“Legge elettorale: torniamo alla Costituzione”. È il titolo di un’iniziativa politica promossa da 160 costituzionalisti che hanno lanciato un grido d’allarme denunciando i numerosi profili d’incostituzionalità della riforma elettorale proposta dal governo Meloni. Il 30 giugno a Roma i promotori hanno chiamato giuristi, politici e giornalisti a confrontarsi sulle ragioni che rendono questa nuova legge elettorale costituzionalmente inammissibile, invitando le forze democratiche a una intransigente battaglia di opposizione. Il messaggio dei costituzionalisti ha avuto un eco politico importante per la presenza, assieme ad altri, dei segretari dei due principali partiti d’opposizione, Conte e Schlein. Il valore politico di quest’iniziativa sta nel fatto che, com’è accaduto nel referendum sulla giustizia, si è creata una sinergia fra la cultura espressa dalla migliore società civile e il mondo politico, usualmente rinchiuso in una dimensione di mere convenienze tattiche. È importante che le principali forze politiche abbiano assunto gli argomenti della Costituzione mettendoli alla base della loro opposizione al sistema elettorale disegnato dalla riforma Meloni. Quando si mette al primo posto la non sacrificabilità della rappresentanza al mito della governabilità, quando si postula la libertà degli elettori di scegliersi i propri rappresentanti e l’eguaglianza dei voti espressi dai cittadini, vuol dire che sono stati sconfessati i miti coltivati in una lunga stagione politica, trainata da Veltroni, che ha portato il Pd ad approvare nel 2017 una riforma elettorale, il rosatellum, che presentava gli stessi difetti che oggi si imputano al melonellum, tranne uno (la designazione del candidato presidente del Consiglio).
Il tema del ritorno alla Costituzione, cioè del ritorno a una politica che si muova lungo i binari segnati dalla Costituzione e ne assuma i suoi valori come punti cardinali, non si è arrestato alla critica della riforma elettorale, ma è stato uno stimolo ad andare oltre, a percorrere una strada che possa dare una indicazione di senso alla proposta politica con la quale le opposizioni si preparano ad affrontare la prossima sfida elettorale. È importante che Conte, dopo aver denunciato il percorso di demolizione della democrazia costituzionale in atto, abbia superato una formula insignificante come “campo largo”, invocando l’esigenza che le opposizioni costruiscano una “Alleanza per la Costituzione”. L’intervento di Conte ha suscitato sconcerto negli ambienti “moderati” tant’è che sul Corriere della sera Massimo Franco solleva una polemica ridicola sostenendo che il riferimento a una Alleanza per la Costituzione “sembra fatto apposta per evocare fantasmi eversivi nello schieramento di governo”. È significativo che Elly Schlein sia venuta su questo terreno dichiarando che “non c’è miglior programma politico che attuare la nostra costituzione antifascista, articolo per articolo”. Quindi la Schlein ha parlato di tutela della salute, di istruzione, di dignità del lavoro e di diritti dei lavoratori. Sono tutte indicazioni positive ma quello che ci preoccupa è il non detto. La Costituzione non si esaurisce in un programma economico-sociale, quel programma si inserisce in un contesto di valori, al vertice dei quali c’è il ripudio della guerra e la costruzione della pace e della giustizia fra le Nazioni. La pace è la condizione imprescindibile per dare attuazione ai diritti individuali e sociali incarnati nel programma economico-sociale dettato dalla Costituzione. Anche la semplice minaccia della guerra pregiudica i diritti economico-sociali. La sciagurata corsa agli armamenti promossa dalla Nato e dalla Ue incide direttamente sulle condizioni di vita di milioni di persone. Le risorse destinate ai cannoni sono sottratte agli ospedali e alle scuole e allo sviluppo.
I vertici delle istituzioni UE hanno imboccato la strada del warfare al posto del welfare. A queste scelte in Europa hanno contribuito i gruppi parlamentari dei socialisti europei, compreso il Pd, mentre si sono opposti 5 Stelle e Avs. Ma non si tratta solo di far quadrare i bilanci, il problema è il futuro: verso quale orizzonte ci stiamo muovendo. Una coalizione che vuole battere la destra dei nazionalismi e delle guerre deve proporre una visione del futuro. Quale visione sono capaci di indicare quelle forze politiche che si sono accodate alla Von der Leyen e hanno votato il suo progetto “Readiness 2030”, che ci vuole pronti a una guerra con la Russia (cioè a una Terza guerra mondiale) nel 2030? È questa la visione del futuro che andremmo a proporre al popolo italiano nel giorno del giudizio elettorale? Se la coalizione impugna la carta della Costituzione, allora deve mantenere fede alla promessa dei padri costituenti di salvare le generazioni future dal flagello della guerra, che di nuovo sta provocando sofferenze indicibili all’umanità.
(articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 5 luglio 2026 con il titolo:Uniti per la Costituzione dunque: no alla guerra)
L’unica legge elettorale rimane il proporzionale puro.
Secondo me, bisogna dare -in primis- valore alla rappresentanza come supporto costituzionale alla democrazia parlamentare. Si potrebbe ipotizzare un secondo turno facendo “gareggiare” le prime due liste, se nessuno non ha raggiunto la maggioranza assoluta. Nel secondo turno, chi partecipa avrebbe la facoltà di creare coalizioni.
L’importante è dare rappresentanza al Parlamento e poi pensare alla governabilita’.
D’accordo su tutto. Si tratta però di impostare una campagna che valga anche per cambiare l’ UE. Anche per questo Alleanza per la Costituzione ( italiana) non può funzionare Funzionerebbe invece a mio avviso Alleanza per una democrazia costituzionale ed avrebbe il vantaggio di funzionare concretamente per Italia ed Europa. Ricordiamo che l’ UE non ha “costituzione” ed oggi è governata “a la Cart” soprattutto da chi è fuori UE come Gran Bretagna e Ucraina oltre che da una onnipotente Commissione dai poteri assoluti. Le osservazioni di Massimo Franco sono strumentali ma sono bombe chge vanno privare dell’innesco.