I retroscena della Guerra

Adesso che la Jugoslavia, dopo la rivoluzione democratica e legalitaria di Costunica, si appresta a smarcarsi dal ruolo di vinto e di nemico in cui era stata confinata dalle Cancellerie occidentali, si è aperta concretamente la possibilità di voltare pagina rispetto alle terribili vicende della guerra. Volgendo lo sguardo all’indietro, conviene chiedersi quando, come, e da chi questa pagina è stata aperta.

Poiché l’unico risultato politicamente apprezzabile dell’evento bellico del 1999 è stato quello di legittimare – di fatto – il ricorso unilaterale alle armi da parte della NATO per regolare (senza peraltro riuscirvi) le situazioni di crisi internazionali, è evidente che il punto di svolta, che ha aperto la strada alla guerra è rappresentato dalle scelte che sono maturate, nell’ambito della NATO, relative alla legittimità dell’intervento militare.

In queste scelte il nostro paese, a differenza di altri paesi che avevano scarsa voce in capitolo, ha giocato un ruolo cruciale. Senza l’adesione convinta dell’Italia, infatti, la guerra non avrebbe potuto nemmeno essere programmata. Senza l’uso illimitato delle basi italiane e la cooperazione del dispositivo militare italiano, la NATO non avrebbe mai potuto impiegare la geometrica potenza delle sue armi contro la Jugoslavia. La partita politica che si è giocata per giungere al “battesimo del fuoco” da parte della NATO è avvenuta intorno alla collocazione internazionale del nostro paese.

A questo riguardo bisogna ricordare che durante le infuocate vicende della guerra in Bosnia, per la decisa posizione assunta all’Italia, durante il Governo Dini, fu stabilito che la NATO non aveva legittimità a ricorrere a misure comportanti l’uso della forza senza la preventiva autorizzazione del Consiglio di Sicurezza, come del resto prevede la Carta delle Nazioni Unite. Addirittura in questo periodo il ministro degli esteri del Governo Dini, Susanna Agnelli, diede platealmente uno schiaffo agli Stati Uniti, vietando – per qualche tempo – che fossero dislocati ad Aviano i cacciabombardieri invisibili Stealth, (che saranno i principali protagonisti della guerra del 99). Questa posizione assunta dal Governo Dini fu ereditata dal Governo Prodi e lo stesso Dini, come ministro degli esteri la mantenne in piedi, come posizione ufficiale della Farnesina, in dichiarazioni pubbliche e comunicati stampa, fino al settembre del 1998. Nella primavera del 1998 quando iniziò la guerriglia dell’UCK, provocando la scomposta, ma prevedibile, reazione delle forze di sicurezza serbe, la NATO lanciò un duro monito a Belgrado (il 28 maggio), lasciando intravedere la possibilità di un suo intervento militare a favore della resistenza kosovara. Questo posizione non poteva che incoraggiare l’UCK sulla strada della guerriglia che, seppure perdente sul campo, poteva funzionare (come in effetti funzionò) da detonatore per l’intervento militare occidentale. Però c’era un problema: la NATO aveva le mani legate perché non poteva fare ricorso alle armi, in funzione di peacemaking, senza l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, come previsto dalla Carta dell’ONU. Qualcuno doveva sciogliere la mani alla NATO e togliere alle sue bombe la sicura del diritto. Nel corso della primavera, dell’estate e del mese di settembre del 1998 si sviluppò un dibattito sulla possibilità che la NATO intervenisse militarmente nel Kosovo, anche in assenza di una formale autorizzazione da parte del Consiglio di Sicurezza. Tale dibattito nascondeva un conflitto politico durissimo fra Stati Uniti e Gran Bretagna (che sostenevano la tesi della legittimità del ricorso alla forza) e l’Italia che continuava ad opporsi. Tale posizione, peraltro, non era affatto scontata all’interno del Governo italiano, in quanto il Ministro della difesa dell’epoca, Beniamino Andreatta, propugnava l’allineamento totale dell’Italia alle esigenze degli Stati Uniti, secondo la tradizionale politica di “fedeltà atlantica”. Tuttavia gli equilibri politici di maggioranza escludevano che il governo Prodi potesse assumere una posizione differente da quella del governo Dini senza rischiare una crisi. E’ sorta a questo punto per l’Alleato americano l’esigenza di provocare un mutamento di Governo in Italia per ottenere una maggioranza più omogenea alle esigenze belliche della NATO. Poiché non si poteva correre il rischio di nuove elezioni, il cui esito non sarebbe stato prevedibile, è sorta l’esigenza di trovare una maggioranza di ricambio che potesse fare accrescere il tasso di “fedeltà atlantica” dell’Italia, sostituendo Rifondazione comunista con forze più omogenee alla NATO. A questo punto è stato attivato il più autorevole dei terminali della CIA nel sistema politico italiano, l’ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, l’uomo di Gladio. Cossiga, che fino all’inizio del 1998 aveva svolto un ruolo di tutore del centro-destra, con la pretesa addirittura di contenderne la leadership a Berlusconi, nella primavera del 1998 improvvisamente ha cambiato strada. Ha intrapreso una operazione politica in virtù della quale è riuscito a staccare una frazione di deputati e senatori dal centro destra, fondando l’Udeur, con il dichiarato scopo di far nascere una nuova maggioranza politica che sostituisse quella basata sull’alleanza dell’Ulivo più Rifondazione e guidata da Prodi.

L’operazione Udeur guidata da Cossiga è stata banalizzata come se fosse una manifestazione del peggiore costume trasformistico italiano. Ed invece tale operazione, aveva uno specifico significato ed un preciso obiettivo di natura internazionale: quello di provocare un mutamento della posizione internazionale dell’Italia e di ottenere la legittimazione della NATO al ricorso alla guerra, come strumento della politica di potenza americana.

Tale operazione è perfettamente riuscita, anche per l’insipienza della sinistra italiana.

Il 9 ottobre il Governo Prodi è battuto alla Camera. Il 12 ottobre capitola la resistenza dell’Italia alla macchina da guerra della NATO.

Un comunicato di Palazzo Chigi del 12 ottobre 1998 informa che il Consiglio dei Ministri ha deciso di autorizzare il rappresentante permanente dell’Italia presso il Consiglio Atlantico ad aderire al c.d. Activation order. “ Di conseguenza – recita il comunicato – l’Italia metterà a disposizione le proprie basi qualora risulterà necessario l’intervento militare da parte dell’Alleanza atlantica per fronteggiare la crisi del Kosovo…Nell’attuale situazione costituzionale – conclude il comunicato – il contributo delle forze armate italiane sarà limitato alle attività di difesa integrata del territorio nazionale. Ogni eventuale ulteriore impiego delle Forze armate italiane dovrà essere autorizzato dal Parlamento.”

Il giorno successivo, il 13 ottobre, il Segretario Generale della NATO, Solana, emana l’activation order e conferisce al Comandante militare (SACEUR), gen. Clark, il potere di ordinare attacchi armati contro la Repubblica federale Jugoslava. E’ il 13 ottobre del 1998 che la macchina da guerra della NATO accende (non solo in senso simbolico) i suoi motori. Non li spegnerà più. E’ iniziata in questo modo la vigilia di quell’avventura bellica che solo adesso si sta per concludere.

La conferma che le cose sono andate proprio così, adesso, ce la da uno dei protagonisti di questa vicenda, l’ex ministro della Difesa, Carlo Scognamiglio, il quale sul Foglio del 4 ottobre ci fa sapere che, per fare la guerra, è stato necessario cambiare governo in Italia. Polemizzando con James Rubin, l’ex portavoce di Madeleine Albright, Scognamiglio dichiara testualmente:

“A Rubin sfugge che in Italia avevamo dovuto cambiare governo proprio per fronteggiare gli impegni politici-militari che si delineavano in Kosovo…Prodi ad ottobre aveva espresso una disponibilità di massima all’uso delle basi italiane, ma per la presenza di Rifondazione nella sua maggioranza non avrebbe mai potuto impegnarsi in azioni militari. Per questo il senatore Cossiga ed io ritenemmo che occorreva un accordo chiaro con l’on. D’Alema” In che cosa consisteva questo accordo? “Due parti. La prima era il rispetto dell’impegno per l’euro..la seconda era il vincolo di lealtà alla NATO:l’Italia avrebbe dovuto fare esattamente ciò che la NATO avrebbe deciso di fare.”

Questo è esattamente ciò che l’Italia ha fatto. Adesso che la missione è compiuta Cossiga può rientrare nel centro destra. D’Alema è già tornato a casa.

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

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