La riforma dell’Ordinamento giudiziario: che spassoso paradosso italiano

“E’ stato dimostrato a Milano – ha dichiarato Ilda Boccassini in una intervista a Repubblica – che a Roma c’erano giudici che vendevano la proprio indipendenza e da anni stiamo qui a discutere dell’indipendenza dei magistrati di Milano che l’hanno svelato e non di quei giudici di Roma che, la loro indipendenza, se la sono venduta. La corruzione dei giudici dovrebbe imporre un confronto sulle correzioni da applicare al sistema giudiziario, al suo ordinamento, ma quelle riforme sembra siano anche nelle mani di chi ha corrotto quei giudici. Non trova che siano spassosi, i paradossi italiani?”
Probabilmente questo spassoso paradosso italiano è la chiave giusta di lettura per comprendere l’impostazione che sta guidando, passo dopo passo, la riforma dell’Ordinamento giudiziario.
Una riforma contro la giustizia e contro i diritti dei cittadini, nella quale tutti i tasselli sono convergenti verso un unico scopo, quello di superare lo scandalo del potere diviso, riducendo l’indipendenza reale della funzione giudiziaria ed annullandone la capacità di effettuare il controllo di legalità nei confronti dell’esercizio del potere e dei poteri.
Così il tassello della ristrutturazione delle carriere dei magistrati, la parte più ostica ed oscura della riforma, che introduce una inusitata frammentazione del corpo dei magistrati in dodici categorie chiuse, con accesso mediante concorsi per titoli ed esami, nel quadro di una struttura gerarchica rigida. Così il tassello della rigerarchizzazione del corpo dei pubblici ministeri, che concentra tutti i poteri di azione penale (ivi compresa l’inazione) nelle mani di pochissime persone. Così il tassello del berufverboten, che interdice le associazioni e toglie la parola a ciascun magistrato. Così il tassello della manomissione del potere di interpretare la legge.
Le singole disposizioni possono sembrare assurde o bizzarre, ma sono perfettamente funzionali con il fine perseguito. Quando l’emendamento proposto dal senatore di AN Bobbio, vieta l’interpretazione che sia contro la “volontà della legge”, questa può sembrare una bizzarria linguistica, in quanto la legge è un dato impersonale al quale non è possibile attribuire una volontà. In realtà quello che si vuole proibire è una interpretazione della legge che sia contraria alla volontà del legislatore. Come è avvenuto per la legge sulle rogatorie che è stata interpretata dai giudici di Milano, in modo difforme dalla volontà dei legislatori del Polo, che mirava a rendere inutilizzabili le rogatorie al fine di paralizzare i processi a carico degli imputati eccellenti.
La costituzione vuole che il giudice sia soggetto soltanto alla legge. La riforma Berlusconi, invece, vuole che il giudice, più che alla legge, sia soggetto alla volontà della maggioranza parlamentare e del suo padrone.
Quando la riforma mette il bavaglio ai magistrati e vieta ogni forma di associazione e di partecipazione al dibattito politico-culturale, anche questo può sembrare incomprensibile, ma ha una sua logica: ripristina il regime che vigeva fino al 1944. Fu infatti nel 1944 che il Guardasigilli liberale Arangio Ruiz (circolare 6 giugno 1944 n. 285) aveva rimosso il divieto di attività politica per i magistrati ed aveva espresso il parere che al giudice “nella perdurante necessità di difendere la libertà riconquistata dopo così dure prove, incombesse il dovere, non meno che ad ogni altro cittadino, di partecipare alla vita politica, senza limitarsi al mero esercizio del diritto di voto”.
Noi non dubitiamo che quando ritornerà la libertà nel nostro paese, ci sarà un nuovo Arangio Ruiz, che la ripristinerà anche per i magistrati, rimuovendo il divieto di associazione e di espressione del pensiero che il Governo Berlusconi si aggiunge ad instaurare, ad imitazione di un precedente regime.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)