, sul diniego dell’energia nucleare e sull’abrogazione del legittimo impedimento. Queste iniziative hanno creato una grande partecipazione popolare che ha fatto si che, dopo tanti anni, una consultazione referendaria avesse successo con il superamento del quorum. E’ stata proprio la campagna sull’acqua pubblica (ed, in misura altrettanto rilevante, quella sul nucleare) che, attraverso una mobilitazione capillare di base ha fatto riemergere nell’opinione pubblica, bombardata da anni di condizionamento ideologico sulle virtù delle privatizzazioni e del mercato, il senso del valore dei beni comuni. La consapevolezza che esistono dei beni che, per la loro stessa natura e per la relazione che noi abbiamo con essi, devono essere tenuti al riparo dalle logiche del mercato e delle privatizzazioni. Devono essere riservati ad uno spazio pubblico che ne consenta il godimento comune, rovesciando la logica privatistica che si fonda sull’accaparramento e sull’esclusione.

Prima che venisse promossa la campagna referendaria, una riflessione sui beni comuni era stata iniziata dalla Commissione Rodotà, istituita con decreto del Ministro della Giustizia nel giugno del 2007 con l’incarico di proporre una riforma del codice civile nelle parti relative alla proprietà pubblica. La Commissione si è resa conto che l’essenza dei beni comuni, tanto di natura fisica (acqua, aria, ghiacciai, lido del mare), quanto di natura culturale (pinacoteche, conoscenza, piazze, monumenti) non poteva essere ricompresa nel paradigma della proprietà privata, nè in quello della proprietà pubblica. Secondo l’impostazione della commissione Rodotà, quelli comuni, in tanto sono beni, in quanto siano accessibili a tutti. I beni comuni postulano la logica dell’inclusione, antagonista alla logica dell’esclusione che fonda la proprietà privata. Nessuno può dubitare, infatti, che il fondamento della proprietà privata è lo ius escludendi alios. Quello che caratterizza i beni comuni è il loro valore d’uso, comune ad una collettività indifferenziata di persone, e non quello di scambio. Pertanto i beni comuni vanno collocati fuori commercio e vanno gestiti con strumenti a vocazione pubblicistica al fine primario di soddisfare i diritti fondamentali della persona, costituzionalmente garantiti ed informati al principio di eguaglianza e solidarietà, anche nell’interesse delle generazioni future (1).

E’ questo il messaggio forte che viene fuori dalla consultazione referendaria. In particolare il referendum sull’acqua ci dice che l’acqua è un bene comune che deve essere gestito con strumenti a vocazione pubblicistica (per questo non può essere privatizzata la gestione del servizio idrico) al fine di soddisfare i diritti fondamentali della persona, fra i quali rientra il diritto a disporre della quantità di acqua necessaria ai suoi bisogni primari e che il patrimonio idrico non può essere saccheggiato, attraverso la privatizzazione, perchè è destinato a soddisfare i bisogni anche delle generazioni future.

In realtà tutti e tre i referendum per i quali abbiamo votato nello scorso mese di giugno riguardano la salvaguardia di beni comuni e la diversità dell’oggetto di ciascun referendum ci aiuta a comprendere meglio la natura dei beni comuni.

L’acqua è un bene naturale, deriva direttamente dalla natura, e diventa un “bene comune” in virtù della relazione con la popolazione presente in un dato territorio che ha bisogno di usare l’acqua in modo eguale e solidale per soddisfare i bisogni e quindi i diritti fondamentali della persona, garantiti dalla Costituzione.

Differente è la natura del bene comune tutelato dal referendum che ha interdetto il ricorso all’energia nucleare.

L’energia nucleare, non è né un bene, né un male naturale. Non si trova in natura. E’ una particolare tecnologia che incidendo sulla struttura dell’atomo, attua un processo produttivo dannoso per l’ambiente; in regime ordinario perchè produce scorie che rimangono radioattive per migliaia di anni, ma – soprattutto – foriero di danni incalcolabili per la vita dell’uomo e dell’ecosistema in caso di incidenti. Lo sviluppo dell’energia nucleare pone delle minacce concrete alla salubrità dell’ambiente naturale nel quale si svolge la nostra vita, molto più gravi delle tradizionali minacce generate dall’inquinamento che pure è un prodotto dei processi industriali di trasformazione delle materie prime in merci e del sistema dei trasporti.

L’abbandono dell’energia nucleare pertanto è una scelta politica funzionale alla salvaguardia di quel bene comune per antonomasia che è l’ambiente naturale nel quale si sviluppa la nostra vita e quella delle generazioni future. In questo caso il bene comune tutelato non è un particolare bene naturale, né un bene di natura culturale, ma è la natura stessa, culla e paradigma della vita umana.

Il terzo referendum, quello sull’abrogazione del legittimo impedimento, tutela anch’esso un bene comune, anche se in questo caso non si tratta di un bene di evidenza immediata. A differenza dell’oggetto del referendum sull’acqua e di quello sul nucleare, l’oggetto del referendum sul legittimo impedimento non è un bene che esiste in natura, è un bene immateriale, che sconta la sua natura artificiosa, così com’è artificiosa la democrazia. Il fatto che la democrazia non esiste in natura, non vuol dire che non sia reale, e non vuol dire che non produca dei beni accessibili a tutti, di cui tutti abbiamo bisogno, proprio come i beni naturali.

Nel nostro caso il referendum sull’abrogazione della leggina ad personam confezionata in Parlamento dai sarti di Berlusconi, mirava a ristabilire la piena operatività del principio sul quale si fonda la legalità in una società democratica, vale a dire che la legge è uguale per tutti. Questo principio è inscindibilmente connesso al bene supremo dell’eguaglianza, un architrave della Costituzione contro il quale il passato governo e la passata maggioranza hanno scagliato l’attacco più grave, attraverso leggi, provvedimenti amministrativi e ordinanze dei sindaci. Atti di differente natura ma tutti convergenti nel costruire la discriminazione e l’esclusione sociale nei confronti degli stranieri, dei Rom, degli emarginati e dei ceti sociali più deboli ed al tempo stesso a creare privilegi castali a favore dei un ceti di privilegiati, esonerati persino dal rispetto della legge.

3. Beni comuni e beni pubblici repubblicani

Il discorso sul referendum sulla legalità, nel raffronto con gli altri due referendum che avevano indubbiamente ad oggetto un bene comune, ci consente di meglio comprendere le assonanze e le interferenze fra il concetto di “bene comune” e quello di “bene pubblico repubblicano”.

Se noi guardiamo al nostro paese non come ad un luogo geografico, ma come ad un luogo politico, come ad una comunità di cittadini organizzata in Stato, in cui le istituzioni pubbliche debbono garantire la convivenza pacifica ed assicurare il soddisfacimento dei bisogni fondamentali per la vita di tutti gli associati, allora dobbiamo convenire che nella Costituzione è delineata la sostanza del nostro vivere civile, e sono delineati i confini dei nostri diritti e delle nostre libertà che le istituzioni democratiche devono promuovere, sviluppare, proteggere e garantire.

Nel momento in cui la Costituzione garantisce alla comunità degli associati il godimento di certi beni o il soddisfacimento di certi bisogni, essa istituisce dei beni pubblici, da considerare legittimamente repubblicani perchè integrano l’essenza della Repubblica, di cui tutti siamo ammessi a goderne in comune ed in condizione di eguaglianza. Quindi i beni pubblici repubblicani sono ontologicamente “beni comuni”, che non nascono dalla natura, anche se ad essa sono variamente collegati, ma sono istituiti dalla “politica”, cioè dalla dimensione politica di una comunità organizzata in Stato, che attraverso la Costituzione condivide un destino comune.

Oggi è all’ordine del giorno il problema drammatico della crisi del debito pubblico che strozza i bilanci degli Stati come il nostro che, a causa dell’elevato indebitamento sono esposti alle fluttuazioni della speculazione finanziaria internazionale ed alla dittatura dei mercati finanziari.

C’è stato chi ha provato a dividere idealmente pro-capite il debito pubblico italiano e ne ha tratto la conclusione che ogni neonato nasce gravato da un debito di circa 30.000 euro.
Astrattamente può essere vero, ma non ne dobbiamo trarre conclusioni angoscianti perchè ogni neonato che nasce in Italia anche se è gravato idealmente da un forte debito, tuttavia, acquista con la nascita un patrimonio di beni pubblici repubblicani che, anche da un punto di vista strettamente monetario hanno valore enormente superiore al debito.

Basti pensare al valore dell’istruzione, al valore dell’assistenza sanitaria che ci accompagna per tutta la vita, al valore dei servizi pubblici fondamentali come la giustizia che nel nostro ordinamento, a differenza che in altri, sono assicurati a tutti i cittadini con criterio di abbondanza (basti pensare alla copertura universale del servizio sanitario ed all’ultimo comma dell’art. 111 Cost. che garantisce che contro le sentenze ed i provvedimenti in materia di libertà personale è sempre ammesso il ricorso in Cassazione).

In prima approssimazione possiamo dire che la Costituzione istituisce un patrimonio di beni comuni (beni pubblici repubblicani), cioè di beni il cui godimento non può che essere collettivo di cui tutti noi siamo intitolati.

4. Articolazione dei beni pubblici repubblicani

Il primo livello corrisponde a quei beni pubblici (l’istruzione pubblica, la sanità pubblica, la giustizia, la polizia), collegati all’erogazione di servizi che si possono facilmente identificare e quantificare poiché hanno un costo (molto oneroso, ma definito) a carico della fiscalità generale.

Proprio per il loro carattere oneroso, questi beni pubblici-fine per svilupparsi hanno bisogno di un altro bene pubblico, un bene pubblico-mezzo, ad essi strumentale: l’erario.

La Costituzione istituisce il bene pubblico dell’erario e stabilisce i criteri attraverso i quali deve essere alimentato (art. 53): “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

Un secondo livello corrisponde a quei beni pubblici che non sono direttamente collegati all’erogazione di un servizio, ma tuttavia assicurano alla generalità dei cittadini il godimento di beni comuni, beni reali per quanto immateriali, che non possono essere quantificabili, ma sono altrettanto importanti quanto il godimento dei beni pubblici della prima categoria.

Quando, nei principi fondamentali, all’art.9 la Costituzione stabilisce:
“La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio ed il patrimonio storico ed artistico della nazione”, con questa norma vengono istituiti e riconosciuti come beni pubblici repubblicani una serie di beni immateriali che noi oggi, dopo l’esperienza del referendum sull’acqua, non avremmo difficoltà a identificare come “beni comuni”.

Innanzitutto il bene della conoscenza, comprensivo sia della cultura, sia della ricerca scientifica. L’espressione tutela del paesaggio è un termine arcaico, che non può essere letto riduttivamente come tutela dei valori paesistici, ma deve essere considerato come il fondamento della tutela dei valori ambientali, quindi non solo la bellezza ma anche la salubrità dell’ambiente ed il rispetto del territorio contro ogni politica di dissipazione. Il Patrimonio storico ed artistico della Nazione, che in Italia è enormente superiore a quello degli altri paesi, è istituito come un bene pubblico repubblicano. Questo esclude che un Governo per fare cassa, magari su istigazione di qualche istituzione finanziaria, un domani possa consentire la privatizzazione od il saccheggio del patrimonio storico ed artistico della nazione, che deve restare un bene incommerciabile, accessibile a tutti, patrimonio indisponibile del popolo italiano.

Ma esiste anche un’altra categoria di beni immateriali che garantiscono un interesse comune e che la Costituzione eleva a livello di beni pubblici repubblicani.

Proprio oggi si è svolto in tutta italia lo sciopero indetto dalla federazione dei lavoratori metalmeccanici. Le mura delle nostre città sono state tappezzate da un manifesto portante lo slogan della manifestazione: il lavoro è un bene comune.

Non si può non essere d’accordo, il lavoro è un bene comune, ma non è un bene in rerum natura, è un bene comune in quanto istituito dalla Costituzione come supremo bene pubblico repubblicano.

Il principio lavorista, generato dall’art. 1 della Costituzione (l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro) costituisce uno dei cinque principi fondamentali che reggono l’edificio delle Costituzione.

Gli altri sono:

  • il principio democratico (art. 1)
  • il principio personalista (art. 2 e 3)
  • il principio pluralista (art.2)
  • il principio internazionalista o supernazionale (artt. 10 e 11).

Il lavoro è posto a fondamento della Repubblica (art. 1). Non si tratta di una espressione lieve o banale. Basti pensare quanto essa appare polemica, oggi, rispetto ad un modello economico-sociale in cui tutti gli indici di riferimento sono fondati sul mercato e sulla proprietà privata. Né si tratta di una scelta di classe a favore dei lavoratori dipendenti, quale avrebbe potuto essere adombrata nell’espressione “Repubblica democratica di lavoratori” proposta dai partiti di sinistra nell’Assemblea costituente. In realtà la dignità del lavoro è strettamente collegata ai diritti della persona. Di qui l’affermazione del diritto-dovere al lavoro, riconosciuto a tutti i cittadini, e del dovere della Repubblica di renderne effettivo l’esercizio (art. 4). Di qui il principio, contenuto nell’art. 35, secondo cui “La Repubblica tutela il lavoro in tutte le sue forme.”

Il bene comune lavoro richiede che le persone siano occupate in modo qualitativamente accettabile e coerente con il pieno rispetto dei diritti costituzionali. Il lavoro come bene comune comporta la tutela di questo bene sia nei confronti del capitale privato (proprietà), sia nei confronti del sistema politico (governo) che del capitale privato sempre più frequentemente è succube. E’ stato osservato, quindi, che: “il fine precipuo della difesa del lavoro come bene comune è quello di consentire ai lavoratori l’accesso ad una esistenza libera e dignitosa nell’ambito di una produzione ecologicamente sostenibile”. (2)

Non v’è dubbio che in questo momento il bene comune lavoro è sottoposto ad un attacco durissimo da una politica assoggettata ai dictat del potere privato che vuole smantellare i presidi che la legge a posto a tutela della dignità del lavoro, a cominciare dall’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, perchè si avveri la profezia nera di Marchionne, che ha annunziato l’avvento di una nuova epoca blasfemamente paragonata all’avvento del Cristianesimo.

Infine vi è un terzo livello di beni pubblici repubblicani. Questi beni non esistono in natura, sono beni artificiali, frutto di quella grande convenzione sociale che è la Costituzione. E tuttavia non sono meno importanti per la nostra vita delle altre due categorie di beni pubblici di cui abbiamo fatto cenno. Anche se non comportano una fruizione immediata, come potrebbe essere per il servizio sanitario, essi sono concettualmente di importanza superiore agli altri perchè costituiscono il necessario paradigma all’interno del quale sono inseriti e si sviluppano tutti gli altri beni pubblici repubblicani. Sono i beni tipici della democrazia: la divisione dei poteri ed il sistema delle garanzie, il pluralismo, le autonomie individuali e collettive (diritti di libertà), la rappresentanza, attraverso l’esercizio del diritto di voto (che per la Costituzione deve essere personale, uguale, libero e segreto) e la partecipazione popolare (art. 49: tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamentre in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale).

5. La contestazione dei beni pubblici repubblicani nell’ultima esperienza di governo.

L’esperienza ultrasessantennale di vita delle istituzioni repubblicane ci ha insegnato che la Costituzione non ha mai goduto di buona salute poiché le maggioranze che si sono succedute al governo del paese non l’hanno mai accettata, né si sono identificate in essa al 100%. Vi sono state delle fasi di maggiore o minore attuazione della Costituzione, ma non era mai accaduto, fino all’avvento dell’ultimo governo Berlusconi-Bossi, che la maggioranza politica e di governo fosse conferita a forze politiche ontologicamente anticostituzionali, nemiche giurate della Costituzione.

Abbiamo accennato prima che il passato governo con la complicità della sua maggioranza parlamentare ha contestato e cercato di smantellare tutti i beni pubblici repubblicani di cui la Costituzione ha intitolato il popolo italiano.

L’attacco più grave è stato quello rivolto ai principi supremi dell’eguaglianza e della dignità inerente ad ogni membro della famiglia umana. Nell’ideologia berlusconiana l’universalismo dei diritti umani è stato cancellato in modo forsennato e sostituito dall’egoismo individuale, sociale e di gruppo, inteso come nuovo vangelo del vivere civile. Sono stati di nuovo introdotti nell’ordinamento giuridico i semi del razzismo e della discriminazione, per es. con il divieto dei matrimoni misti, fino a quando la Corte Costituzionale non li ha cancellati.
Il bene pubblico dell’istruzione è stato aggredito con lo scopo di ridimensionarlo ed aprire il “mercato” dell’istruzione ai privati, attraverso la riduzione delle risorse, degli spazi e dei tempi della scuola pubblica.

Il bene pubblico dell’ambiente è stato aggredito attraverso i ripetuti condoni edilizi (gli ultimi due sono stati disposti da due diversi governi Berlusconi nel 1994 e nel 2003), la progettazione di opere faraoniche ed inutili come la TAV ed il ponte sullo stretto di Messina e la miriade di disposizioni che hanno ridimensionato le normative di tutela ambientale.
L’ aggressione al bene della dignità del lavoro è avvenuta attraverso la precarizzazione crescente dei rapporti di lavoro e la demolizione delle garanzie e delle tutele giurisdizionali, fino ad arrivare all’art.8 del decreto legge della manovra dell agosto 2011 (D.L. 13/8/2011 n. 138 conv. convertito con la L. 14/9/2011 n. 148), con il quale la tutela della dignità del lavoro e dei lavoratori è stata sottratta all’impero della legge e consegnata alla dinamica dei rapporti di forza. Questa norma, infatti, ha introdotto una disciplina che, mira a smantellare lo statuto dei lavoratori e con esso l’intero edificio del diritto del lavoro, affidando a soggetti privati la facoltà di dettare regole, in deroga a quelle leggi dello Stato, attraverso le quali si è incarnato il principio lavorista. Una disciplina che consente di smantellare la tutela pubblica contro il licenziamento illegittimo, in deroga all’art. 18 dello Statuto ed anche in violazione della Carta dei Diritti fondamentali dell’Unione Europea.

Infine, da ultimo, ma non per ultimo, il governo Berlusconi ha condotto una politica dissennata di dissipazione del bene pubblico dell’erario. (Abbiamo visto che il bene pubblico dell’erario ha un’importanza fondamentale perchè è un bene strumentale indispensabile per attuare i beni pubblici fine che sono posti a base del nostro vivere civile).

Una politica fondata sulla denigrazione costante della solidarietà economica e sociale, incarnata dal mantra del Governo che non mette le mani nelle tasche degli italiani.
Una volta equiparato il pagamento delle tasse ad un furto commesso dallo Stato ai danni dei cittadini, è stato incoraggiato il saccheggio dell’erario, realizzato attraverso l’eliminazione dell’ICI sulla prima casa, condoni e regali agli evasori, scudi fiscali, ed incoraggiamento all’evasione, attraverso la riduzione dei controlli e la delegittimazione delle imposte.

Infatti il debito pubblico durante i tre anni dell’ultimo governo Berlusconi ha avuto un’impennata fortissima. E’ passato da 1.602,115 miliardi di euro nel 2007 a 1.905,012 miliardi di euro nel novembre del 2011 quando Berlusconi è andato via. Nello stesso periodo lo spread fra i titoli del debito pubblico italiano e quelli del debito pubblico tedesco è passato da 37 ad oltre 500 punti base.

Tutti questi guasti però non possono essere ascritti esclusivamente all’avvento della Lega e del berlusconismo che da oltre 17 anni sta inquinando la vita politico-istituzionale del nostro paese. Né i pericoli per i beni pubblici repubblicani si possono considerare superati adesso che il Governo Berlusconi non c’è più.

E’ vero che con il tramonto del miglior Governo che abbiamo avuto negli ultimi 150 anni, si è arenata l’iniziativa politica rivolta contro l’architettura dei poteri costituzionali e quindi l’aggressione all’indipendenza della magistratura e al sistema delle garanzie e la declinazione cesaristica dei poteri del capo del Governo.Non per questo, però, si è verificata l’espansione automatica dei beni pubblici repubblicani che la Costituzione ha garantito al popolo italiano. Anzi proprio lo sciopero che si è svolto oggi ci segnala che il bene comune lavoro è fortemente contrastato dall’aggressione dei poteri privati a cui il potere pubblico tende a sottomettersi. Permane la difficoltà ad ottenere, in questo Parlamento, in cui sono state espulse le forze più direttamente interessate alla tutela dei beni comuni, la rappresentazione delle domande sociali, dei bisogni e degli interessi di larga parte del popolo italiano.

6. Il malessere della democrazia

Qui viene in gioco il discorso sui beni pubblici repubblicani che, per comodità dialettica, abbiamo chiamato di terzo livello e che riguardano l’essenza della democrazia.

E’ evidente che da molti anni c’è un malessere della democrazia politica in Italia. E’ una crisi che viene da lontano e la degenerazione rappresentata dal berlusconismo non è la causa principale, ma in un certo senso l’effetto di questa crisi.

Molti apprendisti stregoni si sono alternati al capezzale della democrazia malata ed hanno proposto le cure più strampalate, che per lo più miravano ad uccidere la paziente, decretando l’obsolescenza della Costituzione.

Così è stata inventata la “seconda Repubblica”, formula disgraziata e malefica perchè postulava la delegittimazione della Costituzione. L’avvento della “seconda Repubblica” sarebbe stato determinato dall’introduzione di un sistema elettorale maggioritario, sperimentato a partire dal 1994 e meglio conosciuto con il nome di “mattarellum” al quale sono state attribuite doti palingenetiche.

E’ stata inventata la formula della democrazia governante in cui gli elettori sono chiamati ad eleggere il governo (ed il suo Capo) ed il sistema politico è stato sottoposto alle forche caudine di un inusitato bipolarismo forzato, a spese della rappresentanza e del pluralismo.

Con il passaggio dal “mattarellum” al “porcellum”, sia pure attraverso un diverso metodo elettorale, è stata confermata l’impostazione maggioritaria e bipolare della precedente legislazione, che è stata portata ad uno stadio ulteriore, attraverso l’eliminazione di ogni residua possibilità del corpo elettorale di influire sulla formazione della rappresentanza parlamentare.

La conseguenza è che attualmente tutti i rappresentanti del popolo sono stati nominati dai capi o dai padroni dei partiti, senza che il popolo abbia potuto mettervi becco.

In questo modo gli eletti, più che rappresentanti del popolo sono – anche in senso tecnico – dei delegati di partito, anzi del capo politico che li ha nominati ed al quale sono legati da un vincolo di fedeltà estremo. In questo modo è stato completamente svuotato il principio sancito dall’art. 67 della Costituzione che prevede che: “ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato”.

L’esperienza di questa legislatura ci mostra che questo vincolo di fedeltà estremo al Capo politico è stato portato sino all’assurdo, ed oltre il limite della decenza, fino al punto da decretare la parentela fra Mubarak e Ruby-rubacuori.

In tal modo il principio costituzionale della rappresentanza, che è il bene comune principale della democrazia, ha subito la massima compressione possibile, aggravando ancor di più la crisi costituzionale italiana, il cui cuore è costituito, non già dalla carenza di governabilità, bensì dal distacco dei cittadini dalla politica del “palazzo” espropriata da un ceto politico che, non a caso, viene percepito come una “casta”.

Adesso che il bipolarismo forzato è imploso su sé stesso, dopo aver portato l’Italia sull’orlo del fallimento, ci sono quelli che invocano il passaggio ad una fantomatica terza Repubblica in cui i partiti dovrebbero fare un passo indietro per consentire il governo dei tecnici lungo l’asse del pensiero unico che legittima una politica unica, fondata su una sorta di “liberismo scientifico” e dettata dalle istituzioni finanziari e internazionali.

Anche questa cura è strampalata, non guarisce il malato e finirebbe per aggravare il malessere della democrazia, anziché di alleviarlo.

Dunque, nè seconda, nè terza Repubblica. Bisogna ritornare alla Costituzione ed al suo spirito originario. Bisogna chiedersi se il malessere nasce dal fatto che è stato compiutamente attuato il progetto di democrazia delineato in Costituzione o se nasce dalla mancata attuazione o dall’abbandono di questo progetto. In altre parole se il male sta nella Costituzione o sta fuori di essa.

7. I fattori risalenti di crisi della democrazia italiana: la crisi del partito politico

I fattori di crisi della democrazia italiana sono molteplici, si sono incancreniti nel tempo, hanno ricevuto interpretazioni distorcenti ed interessate.

Il modello di democrazia che abbiamo ricevuto dai nostri padri costituenti, fondato sul pluralismo, sulla centralità del parlamento, sul ruolo dei partiti come canali di partecipazione popolare, è stato, sotto molteplici profili, boicottato, delegittimato ed infine sfigurato da riforme varie che hanno modificato la “costituzione materiale”, neutralizzando principi ed istituti fondamentali per il buon funzionamento di ogni democrazia, a partire dal principio democratico.

Il principio democratico postula la democrazia rappresentativa, intesa come costante potestà del popolo sovrano di indirizzare e controllare l’esercizio del potere mediante il sistema della rappresentanza. La sovranità si esercita, pertanto, attraverso gli organi rappresentativi della volontà popolare, però il raccordo fra la volontà popolare e le istituzioni non avviene soltanto attraverso lo strumento (formale ed insostituibile) del voto. La democrazia non si esaurisce in un unico atto, compiuto ogni cinque anni, nel chiuso dell’urna, ma deve essere praticata ogni giorno. Nel disegno dei costituenti, tutti i cittadini sono chiamati a concorrere, con metodo democratico, a determinare la politica nazionale, associandosi in partiti (art. 49 Cost.). La funzione dei partiti (intesi astrattamente come libere associazioni di cittadini per fini politici) non si esaurisce nel predisporre il canale di accesso dei rappresentanti nelle istituzioni rappresentative, ma è una funzione duratura e costante. Il modello di democrazia concepito dai costituenti è un modello “partecipatorio” ed inclusivo. I cittadini si associano, per organizzare i loro bisogni e le loro domande politiche, renderle evidenti, coniugarle con gli altri attori sociali e proporle al sistema politico, nel quadro di un dibattito politico permanente, nel quale le istituzioni rappresentative sono immerse. Il partito democratico di massa è concepito dalla Costituzione come espressione diretta ed organizzata di esigenze della società, dunque canale di mediazione reale fra la società e le istituzioni, come la fornace che alimenta la democrazia politica e porta lo Stato nella società e la società nello Stato. Nel disegno costituzionale il partito politico, strumento essenziale per il funzionamento della democrazia rappresentativa, è una struttura della società civile.

L’evoluzione storica, invece, ci ha fatto assistere ad una crisi strutturale della forma partito. Il partito politico ha subito uno snaturamento delle sue funzioni, trasformandosi tendenzialmente da strumento per la partecipazione dei cittadini alla vita politica, a struttura di potere autoreferenziale.

Il male è risalente nel tempo. Questa degenerazione del ruolo del partito politico era stata colta per tempo ed accoratamente denunziata da Enrico Berlinguer che in una profetica intervista concessa al quotidiano La Repubblica il 28 luglio del 1981, così si esprimeva:

“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.“

Purtroppo la denunzia di Berlinguer è rimasta lettera morta e la sua critica non ha impedito l’ulteriore degenerazioni del sistema dei partiti che sono definitivamente usciti fuori dall’orbita della società civile e si sono trasformati in ristrette elités che hanno occupato le funzioni politico-amministrative, piegandole a fini autoreferenziali. La chiave per consolidare il potere delle elités di partito è stata il passaggio al sistema maggioritario nel 1993.

Eppure soltanto pochi, all’epoca, si erano resi conto – come ebbe ad osservare lucidamente, nel 1999, Sergio Garavini – che le proposte di sistema elettorale maggioritario, erano soprattutto rivolte a “consolidare e potenziare la forma attuale dei partiti, i quali hanno sempre più perduto il carattere di formazione democratica di massa, per accentuare il ruolo dominante dei gruppi dirigenti e dei leaders in stretta relazione con i poteri istituzionali a tutti i livelli. Ai partiti – osservava Garavini – si garantisce una rappresentanza nel Parlamento designata e gestita dai gruppi dirigenti, insindacabile dagli elettori, che possono solo votare o la singola persona nei collegi uninominali o così com’è la lista di partito nel voto proporzionale. Vi è su questo punto, di fatto, l’accordo generale, perché questa soluzione propone una fuga alla crisi dei partiti come forme di democrazia di massa, come espressione diretta ed organizzata di esigenze della società, dunque di mediazione reale fra la società e le istituzioni. E ne convalida e cristallizza sia il ruolo integralmente di potere istituzionale, sia il regime interno di autorità dei gruppi dirigenti e dei leaders” (3).

Adesso, con la legge Calderoli, e con gli effetti che essa ha prodotto in termini di discredito del Parlamento e snaturamento della funzione dei partiti, questo processo è arrivato al culmine e rischia di travolgere le istituzioni politiche rappresentative, sotto l’ondata dell’antipolitica. Infatti, non a caso, si parla di terza Repubblica e di passo indietro dei partiti.
La Costituzione, come abbiamo visto, ha intitolato il popolo italiano di un patrimonio di beni comuni, istituiti come beni pubblici repubblicani. Ha anche previsto i canali e gli strumenti per tutelare questi beni pubblici che, a parte il ruolo insostituibile delle funzioni di garanzia, sono affidati nelle mani del popolo italiano a cui spetta in definitiva il ruolo di interprete e custode di questi beni comuni, attraverso il gioco della rappresentanza politica e della partecipazione popolare per determinare la politica nazionale.

Non possiamo aspettarci che una tecnocrazia illuminata, magari ispirata da strutture internazionali o sovranazionali, prenda cura dei beni comuni che la Costituzione ha riconosciuto, istituendoli come beni pubblici repubblicani, se non ce ne prendiamo cura noi stessi.

La Democrazia si guarisce dai mali che l’affliggono con gli strumenti della democrazia. Bisogna disincrostare i canali della partecipazione popolare, renderli fluidi come devono essere in un organismo le arterie che trasportano il sangue. Occorre ripristinare la rappresentanza, in questo momento mortificata al massimo grado, ricreando le condizioni di agibilità del sistema politico.


1 Ugo Mattei, Beni Comuni, Laterza, 2011, pagg. 83,84
2 Ugo Mattei, op. cit., pag.54
3 Le citazioni sono tratte da Sergio Garavini, Ripensare l’illusione, Rubettino, 1999, pagg. 56, 63

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

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