Stiamo attraversando un’epoca di imbarbarimento dell’ordine internazionale che ci dà l’impressione di vivere all’interno di un incubo, come nella distopia disegnata da Philip Roth nel romanzo Il complotto contro l’America che ipotizzava una contro-storia in cui Charles Lindberg vinceva le elezioni presidenziali nel 1940 al posto di Roosevelt e instaurava un regime filonazista negli Usa.
In effetti dai bassifondi della storia stanno riemergendo gli scheletri del razzismo, della guerra, del genocidio, che pensavamo di avere sepolto nel 1945 con l’instaurazione di un nuovo ordine internazionale fondato sul ripudio della guerra, sulla cooperazione fra le nazioni e sul primato della democrazia e dei diritti dell’uomo. A livello nazionale le promesse di quel nuovo ordine hanno trovato compiuta realizzazione nella Costituzione della Repubblica italiana, che ha saputo coniugare magistralmente il principio internazionalista-pacifista con il principio democratico-pluralista e garantire i diritti sociali nel quadro di un ordinamento saldamente ancorato all’equilibrio dei poteri.
Dopo le difficoltà iniziali, dovute alla durezza della Guerra fredda, negli anni 70 del Novecento, la rivoluzione promessa (Calamandrei) immanente nei principi programmatici della Costituzione ha trovato in larga parte attuazione. Ciò ha portato a una maggiore democratizzazione delle strutture statali (Polizia, Forze armate) e a una crescita dei diritti sociali (statuto dei lavoratori), dei diritti civili (divorzio, aborto) e dei diritti di cittadinanza (sistema sanitario universale). Questo processo si è progressivamente arrestato e ha assunto un segno contrario con l’esaurirsi della spinta propulsiva dei partiti a base popolare.
I mutamenti introdotti nella scena internazionale dai fatti dell’89, hanno determinato anche un vero e proprio terremoto nel nostro ordinamento politico. La caduta delle principali ideologie che avevano animato il dibattito politico del ’900 ha disvelato la crisi – già in atto – e la progressiva perdita del carattere democratico, partecipatorio e di massa dei principali partiti politici che hanno guidato la vita pubblica italiana e il loro trasformarsi in ristrette élite, gruppi di potere avulsi dai bisogni e dalle domande sociali.
Gli anni tumultuosi della c.d. Seconda Repubblica ci hanno fatto assistere a una crescente insofferenza per il modello di democrazia prefigurato dalla Costituzione italiana, della quale i ceti politici dirigenti, a partire dall’ex PdR Francesco Cossiga, hanno decretato l’obsolescenza.
La crisi del partito politico di massa ha aperto la strada alla crisi della democrazia italiana. A questa crisi i gruppi dirigenti dei partiti hanno cercato di porre rimedio inseguendo il mito della stabilità degli esecutivi, al prezzo della partecipazione popolare. Contestualmente è stata smantellata la cultura della solidarietà e dei diritti che faceva da aggregante del partito di massa ed è stato smantellato il sistema dei valori, cioè dei significati che organizzavano l’agire politico, riducendo la politica a mera lotta di élite e consegnandola nella dimensione della più totale anomia. Si è diffuso il mito della rigenerazione del sistema politico attraverso il ricorso a sistemi elettorali maggioritari che hanno modificato la “Costituzione materiale” al punto che il nuovo ordinamento politico è stato arbitrariamente battezzato come “Seconda Repubblica”.
Il risultato è stata una progressiva diminuzione della fiducia dei cittadini nelle istituzioni politiche rappresentative e una ancora maggiore sfiducia nei partiti politici, trasformatisi in centri di potere autoreferenziali, con la conseguenza che ormai la metà degli elettori disertano le urne.
Le riforme elettorali maggioritarie fortunatamente hanno ricevuto un ridimensionamento dalla Corte costituzionale che ha bocciato il “Porcellum” e l’“Italicum”. Una marcata tendenza alla verticalizzazione del potere ha guidato i ripetuti tentativi di stravolgere gli assi portanti della democrazia costituzionale attraverso i progetti di grandi riforme costituzionali che si sono susseguiti nel tempo. I progetti più ambiziosi si sono concretizzati nella riforma Berlusconi (2005) e nella riforma Renzi (2016), entrambe cancellate dal popolo italiano con il referendum. L’esigenza di addomesticare una corrente politica anti-istituzionale che puntava alla rottura dell’unità della Repubblica ha portato alla ambigua riforma del titolo V, introdotta dal centrosinistra nel 2001. La riforma ha introdotto nel tessuto della Repubblica un baco che si è materializzato 20 anni dopo con l’insidioso progetto dell’Autonomia differenziata. Il vento nuovo portato dal governo più a destra che ci sia mai stato nella Repubblica italiana, sta propiziando molte forme di ritorno all’antico e prepara – se non sarà contestata – una svolta verso una “democrazia illiberale”, in direzione della quale si muovono le riforme costituzionali in cantiere, il premierato e la riforma del sistema d’indipendenza della magistratura, artificiosamente denominata “separazione delle carriere”, attualmente sottoposta al giudizio degli elettori con il referendum fissato per il 22 e 23 marzo. Alle riforme costituzionali programmate dal governo Meloni si affianca il progetto dell’autonomia differenziata, mai abbandonato malgrado i paletti messi dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 192 del 2024. Delle forze politiche che hanno sempre vissuto l’avvento della Costituzione come frutto di una loro sconfitta storica, adesso stanno cercando di riprendersi una rivincita e di mutare l’identità della Repubblica attraverso l’indebolimento dei cardini dello Stato di diritto e il ricorso a una legislazione d’emergenza rivolta a mutare il rapporto fra i cittadini e i poteri pubblici.
La Costituzione della Repubblica costituisce l’argine contro il quale si abbattono i marosi dei poteri selvaggi che in Italia, come in Europa e nel resto del mondo occidentale, lavorano per demolire quel patrimonio di civiltà irrecusabile (nel quale c’è il ripudio della guerra e i principi della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) che l’umanità ha conquistato attraverso un lungo e doloroso processo storico.
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(articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 15 marzo 2026)