Gli anni 90 e la restaurazione di fine secolo

L’ultimo decennio del Novecento, che non è un secolo breve se non viene amputato dagli storici, è stato un decennio che si è posto in netta discontinuità con la storia del dopoguerra. E’ stato il decennio delle speranze frustrate, il decennio che avrebbe dovuto essere quello della distribuzione dei dividendi della pace e della costruzione di un ordine unitario del mondo dopo la rimozione del muro di Berlino e la fine dei blocchi, ed è stato invece un decennio di grande disordine e di nuove, più gravi divisioni. Avrebbe dovuto essere, come l’aveva proclamato l’Assemblea generale dell’ONU, il “decennio del diritto internazionale”, ed è stato invece il decennio in cui è stata ripristinata la guerra come mezzo ordinario di governo del mondo, tanto che dal 1991 al 2001 si sono addirittura celebrate tre guerre che, se viste nella continuità dei soggetti che le hanno intraprese e nella logica che le accomuna, sono in realtà un’unica guerra, probabilmente destinata a prolungarsi nell’annunciata guerra contro l’Iraq.

Per capire come ciò sia potuto accadere, occorre ripensare la storia del Novecento come una storia segnata da due grandi discontinuità. Non si può capire la storia se la si immagina come un tempo continuo e omogeneo. Walter Benjamin, facendo appello alla sua comprensione ebraica, nelle “Tesi di filosofia della storia” dice che ci sono degli “arresti”, delle “irruzioni” messianiche che scuotono il tempo ordinario. Ci sono delle discontinuità. Ci sono dei potenti deposti dai troni e degli umili esaltati, dei castelli che cadono, altri si costruiscono, poi di nuovo cadono e quelli di prima risorgono. La storia è fatta di continuità, ma anche di rivoluzioni, di controrivoluzioni e di restaurazioni. Oggi, nel tempo della guerra globale e infinita, siamo nel pieno di una controrivoluzione e di una fosca restaurazione.

Il Novecento aveva già conosciuto la novità della rivoluzione d’Ottobre. Ma la grande discontinuità che ha segnato nel Novecento un vero passaggio d’epoca, è stata nel 1945 quando, dopo la tragica esperienza della seconda guerra mondiale e della Shoah si è posto mano a costruire la grande comunità internazionale delle Nazioni. Questa discontinuità è consistita essenzialmente nell’aver posto il principio della dissoluzione dei grandi Imperi. Questo principio fu posto dall’ONU e in maniera specialissima dagli Stati Uniti d’America che non volevano un mondo di Imperi, ma immaginando una specie di pantografia della democrazia americana, promossero nella grande assemblea costituente di San Francisco un modello universale di democrazia e di diritto saldamente controllato dalle Nazioni che si erano unite nella guerra antifascista (e perciò “Nazioni Unite”) e in particolare dalle cinque grandi Potenze vincitrici.

Naturalmente ci volle tempo e furono necessarie grandi lotte di liberazione perché gli Imperi finissero davvero. Il primo a finire fu l’Impero inglese, con la liberazione dell’India, che Gandhi riuscì ad ottenere con metodo non violento, ma che ci sarebbe stata comunque; poi finì l’Impero francese in Indocina, e solo più tardi in Algeria; ancora più tardi finì l’Impero portoghese. Nell’immaginare un mondo senza Imperi fu naturale mettere al bando la guerra, principio condiviso da tutti gli Stati, e formalmente sancito nell’articolo 2, 4 della Carta dell’ONU. La fine dell’età degli Imperi e della loro implicita antropologia di diseguaglianza e di dominio, rendeva altresì naturale, e anzi necessario, proclamare la “eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”, e stabilire il principio, veramente fondativo di tutto il sistema delle Nazioni Unite, della indivisibilità della pace e della sicurezza per tutti gli uomini e tutti gli Stati. Venendo meno la necessità, così bene illustrata nel “Principe” di Machiavelli, della conservazione, manutenzione e accrescimento degli Imperi, veniva meno la necessità della guerra, ed essa poteva pertanto essere “ripudiata”, come subito dopo si esprimeva stupendamente la Costituzione italiana; nello stesso tempo diventava possibile la positivizzazione, cioè la formulazione in norme giuridiche potenzialmente cogenti per tutti, delle dottrine di origine europea della universalità dei diritti; che è stata la grande impresa del diritto internazionale postbellico.

Nella dissoluzione degli Imperi, ne rimasero tuttavia due, che appunto non erano Imperi, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica. Più che Imperi erano infatti due grandi Potenze egemoniche, tendenti alla globalizzazione, cioè a globalizzare il mondo secondo il proprio modello e sotto il proprio controllo, nella forma politica delle sovranità limitate. In realtà i due modelli non furono solo contrapposti; certo lo furono militarmente, ma si contaminarono e influenzarono reciprocamente nella sfera politica e sociale. Il comunismo mutuò i modelli dell’industrialismo occidentale, accettò il dialogo e mise in discussione se stesso fino al “nuovo pensiero politico” di Gorbaciov; nella sua identità italiana fece propri la democrazia e il mercato e finì, con Berlinguer, per identificare la democrazia col socialismo. Il capitalismo a sua volta si sentì sfidato sul terreno sociale, costruì il Welfare, distribuì ricchezza e moderò i suoi principi giungendo ad accettare delle compatibilità con la democrazia e i diritti che prima sarebbero state impensabili, fino in Italia allo Statuto dei lavoratori.

Anche grazie a questo processo, mentre ancora perdurava la contrapposizione tra i blocchi, il modello americano prese il sopravvento e guadagnò in egemonia economica, culturale e politica, non senza un uso spregiudicato dello strumento militare. Già nel 1983 il sociologo Francesco Alberoni sosteneva che in realtà di imperi non ce n’erano due, ma ce n’era uno solo veramente universale, con una sola lingua, l’inglese, e una sola moneta, il dollaro, rispetto a cui l’altro, quello sovietico, appariva residuale, regionale, rigorosamente circoscritto. E già allora si manifestava la disaffezione americana per l’ONU, l’UNESCO e le altre istituzioni internazionali, con l’abbandono, da parte degli Stati Uniti, del mito egualitario e universalistico che era stato di Wilson e di Roosevelt.

Nel 1989 si produce la seconda grande discontinuità. Quando finisce l’Unione Sovietica, si chiude la fase della dissoluzione degli Imperi e si può ricominciare. Gli Stati Uniti sono pronti a raccogliere l’eredità di una sovranità universale. Il decennio successivo, dalla guerra del Golfo agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001, è il periodo in cui questo progetto prende corpo, si perfeziona, si chiarisce agli stessi americani.

La rimozione del muro di Berlino è la grande occasione perduta per la costruzione di un mondo diverso, di “quell’altro mondo possibile” che il movimento no-global comincerà ad invocare sulle soglie del nuovo millennio.

L’ipotesi che qui vorrei avanzare è che l’Occidente ha sbagliato la lettura e la risposta agli eventi dell’89, prima favorendo la dissoluzione dell’URSS, poi concependo un mondo di cui esso fosse l’unico gendarme e padrone; l’Occidente non ha saputo uscire dal sistema di dominio e di guerra che era legato alla diarchia del terrore ma, venuta meno l’Unione Sovietica, ha proseguito quel medesimo sistema mettendosi alla sua testa da solo; esso pertanto non ha saputo cogliere l’occasione di quella inaudita e pacifica discontinuità storica, non ha saputo concepire e gestire un progetto nuovo per il mondo che rappresentasse un vero superamento del vecchio sistema bipolare, e così facendo si è inserito nella traiettoria della sua caduta, giungendo oggi a una crisi che è speculare a quella che fu la crisi del comunismo e che può essere considerata come la fase finale della crisi di quell’ordine.

Per capire dov’è stato l’errore, occorre ricordare gli eventi di quel 1989. Il 14 novembre 1989 una telefonata allarmata da Berlino informava Mosca che i tedeschi dell’Est, trattenuti dal Muro, volevano passare dall’altra parte. E Gorbaciov rispose: fateli passare. Solo qualche anno prima l’Unione Sovietica avrebbe risposto: schierate i carri armati. Dunque c’era una novità. Questa decisione politica è passata alla storia come la “caduta del Muro di Berlino”. Ma l’Occidente non era preparato a capire quella novità. Non così aveva pensato che potesse venire meno la minaccia armata del comunismo. E così si aprì un vuoto che non si era minimamente preparati a riempire. L’unica cosa che l’Occidente riuscì a dire fu che la guerra fredda era finita, e che lui l’aveva vinta.

Ma che fare del mondo? Questo è il problema dei vincitori, ormai non più trattenuti da nessuno. Finalmente il capitalismo ha prevalso, il mercato è ormai universale, le più ardite speranze dei teorici del liberalismo che avevano profetato: col libero commercio, l’eterna pace, si possono realizzare. La storia è giunta al suo adempimento e noi ce l’abbiamo portata.

D’altra parte il capitalismo che dai grandi Paesi dell’Occidente si presenta a raccogliere l’eredità del mondo, è un capitalismo attraente, un capitalismo non solo di ricchezze e di lustrini televisivi, ma anche di diritti, di protezione sociale, di pluralismo politico. Non è il capitalismo selvaggio di oggi, è un capitalismo ancora profondamente influenzato dall’esistenza di un campo antagonista, dalla sfida esterna del mondo socialista, dal condizionamento interno delle sinistre e dei sindacati, dal compromesso keynesiano. E quindi tutti ci vogliono entrare, o immigrandoci dentro, o facendosene invadere a casa loro.

Ma a questo punto, caduto il limite esterno, il capitalismo realizzato si accorge di non essere affatto universale. E’ il sistema migliore possibile, ma non è per tutti, i suoi benefici non si possono estendere a tutti. Esso non può reggere la vita e lo sviluppo del mondo. Non può sfamare tutti, non può avere acqua e medicine per tutti, non può permettere la democrazia a tutti. I meccanismi economici non sono attrezzati per questo, perché sono fatti per incrementare il denaro e non per soddisfare i bisogni. Ma questo non è il solo problema. E’ lo stesso ordine fisico della terra che presenta limiti invalicabili a una fruizione universale del livello di vita conseguito dalle aree privilegiate del sistema. Il Club di Roma già nel 1971 aveva proiettato nel futuro i limiti dello sviluppo, e quelle previsioni erano risultate fondate. Stava per finire il petrolio, il gas naturale, il carbone, stava per cambiare il clima, stavano per ritrarsi le acque da bere e innalzarsi le acque marine, i tassi di inquinamento stavano per raggiungere livelli catastrofici.

Contro il mito del progresso illimitato, si fa strada la coscienza della scarsità. Gli anni 90, gli anni dopo la fine dell’URSS, sono gli anni in cui i grandi poteri rimasti sono posti di fronte a queste alternative, a queste scelte. Ci sono correnti che spingono verso una ristrutturazione equa di tutti i rapporti mondiali, che postulano la pace la giustizia e la salvaguardia del creato, ci sono le teologie della liberazione dell’America Latina, ci sono i pacifisti, ci sono i rapporti delle Agenzie intergovernative sul clima che denunciano i pericoli e che spingono verso quei primi risultati che saranno la conferenza di Rio e il Trattato di Kyoto; nel vertice di Roma del 1996 la FAO ancora si illude di poter dimezzare la fame nel mondo per il 2015.

Ma il sistema fa un’altra scelta. Se il mondo non si può tenere in piedi tutto, allora se ne garantisce solo una parte, la propria. Un quinto contro gli altri quattro quinti. Il capitalismo vincente non può certo ritrarsi e rientrare nei vecchi confini del Primo Mondo, non può ridursi a essere la forma economica e sociale della minoranza appagata, continuerà a inglobare tutto il mondo, ma con una stratificazione, una gerarchia, una grande selezione, una realistica diseguaglianza; c’è un mondo da salvare e un mondo a perdere, i privilegiati e gli esclusi, i necessari e gli esuberi; cioè noi e loro.

Certo, non c’è una volontà politica esplicita di realizzare la formula di Spencer, il filosofo ottocentesco della società dell’utile, della “military and industrial society”, secondo cui se gli uomini “sono realmente in grado di vivere essi vivono, ed è giusto che vivano. Se non sono realmente in grado di vivere essi muoiono, ed è giusto che muoiano”; ma la selezione è affidata al “libero commercio” e alla Mano Invisibile del Mercato, che non ha colpe.

Ma naturalmente un mondo così non sta a posto da solo. Deve essere tenuto a bada con scettro di ferro. La maggioranza scartata non accetta di essere votata all’esclusione. Il grande problema che si apre con la fine dell’ordine bipolare e la scomparsa dell’URSS è perciò quello del governo del mondo. L’idea è che occorre stabilire un sovrano universale, e questo ruolo non può essere se non degli Stati Uniti perché, come doveva spiegare Brzezinski, autorevole esponente dell’establishment americano, in un colloquio di fine millennio a Castelgandolfo alla presenza del Papa, non c’è altra alternativa che l’America all’anarchia globale.

Per far questo occorreva al più presto possibile riappropriarsi dello strumento sovrano del governo del mondo: la guerra. Se quando gli Imperi finiscono si può concepire di bandire la guerra, quando gli Imperi cominciano della guerra non possono fare a meno.

La guerra, agli inizi degli anni 90, non solo era bandita dal diritto, ma godeva di un unanime discredito e ripulsa nell’opinione pubblica mondiale. Nella nuova situazione creatasi dopo l’89 la guerra doveva essere ripristinata, richiamata dal suo esilio, eticamente riscattata e di nuovo agghindata e adornata come una sposa.

L’occasione la fornì l’Iraq con l’occupazione del Kuwait. Questo crimine gli fu fatale. Il muro di Berlino era stato rimosso da un anno, l’URSS non era più in grado di fermare l’Occidente. E Bush padre fece la guerra; la fece per due ragioni; la prima, come spiegò poi nelle sue memorie, perché non si poteva permettere che le riserve di petrolio del Medio Oriente cadessero sotto il controllo di una potenza ostile; e fu la prima guerra per il petrolio; e la seconda ragione, più importante, fu per ristabilire il diritto di guerra esercitandolo in nome di quelle stesse Nazioni Unite che l’avevano abrogato; e fu la guerra per riabilitare la guerra agli occhi dell’opinione pubblica occidentale; ci vollero alcuni mesi non solo per preparare l’armata ma per sviluppare una imponente campagna di persuasione che riaccreditasse e normalizzasse la guerra.

Fu, quella, la prima guerra mai finita. La guerra contro l’Iraq è continuata infatti fino ad oggi, come guerra aerea e come embargo (e un milione e mezzo di morti, in gran parte bambini). Tuttavia la guerra del Golfo si fa ancora con la copertura dell’ONU anche se con uno strappo al quadro di legittimità di cui essa è garante. Ma ben presto questo quadro di legittimità viene esplicitamente abbandonato, e si innesca il processo volto a sostituire l’ONU prima con la NATO, sotto la guida degli Stati Uniti, poi con gli Stati Uniti da soli. Vengono elaborati i primi documenti che dovranno consacrare e accompagnare la svolta.

In Italia nell’ottobre del 1991 il Nuovo Modello di Difesa già considerava la guerra come praticabile e normale, non solo nel caso deprecabile di un’aggressione, ma come mezzo ordinario per tutelare gli “interessi esterni” dell’Italia e dei suoi alleati; interessi tra i quali “rivestono preminente rilevanza”, recitava il testo, quelli “che direttamente incidono sul sistema economico e sullo sviluppo del sistema produttivo, in quanto condizione indispensabile per la conservazione e il progresso dell’attuale assetto politico e sociale della Nazione”; tutela da operare ovunque sia necessario e “anche in zone non limitrofe”. In quel documento già si intravedeva nel Sud, nell’Islam, il nuovo nemico; infatti, facendo riferimento al conflitto arabo-israeliano, interpretato come una “contrapposizione tra tutto il mondo arabo da un lato, sia pure con formule e sfumature diverse, ed il nucleo etnico ebraico dall’altro”, il “Modello” affermava che tale conflitto poteva “essere considerato un’emblematica chiave interpretativa del rapporto Islam-Occidente”. La guerra religiosa era dichiarata già allora

Nell’aprile del 1992 le “Guidlines” per la politica della difesa degli Stati Uniti sanciscono che gli Stati Uniti non dovranno più avere concorrenti globali. “Occorre impedire a qualsiasi potenza ostile – dicono – il dominio di regioni le cui risorse le consentirebbero di accedere allo status di grande potenza; queste regioni comprendono il territorio dell’ex Unione Sovietica, l’Asia oruientale e sud-occidentale”; occorre “impedire l’ascesa di un futuro concorrente globale”; occorre “dissuadere i Paesi industriali avanzati” (e questo era un avvertimento all’Europa) “da qualsiasi tentativo che miri a contestare la nostra leadership”.

Nel 1999 toccò alla Iugoslavia. La guerra era stata ormai richiamata in servizio, era “libera all’esercizio”. Anche per quella guerra si parlò di petrolio, della necessità di aprire un corridoio per gli oleodotti dal Caspio. Ma la vera ragione fu politica. La ragione fu di uscire dall’ordine delle Nazioni Unite, dove la guerra era ancora formalmente bandita, ed entrare, ormai senza altre remore, nell’ordine della NATO; la NATO diventava essa la nuova comunità internazionale, la parte per il tutto, assumeva prerogative sovrane, si investiva in proprio del diritto e del potere sovrano di guerra.

La metamorfosi della NATO occupò tutto il decennio. Nel novembre 1991, si decideva nel vertice atlantico di Roma che essa doveva continuare a sussistere. Ma era pur sempre la vecchia alleanza; essa entrava in un processo evolutivo, ma era ancora pensata nel quadro del suo trattato istitutivo.

Nel 1999, l’evoluzione è compiuta. Con la guerra alla Serbia compare un nuovo soggetto che della vecchia alleanza mantiene ancora il nome, ma non più l’identità. Comincia la nuova alleanza.

La vecchia alleanza era un’alleanza di Stati sovrani. Essi non disponevano del diritto di guerra, perché ne avevano fatto, sottoscrivendo la Carta dell’ONU, solenne rinuncia. Di conseguenza non potevano trasferire all’Alleanza poteri che essi stessi non avevano. Essi disponevano però del diritto di difesa contro l’aggressione, a norma dell’art. 51 della Carta. Perciò la NATO era nata come alleanza difensiva, senza rivendicare il potere di guerra.

La nuova alleanza che irrompe sulla scena nel ‘99 è un’altra cosa. Non solo perché nel frattempo vi sono entrati nuovi Stati, che prima erano tra i nemici, ma perché essa non è un semplice allargamento e sviluppo della prima. E’ come se venisse da un’altra origine, è come se appartenesse ad un altro ordine.

Non appare più come un’associazione, a scopi difensivi, di Stati sovrani. Essa stessa agisce come soggetto sovrano. Nella persona di questo nuovo sovrano i membri della vecchia alleanza si incorporano come parti indistinte di un tutto che agisce per tutti. La guerra è dichiarata a Bruxelles da un signore che non è né un capo di Stato, né un capo di governo ma pronunzia la parola potente propria di un potere sovrano.

Questo nuovo sovrano che così si manifesta sul campo, viene ufficialmente intronizzato nel vertice di Washington del 23 e 24 aprile 1999 dove viene approvato, con la procedura del “silenzio dopo discussione”, il nuovo documento istitutivo in cui si fissa il nuovo concetto strategico dell’Alleanza che dovrà valere “per tutto il secolo che sta per iniziare”, come enfaticamente recita il preambolo.

Dal confronto tra il documento di Roma del 1991 e il documento di Washington del 1999, confronto che è facilissimo perché si tratta di due testi sinottici, si può misurare tutta la differenza tra la prima e la seconda alleanza.

Nel 1999 invece che di Europa, a cui ci si riferiva ancora nel ‘91, si parla di un’area euro-atlantica, che ormai comprende anche la Russia e l’Ucraina congiunte alla NATO nella partnership per la pace, e che perciò si estende dalla costa americana del Pacifico ad Ovest fino a Vladivostok ad est, dal circolo polare artico a Nord ai confini della Cina, al Mediterraneo e all’istmo di Panama al Sud, vale a dire tutto l’emisfero Nord del mondo. Non più Est-Ovest, ma Nord-Sud. La delimitazione territoriale della competenza cade e vengono legittimate operazioni militari “in aree situate fuori dai confini dell’Alleanza”. E se nel 1991 si ribadiva che l’Alleanza aveva “un carattere prettamente difensivo” e anzi si affermava enfaticamente che “nessuna delle sue armi” sarebbe stata “mai usata, se non per autodifesa”, nel 1999 questa riserva scompare, e anzi si prevede esplicitamente che si possa agire al di là dei limiti difensivi stabiliti dagli artt. 5 e 6 del Trattato, dato che ormai “la sicurezza dell’Alleanza deve essere inquadrata in un contesto globale” in cui entrano fattori come il terrorismo, interruzioni di approvvigionamenti, movimenti incontrollati di popolazione, rivalità religiose e quant’altro. Perciò ai compiti della NATO si aggiunge quello di gestione delle crisi, “ivi comprese le operazioni di risposta alle crisi”. Per la prima volta la guerra viene contemplata come risposta a crisi politiche, sociali, economiche, religiose di ogni tipo; e, primo in lista, al terrorismo, ben prima delle Twin Towers.

Questa è la seconda Alleanza. Se si va a fondo nell’esame del documento, si vede che il suo centro, il suo movente, la sua ossessione, sta nell’idea che è cambiato il concetto di sicurezza, cioè è cambiata la percezione del pericolo. Prima il pericolo veniva dal mondo sovietico, era ben configurato, si poteva padroneggiare. Adesso viene da ogni parte, è incontrollabile e imprendibile. Allora ci vuole più di un’alleanza. Ci vuole qualcuno che prenda su di sé, più di quanto i vecchi Stati possano fare, l’intero fardello della sicurezza collettiva, qualcuno che decida sullo stato d’eccezione, un sovrano, un super-Stato, che ai singoli Stati dia protezione, ricevendo in cambio obbedienza. E’ un processo già descritto tre secoli fa da Thomas Hobbes quando spiegava la nascita dello Stato come la generazione del grande Leviatano ovvero “di quel Dio mortale cui dobbiamo la nostra pace e la nostra difesa”.

È evidente come questa concezione è alternativa a quella dell’ONU. Nel vertice di Washington la NATO riprende il principio dell’ONU della indivisibilità della pace e della sicurezza, ma esse non sono più indivisibili per tutti, bensì solo per sé e per i 19 Paesi membri; e dopo l’ultimo vertice di Praga del novembre scorso, l’ex ministro della Difesa americano Weinberger giungerà a postulare apertamente la sostituzione della NATO all’ONU, come struttura più flessibile, più efficace e più sensibile agli interessi degli Stati Uniti.

Tuttavia anche la NATO finisce per essere un vestito troppo stretto. Sulla fine del decennio gli Stati Uniti sono ormai pronti a giocare in proprio il ruolo di Potenza globale ed esclusiva.

Gli eventi dell’11 settembre 2001 innescano la reazione per la quale si completa la mutazione, cambia la figura dell’America, quella figura che il mondo amava, e gli Stati Uniti dichiarano apertamente la volontà di costituire un Impero mondiale.

Il 14 settembre, Bush ne enuncia il principio fondativo dal pulpito della National Cathedral di Washington, nella “giornata nazionale di preghiera e commemorazione per le vittime” indetta dalla Casa Bianca; tale principio consiste nel raccogliere “l’impegno preso dai padri, diventato l’appello del tempo presente”, rispondere agli attacchi con una guerra di cui solo gli Stati Uniti decideranno la fine, e ”liberare il mondo dal Male”. La preghiera del Pater noster sarà finalmente esaudita. A garanzia Bush, con una citazione aggiustata della Lettera ai Romani, assicura che nulla potrà separare l’America dall’amore di Dio.

Un anno dopo, il 17 settembre 2002, la dottrina dell’Impero viene formalmente enunciata nel documento sulla nuova strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti, che in realtà è la Carta istitutiva dell’Impero.

Essa proclama che c’è un unico modello accettabile per le nazioni, che è definito con tre termini: libertà, democrazia e libera impresa. Dunque è un modello politico, che è quello dello Stato liberale, è un modello istituzionale, che è quello delle democrazie occidentali, ed è un modello economico che è quello del capitalismo; ogni alternativa, ogni pluralismo di dottrine e di sistemi sono negati. Poi il documento afferma l’unicità e insuperabilità degli Stati Uniti: gli Stati Uniti, dice il documento, “godono di una potenza militare senza eguali e di una grande influenza economica e politica”. Questa unicità dovrà essere mantenuta per sempre; dice infatti il documento: ”le nostre Forze (armate) saranno abbastanza forti per dissuadere potenziali avversari dal perseguire un potenziamento militare nella speranza di sorpassare o eguagliare il potere degli Stati Uniti”; nessuno potrà mai pensare non solo di poter superare, ma nemmeno eguagliare il potere americano. Mai più una potenza come l’URSS, ma anche mai una potenza come la Cina o come l’Unione Europea. In questo contesto il documento enuncia la dottrina della guerra preventiva – “la migliore difesa è una buona offesa” – e dichiara che gli Stati Uniti agiranno anche da soli. C’è una rivendicazione della solitudine americana. E quando il documento cita le alleanze, le organizzazioni internazionali con le quali gli Stati Uniti intendono collaborare, cita l’ONU, l’Organizzazione mondiale del Commercio, l’Organizzazione degli Stati Americani e la NATO, ma la NATO non è più al primo posto, è un’alleanza tra tante. E in un altro punto del documento si citano come distinti gli Stati Uniti e la comunità euro-atlantica.

Dunque la novità è che gli Stati Uniti non sono più una potenza dell’Occidente, non sono più l’Occidente. Se eravamo abituati fino ad oggi a parlare degli Stati Uniti e dell’Occidente come di una cosa sola, anzi a parlare dell’America come dell’espressione stessa dell’Occidente, d’ora in poi non sarà più così: l’America si pone come altro dall’Occidente. Non sta più da una parte del mondo, ma sta sopra il mondo come sovrano universale di una geografia globale di cui lo stesso Occidente è solo una parte.

È molto significativo che questa dottrina dell’Impero venga enunciata nell’atto stesso in cui febbrilmente si prepara e si reclama la prima guerra di fondazione dell’Impero, che è quella contro l’Iraq; guerra che non si spiega né con le armi né con il petrolio di Saddam, ma solo perché non c’è Impero mondiale senza il controllo fisico e territoriale del Medio Oriente, senza insediarsi in quella terra tra i due fiumi che è la culla e il crocevia dell’umanità, all’incrocio delle antiche rotte carovaniere che univano l’Asia l’Europa e l’Africa, da dove si può guardare ad Est, fino all’India e alla Cina. E Israele non basta più a rappresentare lì gli Stati Uniti.

Ma la guerra è il solo prezzo da pagare a questa novità di un Impero nascente? C’è qualcuno che sostiene che, al di là della forma sgradevole, si tratta pur sempre di una figura politica di universalità, di un Impero inclusivo, dove certo ci sono ingiustizie da sanare e sfruttamenti iniqui da combattere, ma dove sarebbe pur sempre vigente la “koiné” dei diritti umani.

Credo che invece debba essere scoperta la vera natura dell’Impero, nel quale viene a concludere e a trovare la sua forma politica e militare la globalizzazione. Come la globalizzazione, l’Impero non è inclusivo, ma seccamente selettivo. I limiti non sono fisici, territoriali; nella geografia dell’Impero potenzialmente sono tutti inclusi. Ma di fatto la maggior parte è esclusa, non cooptata, non assunta dentro gli stessi confini di una unità politica che se pure è estesa a comprendere tutto il mondo, tuttavia è disseminata di “apartheid”, di muri di separazione, di isole di estraneità. Il rischio è proprio quello che il modello del rapporto tra Israele e palestinesi in Palestina, si riproduca e diventi il paradigma del nuovo ordine planetario.

Ma allora non si tratta solo di un sovvertimento del diritto. Dietro questa ipotesi di ordine del mondo si intravede, che sia conscia o inconscia, una cultura di tipo apocalittico. C’è un mondo a perdere e un mondo da salvare. Non è una cultura della speranza, una cultura del futuro, e dunque una cultura della pace, ma una cultura della disperazione e una cultura della fine. In effetti sia in Israele che negli Stati Uniti sembrano giunti al potere dei ceti politici esacerbati, che pensano a una salvezza da strappare nelle condizioni della fine, ci sono governanti che pongono gesti e formulano pensieri apocalittici: la “passeggiata” di Sharon sul Monte del Tempio, a cui i pii ebrei pensavano di tornare solo alla fine dei tempi, l’idea di Bush di estirpare gli Stati “zizzania” (i “rogue States”) e di liberare il mondo dal male, cosa che secondo la parabola evangelica non deve venire prima della mietitura, cioè prima della fine del mondo; e ancora la guerra definitiva e infinita, l’atomica brandita come una spada, la divisione tra gli Stati Uniti e i loro nemici sentita come una divisione irrimediabile, come la divisione tra il mondo della luce e il mondo del terrore, tra l’ordine e il caos.

C’è il rischio di un collasso, anzi di una catastrofe della speranza, e perciò di una crisi della condizione umana, nel cuore e nelle menti delle persone e soprattutto dei giovani, più grave delle stesse negazioni e degli scuotimenti della vita fisica e della crisi ecologica o alimentare.

Io ho vissuto questa crisi esistenziale nei giorni scorsi a Bagdad, dove sono stato dal 1 al 6 dicembre con una delegazione italiana, quando andavo per le strade e vedevo le persone, ma già conoscevo la sentenza di morte che qualcuno aveva pronunciato lontano da lì, e non sapevo se quelle persone, quelle case, perfino l’albergo in cui stavamo sarebbero ancora esistiti tra un mese. E tuttavia non si avvertiva tra la gente alcun presentimento della fine. Però si vedeva camminare il dolore.

È difficile tenere accesa la speranza quando il diritto è sconfitto, e lo si viene a sapere. Il vecchio Papa ha parlato perfino di un “disgusto” di Dio.

Però la speranza sta proprio nel fatto che il diritto c’è stato. Che l’umanità lo ha saputo concepire, che essa ha nutrito dottrine e fedi e continuamente pone gesti che tolgono il pungiglione alla morte; che perfino di fronte ad Auschwitz ha potuto risuonare la parola impossibile e potente che “la vita è bella”, e milioni di persone l’hanno condivisa.

Se squarciamo l’armatura rutilante di cui si riveste la cultura della fine, e le cortine dietro cui essa si trincera per riservare agli altri la fine, noi troviamo il fondamento della nostra resistenza e la ragione della nostra speranza. Perché questa non è la cultura di un Impero nascente, ma è la cultura di un Impero in declino, è una cultura analoga a quella delle sette gnostiche, manichee e apocalittiche che esprimevano l’angoscia della fine di un mondo, al tramonto dell’Impero antico. Ci sono per contro milioni di persone in tutto il mondo che vivono una cultura dell’inizio e della fecondità, milioni di persone che sanno l’arte del vivere insieme e diversi, milioni di persone che pensano in modo inclusivo, tali che nessun terrorismo ha ragione di sfidare e di abbattere. C’è uno spirito europeo che è lontanissimo dall’idea di un’estrema lotta tra i mondi, e di uno “scontro di civiltà”. C’è un Islam che non pensa affatto al paradiso come contropartita di un inferno sulla terra. E anche l’America non è solo quella delle sue minoranze settarie, è anche quella di Richard Falk e quella di cui Falk ci ha parlato. Perciò è fondato fare affidamento sull’antidoto della ragione, sulla alternativa del diritto, e sulla sovranità in itinere della pace.

Dio non si è pentito dell’uomo.
Raniero La Valle
Roma, 14 dicembre 2002