La resistibile ascesa di Silvio UI

Dobbiamo ringraziare l’ex Presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, per il coraggio con il quale, nel suo intervento alla festa nazionale dell’Unità (il 7 settembre) ha svelato il carattere ontologicamente antidemocratico di questa maggioranza e del Capo politico che la guida. E’ finalmente caduto il tabù del regime, quel tabù, rigorosamente custodito dal ceto politico di centro sinistra, che impediva di riconoscere i caratteri eversivi dell’esperienza politica avviata con l’avvento del Governo Berlusconi.

Questo tabù non poteva proprio più reggere dopo l’intervista di Berlusconi ai giornali “La voce di Rimini” e “Spectator” (il 4 settembre), della quale ha fatto scandalo il linguaggio demenziale nei confronti dei giudici, ma in realtà preoccupante per tutti gli aspetti affrontati (stampa, opposizione e politica estera). Non deve stupire, quindi, se nei nuovi estratti della medesima intervista (11 settembre) fa capolino una sostanziale riabilitazione del fascismo. Ma l’evento che ha realmente incrinato il tabù è avvenuto quest’estate, con il deposito (il 6 agosto) delle motivazioni della sentenza per il processo IMI/SIR – Lodo Mondatori. Tale sentenza è un documento storico, non soltanto perché affronta quella che viene definita la “più grande corruzione nella storia della Repubblica”, ma soprattutto perché, attraverso la rigorosa, puntuale, documentata ed inoppugnabile ricostruzione delle vicende specifiche, il Tribunale ha stilato un vero e proprio documento notarile, un certificato giudiziario che attesta che coloro che oggi sono alla guida del sistema politico provengono da una banda di avventurieri e affaristi senza scrupoli. In qualunque ordinamento, quando una banda si impadronisce del potere politico, e mette mano nei delicati meccanismi dello Stato, la democrazia corre un rischio mortale e i diritti e le libertà dei cittadini sono in pericolo

La sentenza di Milano, dunque, contiene una cattiva novella che non può essere ignorata. Questa novella annunzia la crisi più grave che la democrazia italiana sta vivendo da quando è entrata in vigore la Costituzione della Repubblica.

Quando il Parlamento viene requisito per approvare leggi ad hoc, volte ad assicurare l’impunità a Berlusconi ed ai suoi sodali, o comunque ad ostacolare il controllo di legalità (dalla legge sulle rogatorie, alla legge sul falso in bilancio, al c.d. Lodo Schifani), non si tratta di una bizzarria tutta italiana, che fa perdere tempo al Parlamento, distogliendolo dai veri problemi del paese.

Qui si tratta di una questione di vita o di morte. Questo ceto dirigente deve necessariamente abusare del proprio potere per bloccare il controllo di legalità, e ogni altra forma di controllo, anche da parte dell’opinione pubblica, attraverso una stampa (e TV) libera, altrimenti è destinato ad essere travolto. La sfida è questa, o il Capo politico riesce a conservare il potere e a concentrare sempre più poteri nelle sue mani, forzando l’architettura costituzionale, oppure egli e la sua banda perdono tutto.

Se i leaders dei partiti democratici (ivi compresa Rifondazione) – invece di attendere l’affare Telekom/Serbia – si fossero accorti prima della inclinazione “ontologicamente” antidemocratica del sistema di potere Berlusconi, probabilmente si sarebbero dimostrati meno insipienti ed avrebbero offerto una maggiore resistenza alla resistibile ascesa del Padrone della c.d. Casa della Libertà.

A questo punto, la posta in gioco è la Costituzione.

Il problema è se deve sopravvivere quell’architettura di democrazia partecipata, di pluralismo, di distribuzione e di bilanciamento dei poteri, radicata ad una tavola di valori che mette la persona umana al centro della vicenda politica ed istituzionale, configurata, nella loro sapienza, dai padri costituenti, ovvero se questa specifica articolazione della democrazia in Italia debba essere travolta nell’ottica di una nuova concezione monistica del potere, che faccia piazza pulita, tanto della tavola dei valori (per es. il ripudio della guerra), quanto del pluralismo istituzionale (divisione dei poteri) e sociale (libertà di espressione del pensiero).

Il fenomeno Berlusconi è tanto più pericoloso in quanto non spunta fuori come un fungo. Esso ha trovato un terreno di coltura reso fertile da un ciclo politico, che ha smantellato il sistema partito come luogo di partecipazione di massa e di educazione democratica, ha smantellato la cultura della solidarietà e dei diritti che faceva da aggregante del partito di massa, ha smantellato il sistema dei valori, cioè dei significati che organizzavano l’agire politico, riducendo la politica a lotta di elitès e consegnandola nella dimensione della più totale anomia.

E’ stato favorito da una politica che, nella precedente legislatura con la sciagurata esperienza della bicamerale, ha cercato di manomettere i caratteri originali, democratici e partecipatori della Costituzione italiana, in accordo con la filosofia/ideologia del maggioritario. Questa politica ha finito per delegittimare la Costituzione ed il suo presupposto politico rappresentato dall’antifascismo. Questo tentativo è fallito, ma adesso Berlusconi ha trovato il terreno spianato ed è più facile per lui impugnare la bandiera della grande riforma per sovvertire la Costituzione repubblicana.

Poiché l’oggetto dello scontro è proprio questo (la demolizione dei principi democratici della costituzione italiana), la resistenza al Berlusconismo che avanza deve partire da qui. Dalla difesa intransigente dei beni pubblici che i padri costituenti hanno lasciato al popolo italiano, in pegno di amicizia perenne con le generazioni a venire.

“In hoc signo vinces”. E’ nel segno della Costituzione che si può sconfiggere il Berlusconismo perché è nella Costituzione che vi sono le radici profonde dell’identità del popolo italiano e del patto di convivenza degli italiani come comunità politica organizzata. L’opposizione a Berlusconi per essere vincente deve essere di tipo resistenziale (naturalmente in senso esclusivamente politico). Più soggetti, più culture, più identità politiche devono convergere in un patto di resistenza, che trovi la sua ragione sociale nella difesa e riaffermazione dei beni pubblici e della qualità della democrazia come configurata nella Costituzione. In altre parole, occorre stipulare un patto per la salvezza delle istituzioni democratiche, cioè per la salvezza della Patria.

Quello che serve non è un partito unico ma un CLN al quale partecipino tutte le forze democratiche.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)