Non voglio vederlo

Mentre la violenza mortale scatenata dall’esercito turco contro la Federazione democratica della Siria del Nord (Rojava) entra nella seconda settimana, ed il Califfo di Ankara banchetta sulla tavola imbandita con le cifre crescenti dei “terroristi” “neutralizzati”, l’Unione Europea, gli Stati Uniti e la Russia balbettano parole di condanna di circostanza, assolutamente incapaci di fermare il massacro e si predispongono a giocare parti differenti in commedia.

Il Consiglio di sicurezza dell’ONU tace, disertanto la missione per la quale fu istituito, quella di “salvare le future generazioni dal flagello della guerra”. In questo funesto orizzonte di violenza spiccano alcuni eventi particolarmente significativi perché interpretano il senso di quello che sta succedendo.

L’evento che più ci colpisce è il martirio di Hevrin Khalaf, 35 anni segretaria generale del Partito siriano del Futuro e attivista dei diritti delle donne, molto conosciuta e amata dalla sua comunità, brutalmente uccisa alcuni giorni fa durante un’imboscata. Il suo autista, è stato subito ucciso. Lei è stata trascinata fuori dalla macchina, probabilmente violentata, lapidata ed il suo corpo è stato oltraggiato dagli assassini, che – in un video che loro stessi hanno girato – lo colpiscono con i piedi urlando: «Questo è il corpo del maiale».

Il Partito Futuro siriano è stato fondato e lanciato un anno e mezzo fa a Raqqa, nel territorio della Siria settentrionale liberato dallo Stato islamico, con l’obiettivo dichiarato di rappresentare tutte le anime della società siriana, unendo la componente curda, quella araba e quella cristiana-siriaca nella prospettiva di un futuro Stato post-Bashar al-Assad democratico, multietnico e pluralistico, basato sulla civile convivenza e sul rispetto di tutte le minoranze.

Questo sogno di una convivenza felice e armoniosa fra le diverse componenti etniche e religiose, fondato sul rispetto dei diritti umani e sull’emancipazione delle donne dalle catene del patriarcato, sogno che si stava incarnando nella Federazione democratica della Siria del nord, è quanto di più antitetico si possa immaginare alla lugubre esperienza dello stato islamico dell’ISIS.

Per questo l’assassinio di Hevrin Khalaf è un crimine rituale perché simboleggia tutto ciò che le milizie alleate del turco odiano al massimo livello e quello a cui mira l’operazione “fontana di pace”: demolire l’esperienza democratica curda per reinsediare lo Stato islamico.

Un assassinio rituale come fu quello di Garcia Lorca, assassinato dai falangisti il 19 agosto del 1936. Garcia Lorca, non era un combattente e non rappresentava un pericolo per nessuno, però fu fucilato perché comunista, omosessuale e poeta, cioè esprimeva con la sua personalità tutto ciò che i fascisti spagnoli detestavano al massimo.

Un altro evento, profondamente diverso ma ugualmente drammatico, si è consumato nella notte tra il 6 e il 7 ottobre quando un barcone carico di migranti si è rovesciato a poche miglia da Lampedusa. Nelle ore successive sono state recuperate tredici salme: tutte giovani donne, alcune incinte, fra queste anche una ragazzina di 12 anni. Alcuni giorni dopo, ispezionando il relitto i sommozzatori hanno trovato il corpo di un bambino piccolo abbracciato alla sua mamma, cullati dalle onde in fondo al mare.

Apparentemente non c’è alcun rapporto fra il martirio della giovane donna curda e la triste vicenda della donna affogata tenendo stretta fra le sue braccia il suo bambino. In realtà sono due eventi che fanno risaltare il male oscuro che divora l’anima della nostra civiltà, devastata dalla disumanità che avanza. Disumanità che ci ha fatto porre termine all’operazione mare nostrum proprio per evitare di salvare i barconi dei migranti in difficoltà ed evitare che quella donna e quel bambino giungessero sulle nostre coste. Disumanità che ci ha consentito di dare via libera ai massacri di Erdogan.

C’è un appello di donne che dice: “Non parlateci piú di valori occidentali se non sapete difendere i curdi. Non parlateci piú di paritá se lasciate ammazzare le libere donne curde. Non parlateci più di pace se vi girate dall’altra parte davanti alla guerra piú ingiusta del secolo. Non parlateci piú di lotta al terrorismo se abbandonate chi la combatte. Non parlateci piú di niente. Di Italia, di Europa, di identitá, di dignitá della vita, di diritti umani, di giustizia, di aiutiamoli a casa loro, di bambini, di patrie, se non capite che tutto questo é a rischio nella guerra ai curdi e se non avete il coraggio di reagire. State zitti.”

 Di fronte a questi corpi martoriati, l’unica voce che può parlare è proprio quella di Garcia Lorca, nel lamento per la morte di Ignazio Sanchez: Non voglio vederlo!/Dì alla luna che venga,/ ch’io non voglio vedere il sangue/ d’Ignazio sopra l’arena/non voglio vederlo!

Domenico Gallo

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

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