Niente scuse, il Colle ha detto no

Il rinvio alle camere da parte del presidente Ciampi della legge delega di riforma dell’ordinamento giudiziario dimostra che la Costituzione italiana è ancora vigente e che i suoi meccanismi di garanzia stanno svolgendo la loro funzione per contrastare le deviazioni e gli abusi della maggioranza. Perché se c’è una legge palesemente incostituzionale, anzi che incide sul disegno di articolazione dei poteri come previsto dalla Costituzione, questa è proprio la riforma della giustizia proposta dal ministro Castelli. Il messaggio di Ciampi, malgrado la lettura fuorviante e palesemente riduttiva fatta dagli esponenti della maggioranza, mette i piedi nel piatto e scompagina l’intera impostazione della riforma facendo emergere la palese incostituzionalità non di questo o di quel punto, ma dell’intero disegno. Al primo punto, il presidente contesta una disposizione specifica della riforma che introduce una inusitata competenza del ministro della giustizia ad illustrare in parlamento «le linee di politica giudiziaria per l’anno in corso». La questione non ha grande spessore pratico ma ha un enorme peso simbolico, in quanto la pretesa di attribuire all’esecutivo una competenza in tema di «politica giudiziaria» mira a ricondurre l’esercizio della giurisdizione nell’ambito dell’indirizzo politico di maggioranza, vulnerando il principio della separazione dei poteri ed affievolendo il ruolo di garanzia della giurisdizione, che si basa proprio nella sua irriducibilità a logiche politiche di governo. Il presidente rileva come tale disposizione, oltre a violare il principio della separazione dei poteri e dell’indipendenza del giudiziario e ad esorbitare dai poteri che la Costituzione attribuisce al ministro della giustizia, finisce per affievolire lo stesso principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, introducendo uno spazio di discrezionalità politica destinato ad incidere sulla giurisdizione.

Cade sotto la scure di Ciampi anche la facoltà attribuita al ministro della Giustizia di impugnare innanzi al Tar le delibere del Consiglio superiore della magistratura, concernenti il conferimento di incarichi direttivi in contrasto con il parere del ministro, invece di sollevare conflitto di attribuzione innanzi alla Corte costituzionale. Potrebbe sembrare questione di secondaria importanza, invece anch’essa ha grande valore simbolico in quanto si inserisce nello stesso disegno di cancellare il pluralismo dei poteri dello Stato, assorbendo o cancellando quelle funzioni che non possono essere inglobate nel potere di maggioranza.

Ha grande spessore pratico, invece, la delegittimazione operata da Ciampi della pretesa di istituire uffici ministeriali di sorveglianza sull’esercizio infondato dell’azione penale, una sorta di «grande fratello» con effetto palesemente intimidatorio nei confronti dei magistrati che, per avventura, si trovassero a calpestare la coda ai potenti. Infine Ciampi ha calato un macigno sulla legge di riforma rilevando che essa ridimensiona notevolmente i poteri che la Costituzione attribuisce al Csm, in quanto finisce per attribuire a strutture esterne al Consiglio come la Scuola superiore per la magistratura e a commissioni varie, poteri che incidono sostanzialmente sui trasferimenti e le promozioni dei magistrati, che la Costituzione riserva al Consiglio proprio per evitare un controllo «politico» delle carriere dei magistrati.

A questo punto ne esce delegittimato l’intero disegno di legge. I Costituenti previdero, con la VII disposizione transitoria e finale, che, per darsi attuazione ai principi costituzionali, occorreva una «nuova legge sull’ordinamento giudiziario» che sostituisse l’ordinamento vigente, emanato dal fascismo nel 1941. La controriforma del governo Berlusconi non è coerente con il modello costituzionale, bensì è coerente con l’opposto disegno di demolizione della costituzione vigente, di cui costituisce un tassello. Ma la Costituzione italiana non è scritta sulla sabbia, ed è dura da ammazzare. Lo scontro che si riapre sull’ordinamento giudiziario, con il rinvio della legge alle camere, è uno scontro che ha per oggetto il pluralismo dei poteri e la garanzia dei diritti fondamentali dei cittadini. In altre parole, l’oggetto dello scontro è la resistenza al regime che avanza.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)