L’ora più buia

L’ora più buia è il titolo del fortunato film di Joe Wrigh, che racconta i dilemmi di Winston Churchill alle prese con la fase più drammatica della guerra, quando nel maggio del 1940 l’esercito inglese, sconfitto dai nazisti, stava per essere sopraffatto a Dunquerke. Si parva licet componere magnis, l’ora più buia per il nostro Paese è quella segnata dalle elezioni del 4 marzo Persino nel 2008, quando stravinse il centrodestra, totalizzando oltre 17 milioni di voti (con il c.d. Popolo della Libertà al 37%), non ci fu una batosta simile per il centro-sinistra. All’epoca la coalizione guidata dal Pd che aveva espulso Rifondazione, Socialisti e Verdi, prese il 37% dei voti ed il Pd ottenne 12 milioni di voti (33%), mentre la sinistra arcobaleno rimase fuori dal Parlamento col 3,12%, avendo comunque preso più voti di quanti ne ha ottenuti adesso Liberi ed Uguali.

E’ una sconfitta storica che porta a compimento un processo autodistruttivo del ceto politico di centro-sinistra che viene da lontano; processo che Renzi con la sua arroganza e con la sua spericolata corsa a destra ha soltanto accellerato. E’ un processo che travolge tutti, anche quei settori della sinistra c.d. antagonista che non si sono omologati o si sono sottratti tardivamente al giogo renziano.

Il risultato deludente di Liberi e Uguali è frutto di un doppio fallimento, quello derivante dall’incapacità di costruire un unico polo elettorale a sinistra del PD, grazie alla faziosità delle opposte componenti che hanno fatto fallire il progetto unitario del Brancaccio, e quello derivante dal metodo di composizione delle liste, schiacciate sull’esigenza di assicurare la sopravvivenza del vecchio ceto politico-parlamentare a scapito della valorizzazione delle esperienze di partecipazione sul territorio.

Tuttavia se si considera il risultato complessivo di Pd, LeU e PaP, viene fuori che gli oltre 2 milioni di voti in uscita dal Pd non sono stati recuperati da nessuno a sinistra. Per giunta il disastro è stato amplificato dalla legge elettorale che, attraverso il meccanismo delle false coalizioni, ha consentito alla destra di conquistare seggi nei collegi uninominali persino in quelle zone dell’Emilia e della Toscana che tradizionalmente erano appannaggio del Pd ed ha favorito la fuga degli elettori del Pd verso i 5 Stelle, unica forza politica capace di competere utilmente nel collegio uninominale.

I meccanismi istituzionali che hanno consentito al ceto politico del centro-sinistra di esercitare il potere di governo senza il bisogno di un consenso popolare genuino, grazie ad una rappresentanza parlamentare autoreferenziale, impenetrabile alle domande ed ai bisogni popolari, invulnerabile alle critiche o ai malumori che provengono dalla società civile, alla fine hanno presentato il conto.

Alla fine abbiamo scoperto che dietro questo arrogante ceto politico il popolo non c’era.

La frana dell’area politica di sinistra e centrosinistra avviene in un contesto europeo in cui il tramonto delle forze socialdemocratiche apre la strada ad una destra nazionalista, rancorosa, xenofoba che costituisce il frutto di una elaborazione paranoica del lutto prodotto da una crisi economico-sociale di cui non si vede la fine.

L’Italia non fa eccezione, se la destra è cresciuta nel suo complesso di due milioni di voti rispetto alle elezioni del 2013, al suo interno si è verificato un terremoto perché le componenti più xenofobe, la Lega e Fratelli d’Italia, hanno quadruplicato i loro voti guadagnando circa 5 milioni di voti.

Se il governo cadesse nelle mani di un centrodestra a guida Salvini sarebbe un evento luttuoso per la democrazia italiana.
Per fortuna l’avanzata della destra ha trovato un argine nella crescita del Movimento 5 Stelle, che ha occupato quello spazio di consenso popolare che sinistra e centrosinistra hanno perduto.

Per quanto sia difficile capire l’identità politica del Movimento, che rimane una nebulosa, e per quanto ne sia oscura la struttura politica, bisogna aprire un dialogo costruttivo con la sua forza parlamentare per scongiurare l’avvento del governo della destra ed aprire la strada ad un percorso politico che affronti con decisione le piaghe della povertà, della disoccupazione, della precarietà del lavoro e della vita, prima che la sofferenza sociale si trasformi definitivamente in disperazione, trascinandoci nella notte di un nuovo fascismo.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

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