Guerra per la Democrazia?

Domenico Gallo
Guerra per la Democrazia?
“Obbedivano alle mie istruzioni”, dovevano negare acqua e cibo ai bambini fino a quando Putin non avesse ceduto.

La rivendicazione di Shamil Basayev ha reso ancora più orribile la vicenda della scuola di Beslan, aprendo una finestra sulla programmazione dell’orrore e sulla sua logica infernale. Per quanto la strage degli innocenti di Belsan sia un evento incardinato nella specifica vicenda del soffocamento militare, compiuto da Putin e dai suoi predecessori, della ribellione della Cecenia e trovi alimento in oscure vicende internazionali, non v’è dubbio che lo storico conflitto fra russi e ceceni, non avrebbe potuto trovare uno sbocco così infernale in un altro contesto internazionale.

Infatti la vicenda di Belsan, anche se ci colpisce più di altri eventi recenti, per il suo carattere oltraggioso di infanzia violata, è pur sempre un tassello che si inserisce, senza soluzione di continuità, nel tempo di Erode che stiamo vivendo, nel quale il ricorso alla violenza omicida di tipo bellico o di tipo terroristico è diventato strumento ordinario per la tutela di interessi di Stati o di gruppi sociali e per la gestione dell’ordine pubblico internazionale.

Del resto la vicenda dell’Ossezia è stata preceduta da un’altra strage degli innocenti, avvenuta a Madrid l’11 marzo. In mezzo a questi due eventi c’è stata l’estate di follia e di terrore nell’Irak con migliaia di morti, per bombardamenti dal cielo (con aerei) e dalla terra (con autobombe,), per vendette e punizioni compiute da eserciti, milizie di partito e gruppi armati di ogni tipo, ai danni di tutti.

L’orrore che suscitano eventi come la strage di Madrid o quella di Beslan è universale, come universale è l’esecrazione di questo attacchi terroristici, folli e frutto di logiche infernali. Ma la semplice esecrazione non porta da nessuna parte, se non ci sforziamo di capire cosa sta succedendo.

Dopo questi eventi, e dopo eventi parimenti inquietanti come il rapimento, a Bagdad, dei quattro costruttori di pace del Ponte per , noi siamo costretti a constatare materialmente, con i nostri occhi, con i nostri corpi, con il nostro sangue, dove ci ha portato una stagione della politica che ha dilapidato in pochi anni il capitale di speranze e le prospettive di pace che la fine della guerra fredda aveva consegnato all’umanità.

Oggi constatiamo che lo stato ordinario della nostra vita, del nostro tempo non è più uno stato di pace. Al tempo della guerra permanente, la pace è un accidente.

La condizione ordinaria è quella della guerra, cioè di uno stato in cui i nostri diritti fondamentali, la nostra stessa vita sono precari e minacciati.

Adesso si cerca di far accettare questo stato all’opinione pubblica come se fosse lo stato naturale delle cose, della vita delle società politiche, fino al punto che un Presidente degli Stati Uniti, in crisi di consenso elettorale, ha avuto l’ardire di presentarsi ai suoi elettori, fregiandosi della qualifica di essere un “Presidente di guerra”.

Se la guerra è infinita e globale, allora non ci sono né limiti temporali, né limiti geografici, non ci sono santuari dove ripararsi, né garanzie o diritti, o Convenzioni internazionali, o codici su cui fare affidamento. Vuol dire che le regole, il diritto e le istituzioni che l’umanità si è data per assicurare la convivenza pacifica fra le nazioni non sono più valide e che la vita della comunità internazionale è stata di nuovo soggiogata al ricatto della forza.

Se lo stato in cui siamo immersi è uno stato di guerra, allora possiamo addolorarci, ma non possiamo stupirci di quello che è avvenuto a Madrid, a Beslan, a Mosca, a Instambul, ed avviene ogni giorno a Bagdad, a Falluja o a Mosul.

La guerra si fa con la violenza e produce sofferenza, distruzione e morte. Qui entra in gioco il problema della responsabilità della politica.

Chi ha scatenato una guerra di aggressione contro l’Iraq, ed ha proseguito l’aggressione attraverso l’occupazione militare, ancora in atto, malgrado le finzioni, si è assunto una tremenda responsabilità ed ha aperto la strada ad un percorso di violenza e di orrore che travolge tutto e tutti. Non si possono combattere gli effetti senza considerare le cause che li generano: la guerra permanente teorizzata dall’Amministrazione Bush, produce terrorismo permanente ed alimenta barbarie di ogni tipo.

L’umanità, nel corso della prima metà del secolo scorso, ha sperimentato con le due guerre mondiali, con Auschwitz, con Hiroshima, una vera e propria discesa agli inferi. Nel 1945 i leaders delle principali potenze alleate, per necessità storica, hanno dovuto reagire alla barbarie ed hanno deciso di chiudere la porta dell’inferno, sbarrandola con pesanti lastre di ferro. Quelle lastre si chiamano ripudio della guerra, astensione dalla minaccia o dall’uso della forza nelle relazioni internazionali, eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole, risoluzione pacifica delle controversie, cooperazione internazionale per lo sviluppo.

Dopo l’89 si sono sviluppate delle politiche tese a riaprire quella porta ed a rimuovere, per le Potenze occidentali, l’interdizione dell’uso della forza nelle relazioni internazionali. Ma l’Occidente non può sciogliere sé stesso dai vincoli del diritto che interdice la guerra e regola l’uso della forza, senza che questa interdizione cada anche per tutte le altre parti.

Così la politica ha aperto abusivamente dei buchi nelle lastre di ferro che coprivano l’orrore, usando grimaldelli vari, fra i quali – addirittura – la pretesa che la guerra potesse essere umanitaria. Con l’aggressione e l’occupazione militare dell’Iraq, la porta è stata spalancata.

Se si apre la porta dell’inferno si mettono in circolazione delle forze infernali, che producono eventi infernali.

Se volgiamo lo sguardo all’indietro e torniamo al 1989, quando, con la caduta del muro di Berlino, era stata decretata la fine della guerra fredda ed era stato annunziato l’avvento di una nuova era di pace per l’umanità, fondata sulle regole del diritto e garantita dall’autorevolezza delle Nazioni Unite, non possiamo che restare sbigottiti per la rapidità con cui è stato rivoltato lo scenario internazionale. Oggi quell’avvenire (che ci avevano promesso) è già passato, come ci ammonisce la triste canzone di Luigi Tenco. Ma chi ci ha defraudato dell’avvenire, dove e da chi sono state compiute le scelte di cui oggi noi paghiamo le conseguenze?

La lezione che gli architetti dell’ordine mondiale hanno tratto dall’evento del 1989 è stata che dal mondo bipolare si potesse passare all’avvento di un mondo monopolare, in cui un’unica superpotenza avrebbe garantito la pace e l’ordine pubblico internazionale, attraverso la propria supremazia economica, politica e militare, tutelando contemporaneamente i propri interessi in ogni parte del mondo. La struttura di questo nuovo ordine mondiale, dominato dall’insicurezza, è stata definita fin nei minimi particolari, al riparo degli occhi indiscreti dell’opinione pubblica, in una sede tecnica particolarmente competente qual è quella dei nuovi modelli di difesa elaborati fin dall’inizio degli anni 90.

In quell’epoca ed in quelle sedi sono state elaborate le scelte ed i modelli e sono stati delineati gli scenari che adesso ci vengono compiutamente serviti.

Chi oggi provasse a rileggere il “Modello di Difesa” elaborato dallo Stato Maggiore della Difesa nell’ottobre 1991, vi troverebbe la “predizione” di tutto quello che è accaduto in seguito e sta accadendo tuttora, a cominciare dallo scontro di civiltà, con l’individuazione dell’Islam come nuovo nemico, per finire all’introduzione della guerra come ordinario strumento di contrasto al fenomeno del terrorismo.

Ovviamente il Modello di difesa fatto valere per l’Italia non ha niente di italiano, ma rientra in una concezione strategica globale, di cui costituisce una componente, ovvero un segmento. In questo senso le opzioni che sono state ivi articolate sono particolarmente significative, in quanto espressione degli orientamenti di quel potere militare globale che il Presidente Bush (padre) ha definito, in modo edulcorato, con la formula del “nuovo ordine mondiale” e che il Presidente Bush (figlio) ha trasformato nella nuova versione della guerra permanente e preventiva.

L’asse portante di tutta l’architettura strategica nasce da una concezione in cui la sicurezza e tutti gli altri problemi fondamentali dell’umanità non vengono più percepiti come universali, come lo sono nella Carta delle Nazioni Unite, in quanto lo stesso destino del mondo non viene più percepito come un destino unico. Esiste una faglia, che divide l’umanità secondo una linea di frattura, incolmabile e destinata ad aggravarsi, in confronto alla quale la vecchia cortina di ferro appare una inezia.

“Con la fine della guerra fredda – recita il Modello – il quadro delle nuove relazioni internazionali appare caratterizzato da due grandi linee di tendenza.

Da un lato le Società industrializzate evidenziano una crescente aspirazione a mantenere ed accrescere il progresso sociale ed il benessere materiale in un contesto di libertà di pace e di sicurezza internazionale, ed a perseguire nuovi e più promettenti obiettivi economici, basati anche sulla “certezza” della disponibilità delle materie prime. Dall’altro lato, i Paesi del terzo mondo sembrano sempre meno in grado di concretizzare, al proprio interno, uno sviluppo armonico ed ordinato delle rispettive comunità sociali e di porre rimedio, sul piano economico, ad una crescente situazione debitoria nei confronti dei paesi industrializzati. Di conseguenza la “forbice” del progresso politico, culturale, sociale ed economico fra i paesi del Nord e del Sud del mondo appare destinata ad aprirsi sempre di più.”

Di fronte a questa profezia, destinata ad autorealizzarsi, la scelta degli architetti dell’ordine mondiale è stata quella di impostare uno strumento militare globale, utile ad assicurare ai Paesi del fronte del Nord (sotto la guida degli Stati Uniti), attraverso il controllo di tutto il pianeta, la capacità di difendere i propri interessi di supremazia, primo fra tutti quello della “certezza” delle materie prime, nei confronti delle turbolenze del Sud, il cui destino è stato abbandonato a sé stesso.

Un progetto di incremento della potenza militare, però, aveva bisogno di un nemico a cui contrapporsi. In questo contesto l’Islam è stato individuato come nuovo nemico dell’Occidente. Così i rischi che derivavano dal confronto Est/Ovest, sono stati sostituiti dai rischi derivanti dal confronto con l’Islam (secondo il Modello tali rischi derivano da un generale confronto fra una realtà culturale ancorata alla matrice islamica ed i modelli di sviluppo del mondo occidentale.) Infine, dulcis in fundo, arriva il terrorismo. Questo mondo, così fratturato, diviso nella due grandi categorie dei sommersi e dei salvati, crea un forte rischio di terrorismo, che non può più essere contrastato con i normali mezzi di polizia. Uno dei compiti dello strumento militare è quindi quello di praticare la guerra al terrorismo E’ scritto, infatti, nel Modello: “Altro non trascurabile rischio dell’area è rappresentato dal terrorismo internazionale, alimentato da alcuni paesi della regione. Si tratta di una nuova minaccia che nei momenti di crisi supera le possibilità difensive proprie delle forze di Polizia, richiedendo impegnativi concorsi delle Forze Armate.

In questo contesto viene fornita una inquietante chiave di lettura del conflitto israeliano-palestinese che rende ragione della sostanziale complicità dell’Occidente con le scelte di Israele e del fallimento di tutti i processi di pace. “Il conflitto arabo-israeliano,- secondo il Modello – nella sua contrapposizione fra tutto il mondo arabo da un lato, sia pure con formule e sfumature diverse, ed il nucleo etnico ebraico dall’altro, può essere considerato un’emblematica chiave interpretativa del rapporto Islam – Occidente.”

Poiché il rapporto fra Israele e palestinesi è – di tutta evidenza – un rapporto fondato sull’ingiustizia e l’esclusione, che, a loro volta, generano l’inimicizia e la violenza, concepire tale rapporto come emblematico del rapporto fra Occidente ed Islam è il modo migliore per fondare una situazione di conflitto tendenzialmente irrisolvibile.

Bin Laden e la sua banda di tagliagole non sono arrivati per primi a teorizzare il conflitto (di civiltà) fra Occidente ed Islam. Proprio per questo la loro azione è particolarmente pericolosa (e deve essere fermata con le armi della politica, piuttosto che agevolata con la politica delle armi) perché fa da detonatore a quanti in Occidente teorizzano (o praticano come fanno Bush e Sharon) lo scontro fra civiltà come la contraddizione fondamentale (ed inevitabile) del nostro tempo.
Di fronte alla gravità della crisi ed alle tenebre che rendono oscuro il nostro futuro, la prima riforma che bisogna compiere è quella della politica.

Il linguaggio della politica non deve più nascondere, fare velo, fornire alibi ideologici, edulcorare, mistificare (per giustificarle) le scelte politiche reali che hanno prodotto negli ultimi 15 anni l’evoluzione drammatica degli avvenimenti nella quale oggi siamo immersi e coinvolti.

Quando si parla di “guerra umanitaria”, come si usava qualche anno fa, o di “guerra per la democrazia”, come si usa adesso si corrompono le parole e si nascondono le scelte politiche reali che costruiscono la disumanizzazione nell’agire politico e praticano scelte di dominio. Quando la politica abbandona la cristallina scelta di principio del ripudio della guerra, in quanto non funzionale alla politica di potenza, e pretende di usare l’ONU (contro i principi della sua Carta) come strumento di legittimazione della violenza bellica, allora si contribuisce a destabilizzare l’ordine internazionale, in quanto il principio del non ricorso alla forza nelle relazioni internazionali è criterio organizzatore della vita della Comunità internazionale. Abbandonare questo principio apre la strada al caos e dopo diventa sempre più difficile rimediare ai guasti specifici.

Quando la politica parla di “guerra al terrorismo”, ancora una volta si corrompono le parole e si mistificano le scelte politiche reali per depotenziare l’opposizione dell’opinione pubblica. Non è possibile muovere guerra al terrorismo, in quanto la guerra ed il terrorismo partecipano della stessa natura e vengono praticate con gli stessi mezzi. Infatti non vi è alcuna differenza ontologica fra il bombardamento effettuato dal cielo (con gli aerei) che distrugge, nelle loro case, la vita degli abitanti di Falluja ed il bombardamento effettuato da terra (con le autobombe), che distrugge la vita degli abitanti di Bagdad, che si trovino a passare dinanzi ad una stazione di polizia. Guerra e terrorismo si alimentano a vicenda. I disastri prodotti dalla guerra costituiscono il principale brodo di cultura del terrorismo. Le azioni terroristiche, d’altro canto, costituiscono la benzina “politica”, di cui i leaders come Bush, come Sharon, hanno bisogno per muovere i loro aerei ed i loro carri armati.

Del resto quegli organismi geneticamente modificati che hanno condotto l’attacco alla scuola di Beslan, anche se manovrati da forze oscure, sono stati prodotti in laboratorio: sono usciti da quel laboratorio di disumanizzazione che è stata la guerra in Cecenia.

Chi oggi parla di unità nella lotta al terrorismo o di priorità della lotta al terrorismo come principale problema internazionale, ancora una volta usa delle parole che corrompono la politica e l’etica.

Da un punto di vista etico, infatti, non si possono usare due pesi e due misure: non si possono ripudiare le bombe che i terroristi scagliano contro di noi, e chiudere un occhio sulle bombe che scagliamo noi contro gli altri. Né si può ignorare che il terrorismo è solo un aspetto della crisi della giustizia nelle relazioni internazionali.

Da un punto di vista politico, l’unica azione efficace di contrasto ai differenti terrorismi che affliggono la vita della comunità internazionale è quella di chiudere i laboratori che producono ed alimentano la pianta del terrorismo. Ciò significa porre fine ai conflitti, non attraverso la strada del dominio e della sopraffazione definitiva dell’avversario o dei popoli ribelli, ma ricercando, ancora una volta il criterio della giustizia che costruisce la pace e della pace che si fonda sulla giustizia.

Roma, 27 settembre 2004.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)