Acquarius: la nave del nostro disonore

Non si è ancora conclusa la vicenda della nave Aquarius con a bordo 629 profughi a cui è stato vietato lo sbarco nei porti italiani e reindirizzata verso il porto di Valencia dopo l’assenso del nuovo governo socialista spagnolo. Quello che mi colpisce, più che la decisione illegale di chiudere i porti alle navi delle ONG che effettuano il salvataggio dei naufraghi nel Mediterraneo, espediente a cui anche il ministro Minniti cercò di far ricorso, è il coro di consenso che si è diffuso nella pancia del nostro paese. Il bullismo politico nei confronti dei disperati che fuggono dalla Libia è stato agito nella scena pubblica e rivendicato come un successo della politica muscolare di questo nuovo Governo, quindi proposto come un modello politico in cui investire per accrescere il consenso popolare.

Mi ritornano in mente i versi della canzone di Fabrizio De Andrè, l’amore perduto: “l’amore che strappa i capelli è perduto ormai, /non resta che qualche svogliata carezza / e un po’ di tenerezza.”

In questa vicenda è andato perduto l’amore del popolo italiano per gli altri popoli, quello che ci rendeva diversi perché più capaci di sentirci simili agli altri, di comprendere le sofferenze, le gioie ed i dolori degli altri popoli. L’amore è perduto ormai, ma, a differenza della canzone di De Andrè, non resta neanche un po’ di tenerezza. Non c’è nessuna tenerezza verso le donne in stato di gravidanza, verso i ragazzi che hanno perduto la loro fanciullezza attraverso gli orrori della guerra, verso le ragazze seviziate nei campi libici. Non c’è tenerezza, ma solo disprezzo e fastidio per l’opera di salvataggio in mare effettuata dai volontari delle ONG, che vengono appellati con l’epiteto di “vicescafisti”. Le navi con il carico dei profughi ripescati in mare sono considerate come se trasportassero un carico di rifiuti, rifiuti umani; che andassero a scaricare i rifiuti un po’ più in là per non inquinare le coste del bel Paese.

Ha scritto l’Associazione Giuristi democratici: “La bella pagina di Mare Nostrum non può essere oggi seppellita dal fango di una posizione vergognosa sia per la sua contrarietà ad elementari principi di umanità che per quella a norme internazionali fondamentali.

Rifiutare l’accoglienza e la salvezza della vita, facendo o fingendo di fare il pugno di ferro solo per guadagnare consensi e puntando su paure collettive che significano solo protezione dei propri interessi individuali, dà di questo nostro Paese l’immagine vile e disumana che la collettività da cui è composto non si merita.”

E tuttavia quest’immagine vile e disumana riemerge dal basso, rilanciata dai social. Quando il cardinale Ravasi ha twittato un verso del vangelo di Matteo modificato in polemica con la chiusura dei porti (ero straniero e non mi avete accolto), si sono scatenati i commenti più feroci, espressione di quel diffuso rancore sociale che la politica legittima ed incrementa.

In effetti l’amore non si può prescrivere, però le leggi che l’umanità si è data uscendo dalla tragedia della seconda guerra mondiale (dichiarazione universale dei diritti umani, convenzione europea sui diritti dell’uomo, Costituzioni, convenzioni sui rifugiati, sul salvataggio in mare, etc.) servono proprio a questo, a tradurre l’amore in norme giuridiche, cioè in canoni di comportamento fondati sul presupposto che esiste una sola famiglia umana i cui membri sono tutti titolari di diritti uguali ed inalienabili.

Per questo il diritto è l’ultima trincea dell’etica. Raniero La Valle nel suo libro, Prima che l’amore finisca, riporta un’esortazione che Giuseppe Dossetti rivolse ai giovani di Modena con una lettera del 6 giugno 1993: “se i dieci comandamenti fanno cilecca, state almeno alla Costituzione, come tavola di morale civile, di principi e valori non discendenti dall’alto, ma portati in alto dal ribollire della storia”.

Visto che il senso di umanità non vale più nulla in politica, ricordiamo ai nostri leader politici che hanno l’obbligo di rispettare la Costituzione e le Convenzioni internazionali.

Prima che l’amore finisca.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

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