Scrutare i segni dei tempi

Dopo la caduta di Kabul ci sono i primi segnali di cambiamento. Siamo tornati al tavolo della comunità internazionale per voltare pagina, ha detto Biden

Abbiamo osservato che la caduta di Kabul e la fuga degli Stati Uniti e dei loro alleati dall’Afghanistan il 31 agosto 2021, è un evento che ha un valore simbolico epocale, come lo fu il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1989. E’ un evento che segna una svolta nella storia ed apre la strada ad una nuova era. Adesso se ne cominciano a vedere i primi timidi segnali. “Siamo tornati al tavolo della comunità internazionale per voltare pagina” ha affermato il Presidente degli Stati Uniti nel suo discorso del 21 settembre alla 76 sessione dell’Assemblea generale dell’ONU. Effettivamente nel discorso di Biden c’è l’annuncio di una forte discontinuità rispetto al passato ed emerge un pensiero nuovo. “Invece di continuare a combattere le guerre del passato, ci stiamo concentrando sul dedicare le nostre risorse alle sfide che posseggono le chiavi del nostro futuro collettivo. Porre fine a questa pandemia, affrontare la crisi climatica, gestire i cambiamenti nelle dinamiche del potere globale, plasmare le regole del mondo su questioni vitali come il commercio, le tecnologie informatiche e emergenti e affrontare la minaccia del terrorismo così com’è oggi. non com’era nel 2001.

Dobbiamo lavorare insieme come mai prima d’ora (..) Abbiamo posto fine a 20 anni di conflitto in Afghanistan e, mentre chiudiamo questo periodo di guerra implacabile, stiamo aprendo una nuova era di diplomazia senza fine, in cui useremo il potere dei nostri aiuti allo sviluppo per investire allo scopo di trovare nuovi modi di risollevare le persone in tutto il mondo, di rinnovare e difendere la democrazia” Nel suo discorso Biden ha sottolineato come “molte delle principali sfide non possono essere affrontate con la forza delle armi: le bombe e i proiettili non possono difenderci dal Covid e dalle sue future varianti (..)”Per combattere la pandemia, abbiamo bisogno di un atto collettivo di scienza e volontà politica – ha aggiunto – abbiamo bisogno di immunizzazioni al più presto e di aumentare l’accesso ad ossigeno, test e cure per salvare vite nel mondo”.

Riguardo alla crisi climatica Biden ha puntato molto sul prossimo vertice sul clima Cop26, insistendo perché al vertice di Glasgow si arrivi con piani ambiziosi per rispondere a una situazione di cambiamenti climatici che il presidente americano ha descritto come già “da codice rosso”. Citando “la devastazione e morte” già provocate dagli eventi climatici estremi in tutto il mondo, Biden ha sottolineato come ci si stia avvicinando al “punto di non ritorno” nella crisi climatica, annunciando l’obiettivo di mobilizzare 100 miliardi di dollari a sostegno delle azioni nei Paesi in via di sviluppo. Infine Biden ha assicurato “non stiamo cercando, lo ripeto non stiamo cercando una nuova Guerra fredda”. E’ questo il vero punto debole del discorso di Biden. Si tratta di un’affermazione di principio di grande rilievo politico però debole perché contraddetta dalle considerazioni sull’interesse degli Usa per l’Asia che lasciano intravedere la volontà di proseguire sulla strada del contenimento del dinamismo della Cina, perseguita attraverso la costruzione di quel sistema di alleanze che Pechino ha definito “la NATO del Pacifico”. E’ certo che le parole dei leaders politici, anche i più autorevoli, non possono essere prese per oro colato è che non si può fare affidamento su quello che esse promettono finchè alle parole non seguano i fatti. Però il discorso di Biden lascia trasparire una differenza, un nuovo modo di pensare, senza il quale quelle parole non avrebbero potuto essere pronunciate, c’è un punto di svolta.

La differenza consiste in questo: gli Stati Uniti hanno compreso che non è più possibile separare il loro destino (e quello degli altri Paesi occidentali) dal resto del Mondo. La Pandemia ed il disastro climatico sono la dimostrazione incontestabile che nessun Paese si può salvare da solo, che l’umanità intera vive sotto lo stesso cielo e condivide lo stesso destino. Queste considerazioni possono sembrare del tutto ovvie, persino banali, però nella fase storica che va dalla prima guerra del Golfo (1991) alla caduta di Kabul, il “nuovo ordine internazionale” annunciato dal Presidente George Bush (padre) si basava proprio sul principio che l’Occidente, ricco e militarmente forte, avrebbe potuto raggiungere traguardi di benessere, proteggendo i propri interessi con la forza delle armi, incurante della frattura economico sociale che condannava all’inferno una parte dell’umanità.

Questa prospettiva ideologica veniva chiaramente delineata nei nuovi modelli di difesa adottati nei paesi occidentali dopo la fine della guerra fredda, fra i quali il modello di difesa italiano (26/11/1991), che riconosceva l’esistenza di una frattura fra il Nord ed il Sud del mondo, non per superarla, ma per valorizzare: “la crescente aspirazione a mantenere ed accrescere il progresso sociale e il benessere materiale da parte delle società industrializzate.” Adesso Biden scopre che occorre la cooperazione internazionale allo sviluppo, che bisogna battersi per migliorare le condizioni di vita in ogni parte del mondo e che le sfide della Pandemia e del cambiamento del clima impongono la cooperazione fra le principali potenze, che devono deporre l’ascia di guerra. Dal palco dell’ONU Biden ha lanciato una colomba che dovrebbe guidarci verso una nuova era. Sapremo cogliere i segni dei tempi e proteggere il volo della colomba evitando che sia abbattuta dal fuoco amico?

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 è in servizio presso la Corte di Cassazione, attualmente ricopre le funzioni di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019)

3 pensieri riguardo “Scrutare i segni dei tempi”

  1. Bellissimo articolo. Considerazioni che mi fanno riflettere veramente. Vorrei dire che… un *punto ed a capo è stato posto finalmente sulle maniere usate dall’occidenre nel gestire i propri affari. Questo perché pare sia arrivato il momento di aprire gli occhi davanti ai disastri globali ed al baratro che sta per apririrsi se non si corre ai ripari. Sul serio.

  2. DOPO ‍♀️ Ma tutta la nicchia statinutense della cultura sociologica, della sociologia politica e storico-politica che pontifica dalle universita’ da oltre 3/4 di secolo quale funzione esplica a vantaggio di quel governo federale?
    Anticipazioni, proiezioni, simulazioni… ?

  3. Io vedo già una moltitudine di doppiette e sovrapposti, cal. 12 e 16, pronti a far fuoco sulla candida colomba cantata da Nilla Pizzi.

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