Un fascismo morbido?

Sebbene Massimo D’Alema ci ripeta ogni giorno che non bisogna parlare di regime, specialmente dopo l’assassinio del prof. Marco Biagi, noi che non accettiamo di farci intimidire dalle provocazioni dei terroristi, non possiamo abbassare la soglia del pensiero e rinunziare a ricercare la verità di quanto ci accade.

Non è questo il momento di minimizzare i rischi che corre la democrazia costituzionale di fronte alla nuova dimensione del potere politico, economico e mediatico che incalza. Quando si parla di regime si pensa ad un mutamento delle istituzioni sulla scia di pratiche o concezioni politiche di tipo fascista.

Il fascismo non è soltanto un’esperienza storica, come tale conclusa ed irripetibile. E’ anche una categoria politica, come tale può suscitare dei fenomeni ricorrenti nei periodi di crisi della politica. In tutti i fenomeni politici di fascismo vi sono dei tratti comuni.

Due sono le categorie che assumono valore identificativo. La prima è la concezione dei diritti fondamentali, la seconda è la concezione monista (totalitaria) del potere.

Il fascismo non contesta l’esistenza di diritti fondamentali, quello che non riesce proprio ad accettare è la concezione della loro universalità. Nel fascismo è tratto identificativo la presenza di un principio di discriminazione, che si può esprimere in vari modi, a seconda della diverse situazioni storiche, manifestandosi sotto forme razziali o etniche o religiose, o in altro modo. Ebbene noi vediamo avanzare nella cultura e nella pratica di questo gruppo dirigente (non solo nella Lega) una politica attiva di disconoscimento dei diritti fondamentali nei confronti delle categorie deboli.

La legge sull’immigrazione costituisce il primo banco di prova. Il testo votato dal Senato, anche se rende più precaria la situazione dei lavoratori migranti e li grava di maggiori fardelli burocratici, non innova radicalmente la disciplina preesistente, se non su un punto estremamente qualificante. La legge colpisce i diritti fondamentali degli immigrati e dei profughi, facendo sostanzialmente venir meno le garanzie della giurisdizione, su una questione che può avere anche valore di vita o di morte qual’è quella dell’espulsione o del rimpatrio. Il testo unico della legge sugli stranieri all’art. 19 prevede il divieto di espulsione verso Stati in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione. La questione è di notevole peso perché nella persecuzione ci può essere anche la tortura o l’uccisione. Il nuovo testo licenziato dal Senato non cancella tale divieto (sarebbe stato indecente) però lo rende sguarnito della garanzie giudiziarie, dal momento che l’espulsione può essere contestata soltanto a posteriori, dopo che è stata eseguita.

Un altro punto qualificante, che riguarda direttamente il diritto alla vita, qual è la questione dei profughi in mare, è stato oggetto di una disciplina che ha un carattere sinistro. Mi riferisco al famigerato emendamento che prevede il ricorso alla marina militare in acque internazionali. Noi abbiamo già conosciuto l’esito catastrofico che ha provocato, nella Pasqua del 1997 l’intervento della Marina militare in funzione di contrasto delle imbarcazioni dei profughi. Tale intervento allora non era previsto da alcuna legge, avvenne su istruzioni del Ministro della difesa dell’epoca, Andreatta. Dopo il naufragio della nave albanese nel Canale d’Otranto, ed il procedimento giudiziario che ne è seguito, evidentemente le istruzioni sono cambiate e la Marina militare non è stata più adoperata per azioni di contrasto alla navigazione delle carrette dei mari, né tantomeno si è pensato di inserire nell’ordinamento delle norme che legittimassero un tale intervento. Nel testo licenziato dal Senato, invece, si prevede l’intervento della Marina militare in acque internazionali, ma la norma non dice in che modo questa azione di contrasto deve essere esercitata. La questione viene risolta con una norma in bianco, che rimanda al Governo il potere di definire le modalità di intervento con decreto interministeriale.

Che istruzioni saranno date alle navi della Marina militare della quale si è voluto – a tutti i costi – prevedere l’intervento in acque internazionali in funzione di contrasto all’immigrazione clandestina?

Un altro argomento sensibile sul fronte dei diritti fondamentali è quello dell’ordine pubblico. I fatti di Genova sono un esempio illuminante di come questo nuovo ceto dirigente intende tutelare l’ordine pubblico ed il diritto a manifestare pubblicamente il dissenso politico. E’ ben vero che siamo in presenza di un processo di rimilitarizzazione e di fascistizzazione strisciante delle forze di polizia che viene da lontano e che ci ha dato delle sinistre avvisaglie già durante il periodo del centro-sinistra, però a Genova c’è stata un’accellerazione ed un salto di qualità inconcepibile. Sono stati ampiamente superati i limiti dello Scelbismo. La polizia di Scelba era durissima nel contrastare la piazza, ma non effettuava dei raid nei luoghi del movimento, come la Camere del Lavoro o le Case del popolo, del tipo di quello che è stato effettuato alla scuola Pertini/Diaz , la notte del 21 luglio. Una vera e propria spedizione punitiva contro i dissenzienti, a seguito della quale sono state ricoverate in ospedale 66 persone delle 93 presenti.

Infine c’è un terzo livello che riguarda l’approccio di questa maggioranza al tema dei diritti, che è quello dei diritti sociali. Non è possibile impegnarsi in una discussione sulle principali questioni che emergono dalla legge delega per la riforma del mercato del lavoro, che punta a demolire tutto l’edificio delle garanzie del lavoro come è stato costruito negli ultimi 40 anni. In questo contesto l’attacco furioso che il berlusconismo sta portando contro l’art. 18 dello statuto (anche attraverso l’emarginazione della giustizia del lavoro) esprime una esigenza di demolizione del sistema dei diritti dell’uomo lavoratore, che si può giustificare soltanto nell’ottica di un fondamentalismo politico che tende a stabilire il primato dell’impresa sui diritti della persona.

E’ veniamo al secondo corno dell’identità dei fenomeni politici di tipo fascista: la concezione monista (totalitaria) del potere.

I fascismi nella prima metà del secolo scorso hanno praticato una concezione totalitaria del potere. In Italia il totalitarismo è stato costruito attraverso un veloce processo di demolizione del pluralismo e delle autonomie realizzato da un ceto dirigente che aveva conquistato una ampia maggioranza parlamentare nelle elezioni politiche del 1924. Oggi questo processo non sarebbe più possibile perché viviamo in una realtà politica, economica ed istituzionale completamente differente. Nel 1924 non c’era una Costituzione rigida che poneva dei limiti insuperabili al potere legislativo, non c’era una Corte costituzionale, non c’era un sistema che garantiva l’indipendenza della magistratura, non c’erano i vincoli penetranti che provenivano dall’ordinamento internazionale e dal sistema di integrazione europea, non c’era un Europa, come potere sopranazionale con la capacità di imbrigliare la legislazione nazionale e di porre paletti e regole. Oggi questo nuovo ceto politico si muove in un quadro in cui il totalitarismo è oggettivamente impossibile. Tuttavia Berlusconi ed i suoi amici perseguono con determinazione la stessa concezione monista del potere che animava Mussolini ed i suoi amici e stanno facendo dei passi avanti forzando tutte le regole e gli ostacoli che incontrano, attaccando il sistema delle autonomie e della distribuzione e diffusione dei poteri delineato dalla Carta costituzionale, in ciò agevolati da alcune sciagurate riforme introdotte dal centro-sinistra.

La prima crepa nell’edificio del pluralismo costituzionale è venuta dall’introduzione del maggioritario che ha depotenziato la separazione fra Parlamento e Governo ed ha svuotato i partiti politici della funzione di rappresentanza. Tuttavia le aporie del maggioritario, che questo governo sfrutta alla massima potenza, sono presenti anche in altri ordinamenti, come per es. in Inghilterra, quindi non costituiscono il tratto distintivo di questo nuovo fenomeno politico, che presenta caratteri peculiari sotto altri profili.

Pensiamo al sistema delle autonomie, che costituiscono l’antidoto assoluto al totalitarismo concepito dai nostri costituenti. In particolare ai due snodi fondamentali, collegati al pluralismo istituzionale (sistema dell’indipendenza della magistratura) ed al pluralismo individuale e delle formazioni sociali, fondato sulla libertà di espressione del pensiero (art. 21 cost.). Il fascismo chiudeva i giornali dell’opposizione, dapprima con la violenza degli squadristi e dopo con la forza delle leggi. Oggi viviamo in tempi diversi, la libertà di stampa e di comunicazione del pensiero con altri mezzi non può essere attaccata. Adesso non si possono più mandare delle squadracce a chiudere dei giornali e non si può più istituire una censura di regime. Ed allora si punta ad ottenere lo stesso risultato con altri mezzi. Loro i giornali non li chiudono, li comprano. Comprano le televisioni e le case editrici, ed adesso controllano anche la TV pubblica (sia pure con un po’ di difficoltà), con la conseguenza che il 90% della comunicazione sociale è soggetta ad un controllo politico e ad una censura ferrea nell’interesse del berlusconismo. Certo quel dieci per cento che rimane libero nel sistema della comunicazione sociale è per loro incomprimibile. Ci sono le colonne d’Ercole dell’articolo 21 della costituzione che non possono essere oltrepassate. Però anche quel 10% è insidiato, attraverso un’altra strada. Oggi i libri dei vari Travaglio e compagni possono circolare e trovare un limitato spazio di attenzione in quanto esiste una autorità giudiziaria indipendente che – finora – ha respinto tutti gli attacchi volti a far chiudere la bocca – per via giudiziaria – a tutti i biografi non autorizzati del Presidente e degli altri dignitari del regime. E’ chiaro che manipolando l’autorità giudiziaria anche questi spazi residui si possono restringere.

E veniamo all’attacco a quello snodo essenziale del pluralismo istituzionale che è il sistema dell’indipendenza della magistratura. Qui l’attacco viene portato su più fronti.

Il primo di questi fronti è quello della legalità. Sta avanzando un processo inusitato nella storia della Repubblica che è volto a ridurre il livello di legalità, riducendo così lo spazio dei controlli per garantire l’impunità al ceto politico di regime. Le leggi sul rientro dei capitali, sul falso in bilancio e sulle rogatorie (come anche le nuove normative sugli appalti pubblici) ne sono un esempio illuminante.

Il secondo fronte è quello delle intimidazioni ai magistrati che avvengono con aggressioni continue, creando delle vere e proprie gogne medianiche.

Gli atti di intimidazione dei giudici compiuti attraverso denigrazioni ripetute ed ossessive compiute da vari personaggi ed in varie sedi sono ormai così stratificati che è impossibile persino riepilogarli. Basti pensare alle ripetute uscite dell’ex sottosegretario Taormina e all’incredibile mozione parlamentare del 5 dicembre, con la quale il Senato ha sottoposto a pesanti critiche i provvedimenti giudiziari relativi ai processi penali in corso riguardanti l’on. Berlusconi e l’on. Previti, accusando i magistrati di essersi ribellati alla legge ed alla Corte Costituzionale e di “usare l’alto mandato, con le relative prerogative previste dalla Costituzione, ai fini di lotta politica, fino ad interferire nella vita politica del paese”, per finire alla solenne accusa rivolta ai magistrati di mani pulite dal Presidente del Consiglio, di aver scatenato in Italia “una guerra civile”, ispirata da un “complotto comunista”.

Il terzo fronte è quello dell’attacco mosso all’ordinamento giudiziario ed al ruolo ed alle funzioni del CSM. Il fascismo aveva messo al bando e disciolto l’Associazione Generale dei Magistrati italiani ed aveva espulso dalla magistratura i suoi dirigenti, in virtù di una legge eccezionale e temporanea (la L. 24/12/1925 n. 2.300) che dispose la dispensa dal servizio per quei magistrati che “per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori di ufficio non dessero piena garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si ponessero in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del Governo.”

Oggi la Costituzione ha reso quella strada assolutamente impraticabile, però, pur non potendo sciogliere l’Associazione Nazionale Magistrati, il Ministro Castelli ha presentato un disegno di legge di riforma del sistema elettorale del CSM che ottiene l’effetto pratico di sciogliere “politicamente” l’ANM, cancellandone la funzione principale che è quella di concorrere alla formazione della rappresentanza dei Magistrati nel CSM.

Ma l’attacco al ruolo di garanzia ed alle funzioni del Consiglio non si esaurisce con il disegno di legge di riforma in discussione in questi giorni in Parlamento.

Le bordate più pesanti provengono dal disegno di legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario approvato dal Consiglio dei Ministri del 4 marzo 2002.

La legge delega per la riforma dell’ordinamento giudiziario è molto simile alle legge delega per la riforma del mercato del lavoro. Con quest’ultima ha in comune la stessa impostazione che fa piazza pulita di un percorso di attuazione della Costituzione durato oltre quaranta anni. La legge delega contiene norme e previsioni chiaramente incostituzionali, proprio nella parte in cui vuole aggredire le prerogative e funzioni del C.S.M. Tuttavia la previsione dell’incostituzionalità non costituisce certamente un limite per l’onnipotenza di questa maggioranza. Così con il ricorso ad una legge ordinaria (sia pure incostituzionale) si ottiene l’effetto di aggirare gli sbarramenti costituzionali e viene sferrato l’attacco più insidioso, che sia mai stato concepito dall’entrata in vigore della costituzione al sistema dell’indipendenza della magistratura da ogni altro potere. Nel disegno di riforma l’attacco all’indipendenza viene portato soprattutto manipolando i meccanismi della carriera, col risultato di assoggettarli ad un inedito controllo politico.

Se si combinano tutti questi elementi il risultato è esplosivo. Si sta costruendo un regime di tipo fascista. Certo si tratta di un fascismo morbido, in un quadro in cui il totalitarismo non è più storicamente e giuridicamente possibile, ma non per questo meno pericoloso e deprecabile di quello che abbiamo conosciuto il secolo scorso.

Quella che è messa in discussione è la c.d. “libertà degli antichi”, i principi basilari che ci garantiscono prima di tutto la libertà, assoggettando l’esercizio dei poteri a limiti e controlli e garantendo le autonomie individuali e collettive. Oggi la libertà è minacciata nel nostro paese. Non è possibile fare una battaglia per la difesa dei diritti sociali, così gravemente insidiati in questo momento politico, come se fosse una questione separata dalla questione ordinamentale. Non è possibile contrapporre o tenere separati il popolo dei girotondi, quello dei no global e quello dei sindacati. Ed infatti la grandiosa manifestazione del 23 marzo dimostra che i differenti movimenti, e le differenti istanze di opposizione tendono a saldarsi in una unità di tipo resistenziale. Forse pochi ricordano la scena del colonnello Tequero, che con il mitra in mano ed il volto tinto di nerofumo fece irruzione nelle Cortes, nel 1981, per stroncare la democrazia in Spagna. Noi oggi abbiamo di fronte un’altra versione, meno pittoresca ma più insidiosa, del colonnello Tequero che è penetrato nel ridotto della nostra democrazia e sta sparando all’impazzata. Di fronte a questo pericolo c’è una sola risposta.

Contro il fascismo ci vuole la resistenza.

Roma, 25 marzo 2002

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)