Lettera di Scarpinato: l’autogol dei boiardi

Ogni anno la ricorrenza del 19 luglio, con le manifestazioni rituali – ma non tanto – in memoria dei giudici Falcone e Borsellino e degli uomini della loro scorta, caduti negli attentati del 23 maggio e del 19 luglio 1992, costituisce una spina nel fianco per il ceto politico berlusconiano, i cui uomini, che esercitano alte funzioni pubbliche nello Stato o nella Regione, sono costretti a partecipare ad incontri o a cerimonie in cui il pubblico è animato da sentimenti poco amichevoli nei confronti dei compagni di partito di Dell’Utri e che rischiano sempre di trasformarsi in fastidiose occasioni di contestazione.

Una ragione di Stato impone a questi personaggi di sottoporsi ogni anno al supplizio di dover ricordare l’impegno civile di Falcone e Borsellino, realizzato attraverso la loro intransigente azione di contrasto alla mafia portata avanti con gli strumenti della giurisdizione, nel contesto dello Stato di diritto.

Quest’anno, oltre alle fastidiose contestazioni del popolo delle agende rosse, guidato da Salvatore Borsellino, alle parole taglienti di Rita Borsellino e di tanti altri, i maggiorenti del Pdl hanno anche dovuto sopportare l’onta di essere messi alla berlina dal Procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, che rivolgendosi idealmente a Paolo Borsellino, ha adoperato le stesse espressioni del magistrato ucciso.

“Stringe il cuore a vedere talora tra le prime file, nei posti riservati alle autorità, anche personaggi la cui condotta di vita sembra essere la negazione stessa di quei valori di giustizia e di legalità per i quali tu ti sei fatto uccidere; personaggi dal passato e dal presente equivoco le cui vite – per usare le tue parole – emanano quel puzzo del compromesso morale che tu tanto aborrivi e che si contrappone al fresco profumo della libertà.”

I personaggi seduti fra le prime file, che si sono risconosciuti nelle parole di Scarpinato, questa dose ulteriore di supplizio non potevano sopportarla. E’ vero che hanno sopportato contestazioni ed attacchi molto più duri provenienti da giornalisti, artisti, preti, scrittori, però a tutto c’è un limite!Quest’ulteriore supplizio non lo potevano sopportare, proprio perchè inferto da un magistrato, cioè da un esponente di quel potere giudiziario che, nella loro concezione autocratica del potere, deve essere sempre rispettoso e sottomesso alle generali direttive politiche del potere politico, come statuiva la legge di Mussolini con la quale fu disposta l’epurazione dei magistrati “non sottomessi” (L. 24 dicembre 1925 n. 2300).

Così sono partite le contromisure. A seguito della lettera dedicata da Roberto Scarpinato a Paolo Borsellino, è stata aperta presso la Prima Commissione del CSM una pratica per il suo trasferimento di ufficio e la richiesta di apertura della pratica è stata trasmessa dal Comitato di presidenza del CSM alla Procura generale presso la Corte di Cassazione per eventuali iniziative disciplinari. Senonchè le contromisure si sono risolte in un clamoroso autogol, prima ancora che la pratica presso il CSM e presso l’organo disciplinare potesse avere un qualunque svolgimento. La drammatizzazione teatrale operata da Scarpinato con l’artificio della lettera indirizzata all’amico scomparso, poteva esaurirsi dans l’espace d’un matin e rimanere sepolta dal coacervo di testimonianze, dichiarazioni ed interventi di cui hanno dato notizia i giornali per un solo giorno. Invece, una volta scattata la richiesta di punizione del magistrato Scarpinato, questa lettera è diventata pietra dello scandalo ed ha cominciato ad avere una circolazione assolutamente inimmaginabile ed imprevedibile.

Ormai sono questi 400 le adesioni di magistrati e di esterni ad un documento di base di magistrati che chiede che il discorso di Roberto Scarpinato, sia diffuso “nelle istituzioni e nelle scuole, tra i concittadini onesti ed impegnati”. E c’è da prevedere che alle parole seguiranno i fatti, per cui la lettera diventerà un classico. E così il “puzzo del compromesso morale” di questa particolare classe dirigente che ha calpestato e calpesta il nostro paese si sta diffondendo ovunque, contrapposto al fresco profumo della libertà, che accompagna tutti coloro che si battono per i valori di giustizia e libertà che sostanziano la trama della legalità fondata sulla Costituzione.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)