Tenere a bada la magistratura, cioè il potere di controllo di legalità, perché non interferisca con l’esercizio del potere esecutivo, non faccia “invasioni di campo”, è un rovello che agita da sempre il potere politico. In alcune epoche storiche questa esigenza è stata sentita in modo particolarmente acuto. Nel discorso che Mussolini tenne alla Camera il 3 gennaio 1925 nel quale si assunse la responsabilità politica per il delitto Matteotti, la sostanza di quell’intervento, che viene considerato il punto d’inizio del regime fascista, fu la rivendicazione della supremazia della politica sulle regole e sulla giurisdizione: “Si inscena la questione morale, e noi conosciamo la triste storia delle questioni morali in Italia. […] Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un’associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!”
Nello Statuto albertino le garanzie di indipendenza della magistratura erano debolissime, tuttavia ciò non impedì che le indagini effettuate a seguito dell’assassinio di Matteotti creassero serie difficoltà al nuovo potere politico che si stava instaurando in Italia. Per questo si intervenne con le leggi “fascistissime” anche per rendere inoffensiva la magistratura, sia attaccando l’Associazione Generale dei Magistrati (che fu costretta ad autosciogliersi), sia punendo, con la destituzione, quei giudici impertinenti che avevano remato contro. Con la legge 24 dicembre 1925 n. 2300 fu consentito al governo di dispensare dal servizio quei funzionari dello Stato che “per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori di ufficio, non diano piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si pongano in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del Governo”. Per rendere più efficace la repressione del dissenso, con la legge 25 novembre 1926 n. 2008 fu istituito il Tribunale speciale per la difesa dello Stato. Si trattava di un Tribunale militare composto da ufficiali e membri della milizia che giudicava avvalendosi della procedura penale militare per il tempo di guerra per cui contro le sue sentenze non era esperibile alcun mezzo d’impugnazione. Memori di questa esperienza, i Costituenti hanno stabilito (art. 102) che: “Non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali.” Per mettere in riga i magistrati il governo Meloni non ha trovato niente di meglio che istituire un nuovo Tribunale speciale, denominato pomposamente Alta Corte disciplinare. La Costituzione prevede (art. 111) che: “Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, (..) è sempre ammesso il ricorso in Cassazione per violazione di legge.” E’ consentito una deroga a questo principio “soltanto per le sentenze dei Tribunali militari in tempo di guerra”. Con la riforma Nordio, la deroga è stata estesa anche alle sentenze pronunciate dalla Alta Corte di giustizia contro i magistrati in tempo di pace. Per quanto riguarda il codice che dovrà usare l’Alta Corte, la riforma attribuisce alla legge ordinaria il compito di determinare gli illeciti disciplinari. Poiché gli illeciti disciplinari sono già disciplinati dalla legge, è evidente che si vuole attribuire alla maggioranza il compito di creare ulteriori illeciti disciplinari. È lecito chiedersi quali fattispecie abbiano in mente i riformatori. Se noi guardiamo alla vicenda della giudice Iolanda Apostolico che giunse a dimettersi dalla magistratura dopo essere stata crocifissa per aver emesso un provvedimento, incensurabile in diritto ma incompatibile con la politica migratoria del governo, e per aver partecipato, cinque anni prima, ad una manifestazione di protesta al porto di Catania, è facile trovare la risposta. I nuovi illeciti disciplinari colpiranno quei magistrati che “per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori di ufficio non diano piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si pongano in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del governo”. L’ Alta Corte disciplinare è un ottimo strumento per produrre conformismo nell’esercizio del potere giudiziario e sventare quelle invasioni di campo che danno tanto fastidio alla nostra amata leader. Per fortuna quando la storia si ripete le tragedie si trasformano in farsa, ma i pagliacci in politica sono sempre pericolosi.
(articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 21 febbraio 2026 con il titolo: Così l’Alta Corte può intimidire i magistrati )
Caro Professore
Non posso che condividere .
Ho timore per i miei figli e i miei due nipotini …che tornino s vivere i tempi bui di un passato non lontanissimo .
Per questo ancora una volta bisogna
“Resistere resistere resistere ”
Con stima
Ivo bussolin commercialista in Monselice (PD)
Grazie carissimo per la chiarezza ed il contenuto del tuo articolo.
Come sempre, lucido, puntuale, incontrovertibile! Ci fornisce argomenti da far circolare fuori da questa cerchia in cui già tutti siamo convinti! Grazie!
Non dimentichiamo anche che la misura più usata contro gli avversari politici, o semplicemente contro coloro sospettati di non avere simpatia per il regime, era la condanna al confino, che poteva anchecm avere 4 o 5 anni di durata e che era decisa senza passare dalla magistratura
Grazie