Alleanza per la Costituzione: in hoc signo vinces!

Le prossime elezioni poolitiche saranno decisive perché la Costituzione italiana non potrà sopravvivere a un’altra legislatura con questa maggioranza. 

Secondo la tradizione l’imperatore romano Constantino, alla viglia della battaglia di Ponte Milvio, ebbe una visione: gli apparve il simbolo di Cristo con l’indicazione che con quel simbolo avrebbe vinto:in hoc signo vinces. Oggi il futuro della democrazia italiana dipenderà dall’esito della prossima tornata elettorale. Come ai tempi di Costantino, ci sarebbe bisogno di un’illuminazione che indichi alle scombinate forze politiche d’opposizione un vessillo che abbia una forza travolgente in questo difficile passaggio elettorale. Ma andiamo per ordine.

Sono oltre trent’anni che forze politiche varie succedutesi nel governo del paese tentano di demolire l’edificio della democrazia costituzionale italiana e di saccheggiare i beni pubblici repubblicani, sia attraverso attacchi diretti con grandi progetti di riforme, com’è accaduto con la riforma Berlusconi (bocciata dagli elettori il 25-26 giugno 2006) e con la riforma Renzi (bocciata dagli elettori il 3 dicembre 2016), sia con riforme parziali come l’infelice riforma del Titolo V (che ha aperto la strada all’Autonomia differenziata). L’attacco alla Costituzione è stato portato avanti soprattutto con modificazioni della costituzione materiale, sia attraverso l’introduzione di leggi elettorali di tipo maggioritario, sia svilendo i principi sociali attraverso la deregulation del lavoro e delle attività produttive. Il processo di delegittimazione è passato attraverso fasi diverse ma ha subito un’impennata impetuosa nell’ultima legislatura con l’avvento al governo di forze politiche ispirate da una visione autocratica della democrazia, palesemente insofferenti ad ogni vincolo politico e giuridico all’esercizio del potere. Queste forze hanno vissuto l’avvento della Costituzione del ‘48 come frutto di una loro sconfitta storica e adesso ambiscono a prendersi una rivincita.

Tutti gli atti più significativi del Governo Meloni sono stati orientati a picconare nella prassi il nostro modello di democrazia costituzionale, fondato sul lavoro, sull’eguaglianza e sull’inviolabilità dei diritti fondamentali, nel contesto della divisione e distribuzione dei poteri. Questo processo è stato favorito dagli eventi internazionali: il disprezzo delle regole e dei valori del diritto internazionale, spavaldamente rivendicato da Donald Trump, spinto fino all’estremo limite del genocidio in Palestina, incoraggia i processi di indebolimento delle regole e di degradazione della democrazia sul piano interno. Dietro le grandi riforme programmate del premierato, della magistratura e dell’autonomia differenziata, condite con le restrizioni al dissenso sociale attraverso i cosiddetti decreti sicurezza, si profila un vero e proprio cambiamento di regime. Se questo cambiamento non si è ancora realizzato ciò è avvenuto perché hanno tenuto le istituzioni di garanzia: ha retto la Corte costituzionale, che, se non ha sbarrato il passo all’Autonomia differenziata, almeno l’ha fortemente ridimensionata con la sentenza 192/2024; ha sostanzialmente tenuto il controllo di legalità svolto dall’autorità giudiziaria, mentre il tentativo di manomettere l’indipendenza della magistratura è fallito con il referendum; qualche freno agli abusi dell’Esecutivo è emerso anche attraverso il ruolo di garanzia del Presidente della Repubblica, sia pure esercitato in punta di piedi.

Sebbene contrastato, questo progetto di trasmigrazione dalla democrazia costituzionale a una autocrazia elettiva, non si è mai fermato ed è destinato ad andare avanti. Con il premierato verrebbe cancellata ogni distinzione fra potere legislativo e potere esecutivo, esautorato il ruolo del Capo dello Stato e indebolita la funzione di garanzia della Corte costituzionale, con inevitabili ricadute sull’indipendenza del giudiziario. Le prossime elezioni, pertanto, saranno decisive perché la Costituzione italiana non potrà sopravvivere a un’altra legislatura con questa maggioranza. La Patria del popolo italiano, inteso come comunità politica organizzata in Stato, è la Costituzione. Quando la Patria è in pericolo si deve realizzare la massima unità fra tutte le forze politiche che nella Patria-Costituzione si riconoscono. Com’è avvenuto nella Resistenza, deve nascere un fronte comune, un nuovo Comitato di Liberazione Nazionale per consentire al popolo italiano di salvare i beni pubblici repubblicani (a cominciare dal ripudio della guerra) e le libertà civili e sociali a così caro prezzo conquistate. L’esito del referendum del 22-23 marzo è stato una sorpresa anche per i partiti dell’opposizione e per la CGIL che all’inizio hanno fatto partire in sordina la campagna per il No temendo i risvolti negativi di una eventuale sconfitta sul campo. C’è voluta l’iniziativa corsara di 15 semplici cittadini per rompere gli indugi e avviare una mobilitazione popolare di base, iniziata con la raccolta delle firme e conclusasi con il voto. Se c’è stata una così forte partecipazione popolare al voto, se la maggior parte dei giovani ha votato per il No, se il Sud ha votato per il No con percentuali altissime, questo è accaduto perché la maggior parte degli elettori ha compreso che la posta in gioco non era la separazione delle carriere ma la separazione dei poteri, cioè la Costituzione.

Con le prossime elezioni, ancor più che con il referendum, la posta in gioco è proprio la Costituzione, cioè quel progetto felice di convivenza in cui una comunità umana si può riconoscere nella dimensione della speranza. La Costituzione è anche un programma politico, esprime un progetto di società aperta in cui l’eguaglianza è garantita nel rispetto delle differenze, i diritti sociali, al lavoro, alla sanità, all’istruzione sono assicurati a tutti, in cui l’equilibrio dei poteri mantiene salde le libertà e i diritti inviolabili, nel quadro di rapporti di amicizia e fraternità con gli altri popoli. La coalizione che si formerà per affrontare le prossime elezioni deve assumere la forza e la superiore legittimazione che deriva da un comune impegno a dare attuazione alla Costituzione e a realizzare il suo programma politico. La Costituzione deve essere il pactus foederis che unisce forze politiche e culture diverse, decise a riscattare l’onore del popolo italiano e delle sue istituzioni politiche.

Per questo la coalizione che affronterà la destra si deve qualificare come Alleanza per la Costituzione o Fronte costituzionale, superando formule puramente geografiche come centro-sinistra, o campo largo, che non esprimono una dimensione di senso. Non possiamo ignorare, infatti, che, anche da forze politiche di centro-sinistra, sono venuti pesanti attacchi ai valori sociali e politici della Costituzione, fino a intaccare il principio supremo del ripudio della guerra. Scegliere la Costituzione per tutte le forze politiche in campo comporta l’esigenza di un forte rinnovamento politico e di un ripensamento delle politiche perseguite inseguendo la destra o i miti del liberismo. Questo ripensamento è già in atto se si considera che il PD a guida Schlein ha appoggiato i referendum sociali promossi dalla CGIL che si proponevano di abrogare pezzi rilevanti del Jobs Act di Renzi. Dove si è verificata la frattura più grave è sulla politica estera di fronte al conflitto in Ucraina che ha visto i socialisti europei e il PD mettersi alla testa del partito della guerra. Tuttavia, per quanto difficile, anche su questo terreno si può trovare un’intesa se si fa riferimento ai principi supremi della Costituzione e al magistero del Papa, che ha pronunciato parole chiarissime per una “pace disarmata e disarmante” e ha chiesto una conversione a U delle politiche belliciste finora seguite. Il superamento di questa frattura presuppone che abbia termine la fase bellica del conflitto. Dopo il cessate il fuoco sarà più facile trovare un’intesa: il problema sarà l’esigenza di evitare la continuazione della guerra con altri mezzi (come propongono i vertici UE) e di smantellare la nuova Cortina di ferro costruita intorno alla Russia, nel superiore interesse alla convivenza pacifica di tutti i popoli europei. Nello stesso socialismo europeo si imporrà una scelta fra gli arnesi di guerra come Stoltenberg e l’eredità politica di uomini come Olof Palme e Willy Brandt, che sembra rivivere nella svolta politica di Pedro Sanchbez. Se non per virtù, sarà per necessità: alla fine il disastro economico provocato dalla guerra per procura contro la Russia e dalle guerre di Trump e Netanyahu in Medio Oriente, renderà necessaria una conversione delle politiche bellicose dell’Unione Europea e della sua subalternità agli USA.

Nell’Alleanza per la Costituzione i confini saranno dettati dalla fedeltà alla Costituzione: ci sarà posto per Rifondazione ma non per figure estranee ai valori costituzionali come Renzi e Calenda, salvo una loro conversione politica. Una volta concordato un programma politico di attuazione della Costituzione, a quel punto non bisogna aver paura delle primarie a cui bisognerà comunque fare ricorso dal momento che la nuova legge elettorale in fieri richiede alle coalizioni di indicare il candidato Presidente del Consiglio; una scelta che non può essere fatta a tavolino nel chiuso delle segreterie di partito. Le primarie potranno essere una significativa esperienza di mobilitazione del popolo della Costituzione e serviranno a cementare un’unità resistenziale, non a creare fratture fra le forze politiche come temono alcuni. Del resto, le primarie del centrosinistra che si svolsero il 16 ottobre 2005, con la partecipazione di 4,3 milioni di elettori, non divisero ma cementarono l’Unione che riuscì a prevalere nelle elezioni del 2006. Se milioni di italiani si mobilitassero per scegliere il candidato alla guida della coalizione da contrapporre alla Meloni, questa diventerebbe una giornata di “orgoglio costituzionale” foriera di buoni auspici per il voto alle politiche.

(pubblicato su www.volerelaluna.it il 4 giugno 2026)

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Facebook