Il crepuscolo di Re Giorgio

Più si diffonderanno senso di responsabilità e senso del dovere, senso della legge e senso della Costituzione, in sostanza senso della Nazione, più si potrà creare quel clima di consapevolezza e mobilitazione collettiva che animò la ricostruzione post-bellica.

Nel suo discorso di fine anno, in cui ha preannunciato le sue prossime dimissioni, il Presidente Napolitano ha concluso richiamando il senso della Costituzione.

Non possiamo che compiacerci se un Capo dello Stato che ha avuto il privilegio di essere eletto due volte, conclude la sua lunghissima missione richiamando il senso della Costituzione.

In verità se guardiamo agli ultimi anni è difficile ritrovare il senso della Costituzione nell’esercizio del suo mandato.

E’ ben vero che il mandato del Presidente Napolitano si è sviluppato in un contesto storico in cui sono andate al Governo, per ben due legislature, forze politiche ontologicamente incostituzionali, come Forza Italia-Pdl e la Lega nord, che hanno assunto come propria missione quella di demolire la Costituzione, nel suo impianto di organizzazione dei poteri e nei suoi principi fondamentali.

Se il tentativo di instaurare un regime non è riuscito, ciò è avvenuto perché hanno resistito le istituzioni di garanzia e i poteri di controllo: Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, sistema dell’indipendenza della magistratura, e – sia pure ridotto al lumicino- il pluralismo nei mezzi di informazione. Pur godendo di ampie maggioranze parlamentari, questo schieramento politico ha dovuto subire lo smacco di non riuscire a controllare il Presidente della Repubblica, grazie alla lungimiranza dei Costituenti, che hanno sfalsato il ruolo del Presidente rispetto alle singole legislature. Va da sé che se Berlusconi e Bossi fossero riusciti ad eleggere una loro controfigura come Capo dello Stato, non avrebbero funzionato gli anticorpi istituzionali che sono riusciti ad arginare gli attacchi più gravi all’ordinamento democratico e a bloccare il percorso verso una dittatura della maggioranza. Basti pensare al ruolo della Corte Costituzionale che, malgrado i linciaggi mediatici subiti da Berlusconi e dalla sua Corte, è riuscita a sventare il tentativo di regalare al Capo politico l’immunità dal controllo giurisdizionale e a cancellare le norme che riecheggiavano le leggi razziali introdotte ad iniziativa della Lega nord, come il divieto dei matrimoni misti. In effetti se Berlusconi e Bossi fossero riusciti a controllare il Capo dello Stato, avrebbero potuto maggiormente influenzare la composizione della Corte Costituzionale fino a neutralizzarne il ruolo di garanzia con conseguenze a cascata sull’esercizio degli altri poteri di controllo.

Questa situazione eccezionale di emergenza democratica ha messo in rilievo il ruolo del Presidente della Repubblica, esaltandone le competenze che gli sono state attribuite dalla Costituzione, che – in tempi normali – si riducono ad un ruolo quasi notarile. Sono noti gli scontri e gli attacchi durissimi che la corte dei giornali e delle TV di Berlusconi hanno rivolto al Presidente Scalfaro, difensore intransigente della legalità repubblicana. Attacchi che non hanno risparmiato il Presidente Ciampi che, dopo un periodo di quieto vivere, ha esercitato con rigore i suoi poteri, per es. rinviando alle Camere una scandalosa legge sull’ordinamento giudiziario, che avrebbe fortemente compromesso l’indipendenza della magistratura ed esprimendo chiaramente disfavore per la riforma costituzionale approvata dalla maggioranza di centro destra nel 2005 e bocciata dal referendum del giugno 2006.

Dei tre Presidenti non omogenei alla maggioranza di centro-destra, Napolitano, è stato quello più accomodante. Basti pensare al ritardo con cui ha rinviato alla Camera il Governo Berlusconi in crisi di fiducia, consentendogli di ribaltare il risultato a lui sfavorevole (il 14 dicembre 2010) attraverso l’acquisto di alcuni parlamentari dell’altro schieramento. Eppure quando ha voluto Napolitano è stato capace di arginare gli abusi del governo Berlusconi e di farsi baluardo della legalità repubblicana, resistendo ad aggressioni e tentativi di linciaggio morale, com’è avvenuto quando si è rifiutato di avallare una normativa palesemente incostituzionale come il c.d. decreto legge Eluana Englaro, deliberato dal Consiglio dei Ministri il 6 febbraio 2009. In quel caso Napolitano ha mostrato i muscoli ed ha interpretato con grande dignità il suo ruolo di garanzia, che in tante altre occasioni è venuto meno, per es. attraverso il silenzio assordante di fronte alle scandalose aggressioni che il Presidente del Consiglio Berlusconi compiva, anche in sede internazionale, alla magistratura ed alla Corte costituzionale.

Con la caduta del governo Berlusconi nel novembre 2011, Napolitano ha assunto un ruolo di direzione politica, prima inventando la figura di Monti, come una specie di deus ex machina, sceso in terra per salvare l’Italia dal tracollo economico e poi assumendo, sempre di più il ruolo di guardiano delle scelte politiche liberiste, imposte all’Italia dai vertici europei e realizzate per il tramite del governo del Presidente.

Nella parte finale del suo primo mandato e nei mesi successivi del secondo mandato, il ruolo di Napolitano si è ancora di più trasformato in quello, di un Presidente alla francese (non più istituzione politica di garanzia), detentore del potere di indirizzo politico, attraverso la nomina di governi di sua fiducia e da lui sostenuti e guidati nelle scelte politiche fondamentali.

Così da guardiano della Costituzione si è trasformato in sollecitatore delle riforme costituzionali, terreno sul quale ha realizzato la convergenza forzata del PD e di Forza Italia, partendo dal falso presupposto che la modifica degli equilibri delle istituzioni rappresentative, come richiesta dai poteri finanziari internazionali, costituisca una condizione indispensabile per lo sviluppo economico. Così ha ripetutamente definito intollerabile il bicameralismo ed ha sollecitato il Parlamento a fare presto la riforma e le opposizioni a non opporsi. Ha censurato i sindacati, ammonendoli a non ostacolare il percorso del governo verso quelle riforme, per es. il Job’s Act, che demoliscono le conquiste realizzate dai lavoratori nel novecento, assumendo la tutela del Governo Renzi, come una missione istituzionale.

Insomma in questo finale di partita, Napolitano ha assunto le vesti di un altro Presidente, Francesco Cossiga che è passato alla storia come il picconatore, per la sua ansia di demolire i tratti salienti della democrazia costituzionale nel nostro paese, considerati non più in linea con i tempi.

Com’è avvenuto con Cossiga, non rimpiangeremo il suo mandato.

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

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