Disarmare il mercato, fermare le guerre

1. Una crisi di sistema

Sul piano internazionale quello che più ci preoccupa in questi giorni è la crisi del sistema finanziario americano, che si è aperto con il fallimento di colossali banche d’affari e con le assolutamente straordinarie misure di salvataggio e di ri-statalizzazione dell’economia adottate dalla Fed e dal Tesoro americano, che tuttavia non hanno evitato contraccolpi gravi anche in Europa. La notizia del giorno è quella relativa alle sorti del contrastato piano di salvataggio delle istituzioni finanziarie, realizzato dal Segretario del tesoro Paulson, che Bush, dopo la bocciatura subita alla Camera dei deputati, è riuscito a ripescare ed a farlo approvare dal Congresso.

Questo piano prevede un intervento dello Stato per ricapitalizzare le banche in crisi per la cifra astronomica di 700 miliardi di dollari, equivalente all’intero costo della guerra in Irak. Gli analisti sono tutti d’accordo che la crisi attuale è più grave di quella del 29, anche se le conseguenze appaiono – almeno per ora – meno catastrofiche perché gli strumenti di cui si dispone per fronteggiare le crisi finanziarie sono molto più sofisticati.

In realtà la crisi del 2008 è molto più grave della crisi del 1929, perché non è una crisi solo finanziaria, non riguarda soltanto il sistema e le istituzioni creditizie. In realtà ci sono tre crisi che concorrono a determinare lo stato dell’economia e delle relazioni internazionali:

  1. La crisi finanziaria propriamente detta, dietro la quale si intravede un surriscaldamento dell’economia mondiale di cui un indicatore significativo è la quotazione del petrolio, che l’11 luglio scorso è arrivata a 149 dollari al barile;
  2. La crisi ecologica che ha accelerato i mutamenti del clima e ci ha fatto assistere nell’estate del 2007 e del 2008 ad un straordinario scioglimento dei ghiacci polari, che ha visto la banchisa polare ridursi di circa tre milioni di km2. (vedi rapporto UNDP 2007/2008);
  3. La crisi politico-militare, precipitata quest’estate con la guerra della Georgia, che ha segnato uno spartiacque politico, attraverso il ritorno della Russia come grande potenza militare sullo scacchiare internazionale ed ha messo in crisi la traballante architettura delle relazioni internazionali fondata sul predominio di una sola potenza.

Queste crisi si intrecciano fra loro, si autoalimentano e concorrono a determinare le vicende dell’economia, dell’ordine pubblico internazionale, della pace e della guerra. Tuttavia la politica fa fatica a riconoscerle, ad analizzarle, a comprenderne gli intrecci, ad interpretarle per ri-trovare una dimensione di senso nell’agire politico.

In un’epoca in cui tutti parlano di globalizzazione, la politica difetta, come non era mai accaduto in passato, della capacità di avere uno sguardo globale, di capire il mondo in cui viviamo, di interrogarsi sull’insieme delle vicende umane, di superare la miopia di classi dirigenti che non sanno guardare un centimetro oltre il proprio naso, di culture che non sanno uscire fuori dal recinto degli specialismi e di un agire politico che, avendo perso ogni relazione con il passato, è incapace di guardare nel futuro, o, addirittura, di concepire un futuro.

La durezza della crisi ci deve richiamare alla realtà. E’ evidente che c’è qualcosa di profondamente sbagliato nell’architettura globale, nell’organizzazione dei poteri e delle relazioni economiche, politiche e militari. E allora dobbiamo chiederci: dove sono gli architetti globali, quando ed in quali sedi sono state compiute le scelte delle quali adesso stiamo cominciando a pagare le conseguenze. Cosa c’è di sbagliato in queste scelte e perché noi non ce ne siamo accorti quando venivano compiute.?

2. Tutto cominciò nell’89.

Gli scenari internazionali a volte sembrano immutabili, a volte cambiano improvvisamente senza darci il tempo di percepire il cambiamento in arrivo, ma è innegabile che ci sono dei momenti nella storia nei quali si pongono della scelte, si costruiscono delle opzioni, destinate ad influenzare il futuro in modo durevole. A volte la storia ci pone dinanzi ad un bivio.

Se ci guardiamo indietro, non c’è dubbio che il momento di svolta nelle relazioni internazionali è maturato nel 1989. Tutto cominciò nel 1989. Nel 1989 è franato un vecchio ordine politico, economico e militare. Si sono aperte delle grandi opportunità di cambiamento e di pace, che sono subito tramontate per le scelte irresponsabili e dannose compiute dagli architetti dell’ordine mondiale.

C’è un articolo di Gorbacev, pubblicato sulla stampa il 3/11/2001, in cui, con pochi, con pochi passaggi, si tratteggia il quadro di quanto è avvenuto nel dopo 89.

“Con la perestroika era stato avviato uno straordinario processo di rinnovamento delle relazioni internazionali, che aveva conseguito già risultati importanti con le conferenze di Vienna, di Parigi, con i progetti dell’eliminazione delle armi nucleari, chimiche, batteriologiche. Ma, scrive Gorbaciov, “dopo la fine dell’URSS questi processi positivi furono interrotti”. In ogni caso, continua Gorbaciov, “subentrò in molti circoli occidentali l’euforia della vittoria, tanto più gradita quanto meno prevista. Si perdette tempo prezioso nelle infinite celebrazioni del trionfo sul comunismo. E si perdette di vista la complessità del mondo, i suoi problemi, le sue gravissime contraddizioni. Si dimenticò la povertà e l’arretratezza, ci si preoccupò di ricavare il massimo vantaggio dagli squilibri esistenti invece che cercare di ridurli, di controllarli, Ci si dimenticò della necessità di costruire un nuovo ordine mondiale, più giusto di quello che ci si era lasciato alle spalle. “

Probabilmente il punto di partenza, per capire la situazione attuale è proprio questo: nessuno si è ricordato della necessità di costruire un ordine mondiale più giusto.

Gorbacev ci fornisce due chiavi di lettura:

  1. L’euforia della vittoria, cioè la lettura militare dell’89
  2. L’organizzazzione dell’economia.

Sono due i sentieri lungo i quali è stato riorganizzato l’ordine mondiale del dopo 89.

Il primo sentiero è quello dell’architettura politico-militare,

il secondo sentiero è quello della nuova organizzazione mondiale dell’economia.

Questi due sentieri sono concettualmente distinti, ma non sono indipendenti l’uno dall’altro. In un certo senso sono complementari: entrambi concorrono a definire lo scenario globale. Inoltre vi sono delle passerelle che collegano l’uno all’altro sentiero.

3. L’architettura politico-militare del dopo 89: la globalizzazione militare.

Per quanto riguarda la nuova architettura politico-militare, la chiave di volta è l’interpretazione che è stata data dell’89. La fine della guerra fredda non è stata vissuta come un evento liberatore del ricatto della forza nelle relazioni internazionali, ma è stata interpetata come la conferma che la logica della forza paga e che non ci sono più ostacoli che ne possano neutralizzare l’efficacia.

La lezione che gli architetti dell’ordine mondiale hanno tratto dall’evento del 1989 è stata che dal mondo bipolare si potesse passare all’avvento di un mondo monopolare, in cui un’unica superpotenza avrebbe garantito la pace e l’ordine pubblico internazionale, attraverso la propria supremazia economica, politica e militare, tutelando contemporaneamente i propri interessi in ogni parte del mondo. La struttura di questo nuovo ordine mondiale, dominato da quell’insicurezza che solo le armi possono garantire, è stata definita fin nei minimi particolari, al riparo degli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, e quindi di ogni dibattito pubblico, in una sede tecnica particolarmente competente qual è quella dei nuovi modelli di difesa elaborati all’inizio degli anni 90. In quell’epoca ed in quelle sedi sono state elaborate le scelte ed i modelli e sono stati delineati gli scenari che adesso ci vengono compiutamente serviti.

Chi oggi provasse a rileggere il “Modello di Difesa” elaborato dallo Stato Maggiore della Difesa nell’ottobre 1991, vi troverebbe la “predizione” di tutto quello che è accaduto in seguito e sta accadendo tuttora, a cominciare dallo scontro di civiltà, con l’individuazione dell’Islam come nuovo nemico, per finire all’introduzione della guerra come ordinario strumento di contrasto al fenomeno del terrorismo.

Ovviamente il Modello di difesa fatto valere per l’Italia non ha niente di italiano, ma rientra in una concezione strategica globale, di cui costituisce una componente ovvero un segmento. In questo senso le opzioni che sono state ivi articolate sono particolarmente significative, in quanto espressione degli orientamenti di quel potere militare globale che il Presidente Bush (padre) ha definito, in modo edulcorato, con la formula del “nuovo ordine mondiale”.

L’asse portante di tutta l’architettura strategica nasce da una concezione in cui la sicurezza e tutti gli altri problemi fondamentali dell’umanità non vengono più percepiti come universali, come lo sono nella Carta delle Nazioni Unite, in quanto lo stesso destino del mondo non viene più percepito come un destino unico. Esiste una faglia, che divide l’umanità secondo una linea di frattura, incolmabile e destinata ad aggravarsi, in confronto alla quale la vecchia cortina di ferro appare una inezia.

“Con la fine della guerra fredda – recita il Modello – il quadro delle nuove relazioni internazionali appare caratterizzato da due grandi linee di tendenza.

Da un lato le Società industrializzate evidenziano una crescente aspirazione a mantenere ed accrescere il progresso sociale ed il benessere materiale in un contesto di libertà di pace e di sicurezza internazionale, ed a perseguire nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla “certezza” della disponibilità delle materie prime.

Dall’altro lato, i Paesi del terzo mondo sembrano sempre meno in grado di concretizzare, al proprio interno, uno sviluppo armonico ed ordinato delle rispettive comunità sociali e di porre rimedio, sul piano economico, ad una crescente situazione debitoria nei confronti dei paesi industrializzati. Di conseguenza la “forbice” del progresso politico, culturale, sociale ed economico fra i paesi del Nord e del Sud del mondo appare destinata ad aprirsi sempre di più.”

Di fronte a questa profezia che si autorealizza, la scelta degli architetti dell’ordine mondiale è stata quella di impostare uno strumento militare globale, utile ad assicurare ai Paesi del fronte del Nord (sotto la guida degli Stati Uniti), attraverso il controllo militare di tutto il pianeta, la capacità di difendere i propri interessi di supremazia, primo fra tutti quello della “certezza” delle materie prime, nei confronti delle turbolenze del Sud. il cui destino è stato abbandonato a sé stesso.

Un progetto di incremento della potenza militare, però, aveva bisogno di un nemico a cui contrapporsi. In questo contesto, già nel 1991 l’Islam è stato individuato come nuovo nemico dell’Occidente. Così i rischi che derivavano dal confronto Est/Ovest, sono stati sostituiti dai rischi derivanti dal confronto con l’Islam (secondo il Modello tali rischi derivano da un generale confronto fra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica ed i modelli di sviluppo del mondo occidentale.) Infine, dulcis in fundo, arriva il terrorismo. Questo mondo, così fratturato, crea un forte rischio di terrorismo, che non può più essere contrastato con i normali mezzi di polizia. Uno dei compiti dello strumento militare è quindi quello di praticare la guerra al terrorismo E’ scritto, infatti, nel Modello: “Altro non trascurabile rischio dell’area è rappresentato dal terrorismo internazionale, alimentato da alcuni paesi della regione. Si tratta di una nuova minaccia che nei momenti di crisi supera le possibilità difensive proprie delle forze di Polizia, richiedendo impegnativi concorsi delle Forze Armate.

Di fronte ad un mondo diviso da una crescente frattura economico sociale in cui I paesi con il 20% più ricco della popolazione mondiale possiedono un reddito pari a 82 volte quello del 20% più povero (era di 30 volte nel 1960), la scelta degli architetti dell’ordine mondiale è stata quella di “mettere in sicurezza” le società industrializzate dell’occidente, assicurandosi, attraverso uno strumento militare globale, la capacità di proteggere i propri interessi in ogni parte del mondo, abbandonando l’altra parte dell’umanità al suo destino.

In coerenza con questa impostazione si sviluppa una nuova regolazione delle relazioni economiche internazionale e dei mercati.

4. L’architettura economico-sociale del dopo 89: la globalizzazione economica.

Nel momento della vittoria sul suo antagonista storico, il capitalismo si rende conto che il modello di sviluppo e di consumo costruito nei paesi occidentali, ed in special modo il modello americano, non può essere esteso al resto del mondo. ove si consideri che negli Stati Uniti il consumo annuale di energia pro-capite, ammonta alla astronomica cifra di 7.918 chilogrammi equivalenti di petrolio (contro i 2697 dell’Italia). Poiché quel modello non poteva essere ripensato o messo in discussione (non a caso il Presidente Bush padre, allo scoppio della prima crisi del golfo nel 1990, disse che gli Stati Uniti dovevano agire, per garantire l’american way of life), la scelta è stata quella – come ci dice Gorbacev – di ricavare il massimo vantaggio dagli squilibri esistenti invece che cercare di ridurli, di controllarli.

E’ questa la filosofia che ha guidato il negoziato economico globale, sfociato, nel 1994 con il trattato di Marrakech, che ha dato vita all’organizzazione mondiale del commercio.

Il trattato di Marrakech, siglato nel 1994 a conclusione dei negoziati avviati per aggiornare l’Accordo generale sulle tariffe ed il commercio (GATT) è uno degli eventi che danno le vesti giuridiche alla globalizzazione dell’economia mondiale. Esso fonda un organismo, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, incaricato di gestire l’applicazione degli accordi e di risolvere le controversie, che si affianca alla Banca Mondiale ed al Fondo Monetario internazionale nel gestire e regolare l’economia mondiale.

Come tutti gli eventi della globalizzazione anche il negoziato dell’Uruguay Round è stato ispirato ad una fede ideologica, assunta come dogma. Il dogma è quello dei benefici del libero scambio, la fede è quella dell’incrementabilità assoluta delle merci scambiabili.

In virtù di questa fede ideologica l’atto costitutivo dell’OMC si propone di regolare l’economia (e quindi la vita) di tutto il pianeta, avendo come punto di partenza e come punto di arrivo l’incremento delle merci scambiabili, attraverso il libero scambio realizzato attraverso la demolizione delle barriere, sia tariffarie che non tariffarie. Il feticcio del libero scambio eretto a dogma si basa sul teorema economico dei costi comparati che, portato alle estreme conseguenze, comporterà che ogni paese sarà destinato a produrre solo ciò che è capace di produrre a costi inferiori rispetto agli altri. Poiché, con l’89, le imprese hanno conquistato la possibilità di trasferire la produzione ovunque nel mondo ed i capitali possono circolare ovunque alla ricerca degli impieghi più produttivi, il risultato è che le imprese multinazionali che dominano l’economia possono utilizzare tutti gli squilibri esistenti per produrre a costi sempre più bassi, utilizzando il vantaggio dei costi comparati.

Per far ciò è stato necessario smantellare tutti quei filtri che la politica aveva adottato per regolare il fenomeno economico e mediare fra gli interessi in campo, disarmando la politica di fronte al mercato e riducendo il ruolo dello Stato tendenzialmente a mero gestore dell’ordine pubblico.

Nella costruzione del mercato globale è stato seguito un criterio inverso rispetto a quello utilizzato dai fondatori delle istituzioni europee per costruire il mercato comune, poi trasformatosi in mercato unico.

In Italia, per es., le norme di protezione ambientale, sul trattamento delle acque e dei rifiuti sono state introdotte per dare attuazione alle direttive europee, emanate per evitare distorsioni al principio della libera concorrenza. In altre parole la filosofia adottata dai “liberali” che hanno costruito il mercato comune è stata quella di armonizzare le regole vigenti nei paesi del MEC, unificandole verso standard elevati. Nel mercato unico europeo esistono delle regole, che in certi settori sono ferree, per impedire che la concorrenza possa essere falsata da pratiche di dumping, che le imprese possano abusare della posizione dominante, che possano costruire situazioni di monopolio. Inoltre in tutti i paesi dell’Unione, almeno prima degli ultimi allargamenti, vigevano standard simili per quanto attiene alla sicurezza del lavoro, alla protezione dell’ambiente, alla libertà dei sindacati ed alla tutela dei diritti dei lavoratori. In questo contesto si poteva sviluppare la massima libertà di circolazione delle merci, senza che ciò producesse effetti distruttivi a livello sociale.

La filosofia del WTO, invece, è quella di mettere direttamente in competizione sistemi economici e sociali completamente differenti, abolendo le mediazioni della politica, in modo da far leva sulle differenze per rendere la competitività più sfrenata.

Che cosa succede quando si mettono direttamente in concorrenza aree produttive dove vigono standard completamente diversi, dove le imprese non sono tenute a rispettare le norme di protezione ambientale, dove non esistono la libertà sindacale ed i diritti dei lavoratori, dove sono possibili forme di lavoro schiavile, dove è consentito lo sfruttamento del lavoro infantile?

E’ chiaro che un sistema regolatore degli scambi che induce la massima competitività può avere effetti perversi, può portare allo smantellamento di ogni forma di protezione sociale del lavoro, all’ampliamento delle aree di super sfruttamento della manodopera e ad un ulteriore degrado dell’ambiente.

Ed è proprio quello che si è verificato e si sta verificando. Tutti quanti noi ci rendiamo conto che il lavoro sta diventando sempre più precario, che gli orari diventano più lunghi, che i diritti dei lavoratori decrescono. Se adesso dovesse passare la direttive europea in gestazione, che consente l’allungamento dell’orario di lavoro fino a 65 ore settimanali, avremmo la prova che – anche una zona economica forte come l’UE – si è dovuta adattare alla corsa al ribasso trainata dal sistema di competizione selvaggia adottato con il WTO.

5. Il liberismo armato ed i suo insuccessi.

Dopo l’instaurazione del sistema WTO sono stati promossi ulteriori negoziati con l’obiettivo di portare a compimento il processo di “liberalizzazione” dell’economia estendendo ancor di più il mercato globale ai settori dell’agricoltura e dei servizi, dove ancora vigono regolazioni nazionali o regionali. Fortunatamente questi negoziati sono falliti, sebbene le esigenze di “liberismo sfrenato” poste a base del negoziato economico globale in sede WTO, siano state assunte come direttive dell’architettura strategico militare.

Infatti in quel famoso documento con il quale, dopo l’11 settembre, l’amministrazione Bush lanciava la teoria della guerra preventiva (“La Strategia della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti” del 17 settembre del 2002), la dottrina militare interagiva con una teoria economica e dello sviluppo. La novità del documento non stava tanto nella dottrina militare, quanto piuttosto nel fatto che avanzava una teoria del liberismo armato. Si teorizzava, infatti, l’esistenza di un unico modello economico e sociale, da estendere a tutto il mondo, con le caratteristiche del liberismo economico nella sua versione più spinta. Si diceva, infatti: “noi sosterremo la crescita e la libertà economica oltre i confini degli USA. In vista di questo occorrono politiche che incoraggino gli investimenti, l’innovazione e le attività imprenditoriali; occorre una politica fiscale orientata a ridurre le tasse; occorre la massima libertà nella circolazione dei capitali. Le economie devono essere sottratte alla mano pesante dello stato”.

Quindi la globalizzazione economica è stata assunta come obiettivo a fondamento della globalizzazione militare, tuttavia questi due sistemi, sono rapidamente andati in crisi.

L’ingresso della Cina nel sistema WTO ha prodotto degli sviluppi imprevisti. La straordinaria crescita economica del gigante cinese, a colpi di incrementi del PIL del 10/12% all’anno, è frutto dei vantaggi competitivi generati da un esercito di lavoratori adusi a lavorare 14 ore al giorno con un guadagno di €. 100 al mese, e dall’assenza di reali vincoli ambientali. Questi vantaggi competitivi hanno portato ad un boom delle economie di Cina ed India che ha bruscamente accelerato il consumo delle materie prime, a cominciare dal petrolio, facendo emergere l’insostenibilità economica ed ecologica di un modello di sviluppo fondato sulla crescita continua dello sfruttamento e del consumo delle risorse ambientali come se fossero illimitate. Basti pensare che in Cina le emissioni di Co2 fra il 1995 ed il 2007 sono aumentate dell’87% e che il loro totale è arrivato nel 2004, a mt. 5.007 (pari al 17,3% delle emissioni mondiali), quasi uguagliando gli Stati Uniti, che sono arrivati a quota 6.045 (pari al 20,9% delle emissioni mondiali).

Adesso un fenomeno economico: l’incremento a livelli inarrestabili del costo del petrolio e delle altre materie prime, ed un fenomeno ecologico: i cambiamenti climatici accelerati, ci fanno capire che i sentieri fin qui battuti per organizzare l’ordine economico e politico mondiale non sono più praticabili.

E’ questa situazione che rende la crisi del 2008 molto più grave di quella del 1929. Dietro l’insostenibile indebitamento delle famiglie e del sistema finanziario negli Stati Uniti, c’è l’insostenibilità di una situazione economica in cui una parte del mondo dovrebbe consumare quello che si produce in un’altra parte del mondo. Alla fine i nodi vengono al pettine.

6. Una nuova guerra fredda?

Questa estate sono venuti al pettine i nodi di un’altra grave crisi, che la politica aveva rigorosamente occultato all’opinione pubblica. Con la crisi della Georgia, e la drastica reazione militare della Russia, è venuto a galla il nodo delle relazioni fra gli Stati Uniti e la Russia, caratterizzate da un crescendo di ostilità, che per troppo tempo è stato rigorosamente nascosto all’opinione pubblica e sottratto ad ogni confronto politico.

La guerra dei sette giorni in Georgia – scrive Rita di Leo – ha restituito alla politica di potenza la sua multisecolare priorità. Inoltre ha messo a nudo un conflitto durissimo fra USA e Russia che sinora si era svolto in modo quasi sotterraneo.

Per capire questa situazione, anche in questo caso, dobbiamo partire dall’89.

La vittoria nella guerra fredda è stata gestita dagli USA nel peggiore dei modi. Nei confronti della potenza sconfitta Unione Sovietica è stato adottato lo stesso atteggiamento che i vincitori della prima guerra mondiale hanno adottato nei confronti della Germania sconfitta.

I vincitori hanno imposto un carico di umiliazioni formidabile sulla testa dei vinti. Innanzitutto è stato imposto lo smembramento dell’Unione Sovietica, favorendo la secessione, non solo dei paesi baltici, ma anche di quelle regioni che avevano fatto da sempre parte della Russia zarista, come la Bielorussia, l’Ucraina e la Georgia. Questo processo di secessione ha impiantato una serie di guerre locali e di conflitti interni, come quello in Cecenia, che non si sono ancora conclusi. Contemporaneamente è stato imposto il passaggio immediato ad un’economia di mercato. Ciò ha comportato una vera e propria catastrofe economica e sociale, talmente grave che si sono abbassati gli indici di durata media della vita, passati dai 72 anni del 1991 ai 65 anni del 2005. Come la Germania degli anni 20, la Russia ha vissuto un periodo di disastri economici, sociali, di crisi finanziaria e di turbolenze politiche, indotti come conseguenza della sconfitta. Come la Germania negli anni 30, la Russia, con Putin è riuscita ad avviare un processo di stabilizzazione e di recupero della propria potenza economica e militare, grazie anche all’incremento dei prezzi delle materie prime, trainato dai processi di globalizzazione. Come la Germania negli anni 30, anche la Russia sta vivendo il contraccolpo delle umiliazioni subite e sta ricostruendo una politica di potenza.

A questo punto viene in gioco la responsabilità dell’Europa. Quanti si sono resi conto che l’allargamento ad est della Nato, spinto addirittura oltre i confini del Patto di Varsavia, costituiva una forma di grave provocazione militare, una sorta di aggressione strisciante, verso la Russia sconfitta, che avrebbe aperto la strada a pericolose forme di revancismo. Quanti si sono resi conto che in questo modo non si vinceva la guerra fredda, ma si ponevano le basi per la rinascita di una nuova guerra fredda, molto più pericolosa della prima perché non più fondata su una contrapposizione ideologica (e quindi in qualche modo razionale), ma su un confronto meramente nazionalistico. Se il 7 agosto noi non ci siamo trovati in guerra con la Russia, ciò è successo perché il disegno americano di far entrare la Georgia nella NATO non si era ancora compiuto, poiché all’ultimo vertice della NATO a Bucarest (aprile 2008) Germania e Francia (bontà loro), hanno chiesto un rinvio.

Nessuno, invece ha chiesto un rinvio del progetto di installazione in Europa, alle porte della Russia, (e più precisamente in Polonia e nella Repubblica Ceca) del terzo sito della difesa antimissile, che gli Usa stanno impiantando dopo che Bush ha denunziato il trattato ABM.

Questo progetto rappresenta un ulteriore passo dell’escalation del confronto militare con la Russia di Putin. Per quanto possa sembrare incredibile, l’Italia ha aderito al progetto, durante il passato governo Prodi, stipulando un accordo segreto con gli Stati Uniti, di cui si è venuti a conoscenza per puro caso, senza che il Governo non si sentisse in obbligo di trasmettere il testo al Parlamento.

Adesso che siamo arrivati ad un passo dalla guerra con la Russia, è giunto il momento di dire basta, di scoperchiare questa politica di aggressione strisciante e di confronto militare con la Russia, costruita al riparo di ogni ingerenza dei Parlamenti e dell’opinione pubblica.

La clandestinizzazione delle scelte politico-militari, oltre a svuotare di significato le istituzioni della democrazia è disastrosa per tutti, perché consente ai ceti dirigenti di compiere delle operazioni fortemente contrastanti con il bene pubblico che, in un contesto di trasparenza e di dibattito democratico non sarebbero concepibili e che nei fatti impediscono la nascita dell’Europa come soggetto politico autonomo sulla scena internazionale.

7. In conclusione.

Le vicende della globalizzazione economica, le vicende dei cambiamenti climatici, le tormentate vicende del Caucaso, dimostrano che i sentieri percorsi dall’umanità dopo l’89 sono sboccati in un vicolo cieco. Un certo tipo di governo della globalizzazione, ispirato al dogma della liberalizzazione totale e dello smantellamento di ogni forma di mediazione politica del conflitto economico-sociale, si è sposato con l’esigenza di una dimensione militare globale volta ad assicurare la gestione ed il controllo delle crisi che possono mettere in discussione gli interessi vitali sottesi alle nuove gerarchie di privilegio ed esclusione.

Tutti e due questi processi scontano uno stallo imprevisto. L’avventura del controllo militare del pianeta e delle sue crisi da parte di una unica potenza globale si è impantanata nell’Irak e nell’Afganistan ed ha subito la sfida, nel Caucaso, di una rinascente e contrapposta potenza militare. Se la geometrica potenza della NATO si è spenta nel pantano dell’Afganistan, dove a suo tempo è stata umiliata l’armata rossa, la crisi di Wall street marca una pesante battuta d’arresto dell’indirizzo politico iperliberista della globalizzazione, mentre le tempeste ed i cambiamenti climatici, molto più dell’aumento del prezzo del petrolio, ci segnalano che il modello economico fondato sull’incremento illimitato delle merci scambiabili non è più sostenibile dal pianeta, e che l’umanità e partecipe di un unico destino.

Non possiamo, però, ignorare che le strade fin qui seguite dagli architetti della globalizzazione economica e della globalizzazione militare mettono in discussione quei principi fondamentali (ripudio della guerra, uguaglianza delle nazioni grandi e piccole, dei diritti degli uomini e delle donne, cooperazione internazionale per promuovere condizioni di progresso e di sviluppo economico-sociale) che la Carta della Nazioni Unite (con quel suo corollario che è la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo) aveva posto a fondamento della costruzione dell’ordine internazionale.

Questi fondamenti dell’ordine internazionale non derivano da opzioni politiche velleitarie, ma sono frutto di conquiste storiche, e delineano la dimensione della democrazia internazionale come concepita in questo secolo attraverso le dure lezioni della storia. Rovesciare o abbandonare queste conquiste storiche, come dimostrano le vicende del dopo 89, non aiuta a costruire un ordine internazionale più giusto e pacifico, e sottopone nuovamente l’umanità al ricatto della forza, producendo instabilità ed insicurezza, di pari passo con la corsa al riarmo e il pericolo di nuovi conflitti fra potenze ed aggravando la catastrofe ecologica.

D’altro canto questi fondamenti non sono arnesi arrugginiti, inservibili per il nuovo secolo, ma, proprio in questa situazione di insicurezza crescente, dimostrano tutta la loro modernità e perenne attualità ed indicano le piste per la costruzione di una vera democrazia internazionale e di uno sviluppo equilibrato. Quello che manca è una politica che ne riscopra il valore e impari a declinarli nelle contingenze del tempo presente. Su questo terreno si colloca lo spazio ed il senso di una nuova concezione dell’internazionalismo per la sinistra. La sinistra deve riscoprire l’internazionalismo come ricostruzione del proprio senso di sé. La lotta per la (costruzione della) giustizia e per la (costruzione della) pace nelle relazioni internazionali deve essere assunta come criterio dirimente della propria identità. Lungo i sentieri della giustizia e della pace la sinistra incontrerà, come è già avvenuto a Seattle ed altrove, nuovi soggetti sociali, movimenti politici, organizzazioni non governative, organizzazioni religiose, sindacati, partiti e popoli, unificati dalla consapevolezza di un comune sentire e agire politico e mossi dalla speranza di un mondo più giusto e pacifico.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

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