L’ombra del patibolo all’alba del 2007

Le drammatiche immagini dell’esecuzione di Saddam Hussein, agitano la coscienza infelice del nostro tempo e ci trasmettono dei messaggi inquietanti. Nella loro icastica esemplarità esse si manifestano come un segno dei tempi, ci porgono una chiave di lettura per comprendere il senso tragico del tempo che stiamo vivendo. Un tempo in cui i patiboli e le uccisioni dei nemici, vengono esibite e trasmesse, via tv o via internet, per alimentare il circolo vizioso delle vendette e delle punizioni reciproche, nel contesto di una guerra senza senso e senza fine. Del resto le orribili immagini televisive in cui si vede un Saddam Hussein prigioniero, ammanettato, costretto a morire e filmato per il ludibrio dei suoi nemici, in che cosa differiscono dalle immagini trasmesse, via internet, dai gruppi Jhaddisti quando documentano l’uccisione del nemico preso prigioniero?

Il rituale lugubre della morte, nella sua essenzialità, squarcia i veli dell’ipocrisia e fa emergere un linguaggio asciutto, essenziale. Dimostra che, al fondo, il terrorismo Jhaddista e la c.d. guerra al terrorismo, condividono la stessa barbarie. Sono due facce della stessa medaglia, impastate della stessa sostanza.

Quel patibolo attraverso il quale è stata suggellata la vittoria definitiva della guerra americana contro il regime di Saddam Hussein staglia la sua ombra minacciosa ed oscura l’alba del nuovo anno, presagio di un futuro che si annunzia poco radioso, se non ci sarà una netta inversione di tendenza.

E’ vero che in un contesto, come quello iracheno, in cui ogni giorno vengono perpetrate violenze di massa ed incontrollabili da parte di attori pubblici e privati, dalle forze della Potenza occupante (malgrado lo schermo giuridico di una apparente indipendenza), come da quelle del governo fantoccio, come dai gruppi tribali e religiosi, la soppressione fisica di Saddam Hussein, non altera la lugubre ragioneria della morte. Tuttavia non si può sottovalutare la potenza dei simboli. Quella esecuzione, salutata con grida di giubilo, a Washington come a Teheran, e trasformata in un evento mediatico internazionale mediante la televisione, è un fatto politico che esprime dei significati profondi, ma ambigui, che ci interrogano.

Il primo significato, quello più apparente, ma anche il più superficiale, è quello di annunziare simbolicamente l’avvento di un nuovo ordine. Quando a Washington si saluta oltraggiosamente la forca come un trionfo del diritto e della giustizia e come un passo fondamentale per la costruzione della democrazia in Irak, in effetti, si propone una caricatura blasfema di concetti che nella cultura dell’Occidente hanno un ben differente significato Ma al di là della corruzione del inguaggio il concetto è chiaro. Attraverso questo simbolo, l’impero annunzia il suo “ordine”, nel quale la “giustizia” è uno strumento della forza, al servizio del Sovrano, che l’adopera per completare il lavoro delle sue armate ed il “diritto” è sempre e solo il diritto della forza. Infine l’uso della parola “democrazia” è un modo per rinominare l’asservimento ed il caos organizzato. In questo modo trova compiuta attuazione la profezia di George Orwell che, in 1984, annunziava l’avvento di una “neolingua”, attraverso la quale il Potere rovesciava i concetti con i quali siamo stati abituati a pensare per disarmare ogni velleità di opposizione.

Questo messaggio, però, nasconde un voler essere, piuttosto che rappresentare una realtà. La neolingua può corrompere la parte più debole dell’opinione pubblica, ma non può trasformare la realtà. I fatti sono duri a morire ed un ordine che non riesce ad assicurare un minimo di equità, di contemperamento degli interessi, non può garantisce la convivenza pacifica ed è destinato a crollare poicè si tratta di una costruzione fondata sulla sabbia E non saranno certamente i pilastri di una giustizia e di un diritto di cartone a sostenerlo.

Il secondo significato, apparentemente più incisivo, è che Gorge W. Bush annunzia al mondo di aver vinto e portato a compimento la guerra iniziata il 20 marzo del 2003, annientando fisicamente il simbolo del nemico. Il corollario di questo principio è che l’impero non fa mai le cose a metà ed ha la capacità di annientare tutti i suoi nemici. Quando minaccia una punizione, la porta a compimento, costi quel che costi.

Dovrebbe trattarsi di un messaggio rassicurante per gli alleati recalcitranti e per l’opinione pubblica americana, ma in realtà si tratta di un messaggio tragico e ridicolo insieme.

E’ l’ultimo schermo costruito per nascondere la realtà di una guerra che non si può più vincere, di una pax americana che non si può più imporre, di un caos crescente provocato dall’irresponsabilità dei condottieri dell’impero d’occidente a cui quegli stessi condottieri non sanno porre rimedio. Per nascondere questo disastroso fallimento si è alzata una forca, attraverso la quale “simbolicamente” si celebra la vittoria di una guerra che ormai non si può più vincere.

Insomma innalzando quella forca, il potere americano ha voluto lanciare un messaggio di apologia della propria forza, per nascondere, a sé stesso ed alla propria opinione pubblica, dietro una cortina fumogena, il fallimento della propria strategia di dominio, basata sulla convinzione di poter dettare l’ordine mondiale con la forza superiore delle proprie armi.

Senonchè tale messaggio è sbagliato, non solo perché ingannevole, ma anche perché è destinato ad alimentare il caos. Poiché non di giustizia si tratta, ma di vendetta, non c’è bisogno di avere la palla di vetro per capire che questo gesto, proprio per il suo forte peso simbolico, si inserisce nella spirale delle vendette e delle punizioni reciproche, alimentando gravemente il circolo vizioso della violenza e del caos.

All’alba di questo nuovo anno, gli uomini di buona volontà, debbono mobilitarsi per scacciare l’ombra del patibolo che grava sul nostro futuro ed annunziare che un nuovo mondo è possibile, che la guerra ed il terrorismo non sono il nostro destino, che il diritto e la giustizia non sono un surrogato della forza e che alla violenza, come alla barbarie si può porre fine.

All’ombra del patibolo non cresce né il diritto né la giustizia.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)