Strage di Londra: se la politica spalanca la porta dell’inferno

L’orrore che suscita la strage di Londra è universale, come universale è l’esecrazione di questo attacco terroristico, folle e frutto di una logica infernale. La semplice esecrazione però, essendo del tutto ovvia, politicamente non porta da nessuna parte, soprattutto non aiuta la politica a fare i conti con la responsabilità delle proprie scelte.

Dopo i fatti di Londra di ieri ed i fatti di Madrid del 11 marzo 2004, noi siamo costretti a constatare per mano, con i nostri corpi, con il nostro sangue, in quale abisso di orrore ci ha portato una stagione della politica che ha dilapidato in pochi anni il capitale di speranze e le prospettive di pace che la fine della guerra fredda aveva consegnato all’umanità. Oggi che quel capitale è stato completamente dilapidato, l’avvenire (di pace) che ci avevano promesso è già passato.

La guerra permanente presenta una serie di inconvenienti, fra i quali quello di generare terrorismo permanente. In questo contesto la pace diviene un accidente e la condizione ordinaria è quella di uno stato in cui i nostri diritti fondamentali, la nostra stessa vita sono precari e minacciati.

Se lo stato in cui siamo immersi è uno stato di guerra permanente, allora possiamo addolorarci, ma non possiamo stupirci di quello che è avvenuto a Madrid e a Londra. La guerra si fa con la violenza e produce sofferenza, distruzione e morte per tutti.

Se si vuole dire no al terrorismo che ha seminato i suoi lutti a New York, a Mosca, ad Instambul, a Madrid, e, da ultimo, a Londra, allora bisogna dire no alla guerra che lo genera e alimenta, ed a tutte quelle scelte politiche concrete, portate avanti da leaders politici in carne ed ossa come Bush, Blair, Aznar (l’unico che ha pagato) e Berlusconi, che hanno restaurato la guerra come strumento della politica al servizio dell’Occidente, per realizzare degli obiettivi politici che, a differenza della giustizia, della solidarietà e della cooperazione, non possono essere perseguiti con metodi pacifici.

La dura lezione dei fatti ha fatto tramontare l’illusione che la soverchiante potenza militare occidentale potesse concederci il lusso di condurre delle guerre senza morti (occidentali), senza costi politici ed umani da pagare, delle guerre che coinvolgessero nel dolore soltanto gli altri.

Qui entra in gioco il problema della responsabilità della politica.

L’umanità, nel corso della prima metà del secolo scorso, ha sperimentato con le due guerre mondiali, con Auschwitz, con Hiroshima, una vera e propria discesa agli inferi. Nel 1945 i leaders delle principali potenze alleate, per necessità storica, hanno deciso di chiudere la porta dell’inferno, sbarrandola con pesanti lastre di acciaio. Quelle lastre si chiamano ripudio della guerra, astensione dalla minaccia o dall’uso della forza nelle relazioni internazionali, eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, risoluzione pacifica delle controversie, cooperazione internazionale per lo sviluppo, rispetto del diritto internazionale.

Dopo l’89 si sono sviluppate delle politiche tese a riaprire quella porta, rimuovendo l’interdizione dell’uso della forza nelle relazioni internazionali e reintroducendo la guerra fra gli utensili della politica. Così la politica ha aperto abusivamente dei buchi nelle lastre di ferro che coprivano l’orrore, usando grimaldelli vari, fra i quali – addirittura – la pretesa che la guerra potesse essere umanitaria. Con l’aggressione e l’occupazione militare dell’Irak, la porta è stata spalancata.

Se si apre la porta dell’inferno si mettono in circolazione delle forze infernali, che producono eventi infernali come quelli di Madrid e di Londra .

Oggi quegli stessi apprendisti stregoni, che hanno trafficato con le guerre umanitarie, con le guerre per la democrazia, con il sangue, con la violenza e con la morte degli altri, sono sgomenti per averne perso il controllo delle forze infernali che essi stessi hanno evocato.

La strage di Londra è un tremendo richiamo alle responsabilità della politica: bisogna chiudere di nuovo la porta dell’inferno, come hanno fatto i nostri predecessori nel 1945.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)