Base di Vicenza: c’è una terza via

La grande ed entusiasta partecipazione popolare alla manifestazione di sabato scorso contro l’insediamento di una nuova base militare americana a ridosso della città di Vicenza, testimonia una domanda politica di discontinuità rispetto alla inusitata cupidigia di servilismo del Governo Berlusconi nei confronti delle politiche guerresche dell’Amministrazione Bush. Sbaglierebbe il Governo Prodi a rimanere insensibile al monito che proviene da una frazione così appassionata del popolo dell’Unione.

Un governo di coalizione fra partiti che esprimono interessi, esigenze e culture diverse fra loro, comporta la necessità di una faticosa opera di mediazione. Come faticoso è stato il parto del programma dell’Unione, così è ancor più faticoso darvi attuazione nella gestione concreta delle vicende politiche. Vi sono, poi, delle scelte sulle quali è più difficile costruire un consenso condiviso perché non possono essere diluite o rinviate, in quanto imposte da circostanze esterne alla coalizione, come appunto la scelta su Vicenza.

In questi casi l’alternativa è secca: o si accoglie la richiesta americana di concedere le aree e le infrastrutture richieste per consentire il programmato trasferimento a Vicenza dell’intera 173a Brigata aviotrasportata dell’esercito americano, o la si rigetta.

Il Governo Berlusconi si era già segretamente impegnato con l’Amministrazione Bush, promettendo l’assenso italiano al nuovo insediamento militare USA nella area dell’aeroporto Dal Molin. Lo aveva fatto con una lettera, datata 12 dicembre 2005, inviata dal Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Di Paola, al comandante militare statunitense in Europa. Nella lettera l’Ammiraglio si dichiarava «lieto di comunicare la disponibilità delle autorità politiche della Difesa italiana a soddisfare la richiesta degli Stati Uniti».

Questa “generosa” offerta del Governo Berlusconi (di cui sono stati rigorosamente tenuti all’oscuro gli elettori che si sono recati alle urne il 9 e 10 aprile 2006) aveva fatto sorgere nell’Amministrazione americana la legittima aspettativa che le aree sarebbero state effettivamente concesse. Di conseguenza sono stati avviati i piani per la realizzazione del progetto.

Il Governo Prodi ha ereditato questa situazione, con un impegno già assunto sul piano politico, ma non ancora formalizzato con atti giuridicamente vincolanti.

“Se uno il coraggio non ce l’ha, non se lo può dare”, diceva il povero don Abbondio. Così quando il 10 gennaio scorso l’ambasciatore degli Stati Uniti, Spogli, ha ricordato al Presidente del Consiglio, che la decisione su Vicenza non poteva essere ulteriormente dilazionata, il Governo Prodi, non sappiamo se per amore o per timore, ha “ritenuto di dover confermare la disponibilità a corrispondere alla richiesta avanzata dagli Stati Uniti.”

Messo di fronte ad una alternativa secca e non mediabile, il governo Prodi, con il dissenso di Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani, ha detto: si.

E’ bene chiarire che – finora – non sono stati compiuti atti giuridicamente vincolanti che impegnino il Governo italiano a concedere le aree e le infrastrutture richieste dall’Amministrazione americana, in quanto non è stata ancora formalizzata la “cessione d’uso delle aree necessarie alla realizzazione del progetto”. Non essendo stato firmato alcun accordo, non sono sorti “vincoli” sul piano del diritto internazionale (pacta sunt servanda), per cui il Governo italiano potrebbe ancora fare retromarcia, dando ascolto alla piazza di Vicenza.

Tuttavia realisticamente è difficile che ciò possa accadere, così come è difficile che si possano comporre in sede parlamentare i dissensi su Vicenza con l’accettazione supina delle scelte dell’Esecutivo. Le forze politiche dell’Unione contrarie alla base di Vicenza non hanno la forza di esigere che il Governo faccia retromarcia, né possono spezzare il vincolo di fiducia perché ciò determinerebbe la nascita di una maggioranza ancora più filoatlantica.

Questo vuol dire che dobbiamo rassegnarci ed accettare che il Governo dell’Unione si comporti in questa vicenda esattamente come si sarebbe comportato il Governo Berlusconi?

Orbene se la scelta si o no alla base di Vicenza non è mediabile, vi è un altro terreno, strettamente contiguo sul quale si può chiedere al governo italiano un netto segnale di discontinuità rispetto al precedente esecutivo.

Il Governo dia un segnale di dignità e trasparenza nelle relazioni internazionali, rinnegando la prassi incostituzionale ed illegale degli accordi segreti.

L’esperienza storica ci dimostra che la diplomazia segreta ha avuto un ruolo nefasto nel nostro paese. Basti pensare allo sciagurato trattato di Londra stipulato segretamente il 26 aprile 1915, con il quale il Governo Salandra, con la complicità del Re d’Italia, Vittorio Emanuele III e all’insaputa del Parlamento, che era nella sua maggioranza contrario alla guerra, impegnò il nostro paese ad entrare in guerra nel termine di un mese. In questo modo fu sottratta al circuito della democrazia una scelta che si è rivelata esiziale per il futuro del nostro paese, provocando sofferenze e lutti inenarrabili al popolo italiano (oltre 750.000 morti). Noi non avremmo saputo nulla delle responsabilità politiche e dei retroscena che portarono alla tragedia della I guerra mondiale, se non si fosse verificato un evento imprevisto dalle grandi Potenze dell’epoca: la rivoluzione russa. Fu infatti il giornale Izsvestia che pubblicò il trattato di Londra nel novembre 1917. La Costituzione italiana, in conformità con la Carta dell’ONU, ha ripudiato la pratica ignobile dei trattati segreti, prevedendo, agli articoli 80 e 87 una disciplina trasparente, con l’autorizzazione del Parlamento e l’intervento del Presidente della Repubblica per la ratifica dei trattati internazionali di rilevanza politica.

Purtroppo l’esperienza storica della seconda metà del 900 dimostra che, malgrado il chiaro dettato costituzionale, la diplomazia segreta non è stata messa al bando ed oggi noi siamo avvolti da una ragnatela di trattati stipulati in forma semplificata, che vincolano il nostro paese sul piano delle relazioni internazionali. Orbene la diplomazia segreta è inammissibile nel nostro ordinamento perché contrasta con il principio della responsabilità politica dell’azione di Governo e con il principio del controllo parlamentare, che costituisce il cardine del rapporto di fiducia. Purtroppo attraverso la diplomazia segreta si sono compiute scelte molto vincolanti ed impegnative per il nostro Paese, le cui conseguenze sono destinate a durare per un numero indeterminato di anni (è questo il caso degli accordi di concessione agli Stati Uniti di basi e facilitazioni militari), se non addirittura sovversive, come nel caso di Gladio. Il memorandum d’intesa che si deve stipulare con l’amministrazione USA per la base di Vicenza sia portato, prima della firma, in Consiglio dei Ministri, come previsto dall’art. 2, lett. h) della L. 23/8/1988 n. 400 e poi sia pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, sulla quale devono essere pubblicati tutti gli accordi ai quali la Repubblica si obbliga nelle relazioni internazionali, a norma dell’art. 13 della legge (TU 28/12/1985 n. 1092) sulle pubblicazioni ufficiali della Repubblica italiana, in modo che non vi siano clausole o circostanze destinate a rimanere sconosciute al popolo italiano.

Fra il servilismo degli uni e la rassegnazione ai rapporti di forza degli altri, c’è sempre una terza via: rispettare la Costituzione e le leggi.

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)