Riforma dell’ordinamento giudiziario: la vera posta in gioco

Il 14 luglio i magistrati scenderanno di nuovo in sciopero, per la quarta volta in tre anni. Si tratta di una iniziativa che si presenta molto problematica, sia per l’estate incombente, sia per il naturale calo di tensione che colpisce tutte le lotte, quando la ripetizione degli scioperi e della mobilitazione non produce risultati concreti. In quest’occasione sarà molto importante la compattezza del corpo dei magistrati, che nelle precedenti occasioni ha raggiunto un livello di tipo resistenziale. Ma sarà ancora più importante che si riesca a rompere il muro di indifferenza dell’opinione pubblica e della società politica, che tende a misconoscere la dimensione politica del problema, banalizzandolo come se si trattasse di un conflitto fra la corporazione dei magistrati, coesa nella difesa delle sue prerogative, ed il potere politico orientato a ridimensionarle.

In realtà questo drammatico braccio di ferro fra una categoria professionale ed un potere politico arrogante, ha per oggetto un bene pubblico che non riguarda il benessere o il malessere dei magistrati, o i destini delle loro carriere, ma riguarda il benessere, anzi il destino dello Stato di diritto nel nostro paese, con immediate implicazioni sul piano internazionale. Non v’è dubbio che la nuova era di guerra permanente, inaugurata dopo l’11 settembre 2001, ha comportato un pesante indebolimento delle garanzie dello Stato di diritto, a cominciare dalla nazione guida dell’Occidente, gli Stati Uniti, che hanno dato l’esempio con il “Patriot Act”, e con la Direttiva Bush, concernente la “detenzione, il trattamento ed il processo dei non-cittadini nella guerra contro il terrorismo” emanata il 13 novembre 2001, con la quale è stato inventato un trattamento penale tanto speciale da svolgersi completamente al di fuori dei canoni dello Stato di diritto e di non aver bisogno né delle garanzie del processo, né di quelle del diritto.

In questo modo è stato creato un girone infernale localizzato nella baia di Guantanamo, dove chiunque può essere internato, torturato e detenuto, al di fuori delle fastidiose regole della “rule of law”. Guantanmo ed altri luoghi simili vengono alimentati attraverso una procedura speciale, denominata “extraordinary rendition” che assomiglia tanto alle sparizioni forzate, che lo Statuto del Tribunale penale internazionale considera – addirittura – un crimine contro l’umanità. Purtroppo questa nuova procedura incontra degli ostacoli, guarda caso, proprio in quegli ordinamenti dove i meccanismi dello Stato di diritto non possono essere adeguatamente manipolati dalla ragion di Stato. Così la CIA non è libera di far “sparire” una persona residente in Italia senza che i suoi agenti sia perseguitati dai mandati di cattura emessi dalla magistratura italiana, che si ostina a considerare il sequestro di persona una reato, senza tener conto della qualità speciale dei sequestratori.

La riforma dell’ordinamento giudiziario mira a guarire questa anomalia dell’Italia nello scenario internazionale. Nelle riforma, infatti, è contenuta la ricetta giusta per ottenere che la magistratura inquirente non faccia indagini avventate che possano – incautamente – far emergere gli arcani imperi che devono restare riservati. Si tratta di una ricetta che apparentemente non incide sul valore costituzionale dell’indipendenza della magistratura. La magistratura giudicante ben può essere indipendente, l’importante è che non vengano portati alla sua cognizione i fatti-reato che potrebbero disturbare il potere. Dal resto anche nella DDR, che era lo Stato più oppressivo nel sistema del socialismo reale, la magistratura (giudicante) era indipendente per principio costituzionale. Se a nessun giudice è venuto in mente di processare i Vopos che sparavano sui berlinesi che tentavano di scavalcare il muro, ciò non dipendeva dall’assenza nell’ordinamento della DDR di una norma che puniva l’omicidio, ma dalla particolare struttura dell’Ufficio del Pubblico Ministero, che non promuoveva il controllo di legalità sull’esercizio dei poteri pubblici.

La ricetta inventata dal Ministro Castelli in verità non è particolarmente originale. Si tratta di restaurare delle prassi che in passato sono esistite (anche se stigmatizzate dall’opinione pubblica e dagli stessi magistrati), dandogli una maggiore solidità, per renderle irreversibili.

C’è stato un’epoca, non tanto lontana nel tempo, in cui la Procura di Roma, veniva definita il “porto delle nebbie”. In questo porto scomparivano nella nebbia i fatti criminosi in qualche modo collegati all’esercizio di poteri pubblici o privati. In quell’epoca succedeva che tutti i fatti che riguardavano i servizi segreti (che allora si consideravano “deviati”) venivano affidati alle indagini di magistrati particolarmente affidabili ma sfortunati che non riuscivano mai a scoprire niente. Il caso del rapimento di Abu Omar da parte di agenti di un servizio segreto straniero, ha avuto un illustre precedente, il caso Vanunu, anch’esso rapito in Italia da agenti di un servizio segreto straniero. A differenza del caso Abu Omar, i rapitori di Mordecai Vanunu, non sono mai stati individuati, né incriminati. Anzi il magistrato dell’epoca, specialista negli affari dei servizi segreti, chiese l’archiviazione degli atti, avendo scoperto, all’esito di indagini approfondite, che Vanunu non era mai stato rapito.

Con la riforma le Procure italiane si trasformano in “porto delle nebbie” per legge. Ciò ci consentirà indubbiamente di fare dei passi avanti sul piano internazionale attraverso una maggiore cooperazione con la CIA, anzi si potranno applicare più facilmente in Italia le tecniche antisommossa insegnate dai nostri alleati alle polizie sudamericane, e sperimentate in modo così maldestro a Genova, nel 2001, durante il G8.

Perché non c’è dubbio che ciò che ha fatto fallire questa nuova gestione dell’ordine pubblico sperimentata a Genova, è stata l’incomprensione della magistratura, che si è comportata come un potere separato ed indipendente.

Questo scandalo sta per finire. Quando la riforma dell’ordinamento giudiziario sarà andata a regime, i cittadini perderanno qualche diritto, ma, in compenso il potere sarà molto più libero.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)