Si possono fare molti mestieri nella vita, alcuni ci sono imposti dalle circostanze o dal caso, alcuni derivano dalle nostre inclinazioni, ma c’è un mestiere del tutto straordinario che solo pochi possono praticare: il mestiere di dare la morte agli altri. La morte è il mio mestiere è un romanzo del 1952 di Robert Merle, pubblicato in Francia da Gallimard. Il protagonista è Rudolf Lang, personaggio romanzesco chiaramente ispirato alla figura di Rudolf Höss, comandante di Auschwitz. Merle segue Lang/Höss dall’adolescenza, attraverso la sua formazione militare e l’adesione al nazionalsocialismo, fino alla nomina ad Auschwitz e alla trasformazione del campo in un centro di sterminio. Merle utilizzò come fonti principali le memorie di Rudolf Höss e il materiale relativo agli interrogatori condotti in carcere dallo psicologo Gustave M. Gilbert durante il processo di Norimberga. Nel libro, Höss non viene descritto come un nazista fanatico, o un mostro di sadismo, ma come un funzionario zelante, impegnato a far funzionare al meglio la macchina dello sterminio, organizzando il funzionamento delle varie fasi, dalla concentrazione del materiale umano, alla eliminazione, allo smaltimento dei rifiuti, di qui: la morte come mestiere. Il tema è stato ripreso nel film La zona d’interesse (The Zone of Interest), diretto da Jonathan Glazer nel 2023, incentrato sulla vita di Rudolf Höss e della sua famiglia che abitava in una villa con un grande giardino immediatamente adiacente al muro del campo di Auschwitz. In Merle vediamo Höss come funzionario dello sterminio: l’organizzazione, l’efficienza, l’obbedienza, il lavoro; in Glazer vediamo Höss nella sua vita privata: il padre di famiglia, il marito, l’uomo che cura il proprio giardino e progetta il futuro della famiglia, mentre contemporaneamente dirige una macchina di sterminio.
In tempi recenti il “mestiere” di Höss è tornato d’attualità e viene esercitato con mirabile dedizione dal Ministro per la sicurezza nazionale di Israele Itamar Ben-Gvir. Però fra i due personaggi c’è una differenza sostanziale: Hoss ha trovato il tavolo della morte già apparecchiato e il suo impegno professionale è stato tutto rivolto a eseguire con la massima efficienza burocratica i compiti che gli erano stati affidati; Ben-Gvir ha dovuto condurre una dura battaglia politica per poter praticare al meglio il “mestiere” che lui stesso si è scelto.
Abbiamo visto tutti le immagini di Ben-Gvir che il 30 marzo, circondato dai suoi colleghi di partito, versa lo champagne per festeggiare una sua grande vittoria politica: l’introduzione della pena di morte per i palestinesi. Abbiamo visto tutti con quanto orgoglio il 18 agosto ha diffuso un video nel quale mostra i lavori per una nuova ala carceraria destinata ai detenuti condannati a morte e, al suo interno, la costruzione dell’impianto per le esecuzioni mediante impiccagione. Nella struttura sono previste cabine di osservazione per le vittime e i loro familiari, affinché possano godersi lo spettacolo delle esecuzioni. Nel video Ben-Gvir presenta l’iniziativa come una realizzazione delle promesse politiche da lui fatte: peggiorare le condizioni dei detenuti palestinesi, approvare la pena di morte e praticarla senza ritegno. Non c’è dubbio che Ben-Gvir abbia realizzato il suo progetto di rendere sovrana la tortura nell’universo carcerario che egli stesso amministra. La pena di morte arriva alla fine di un percorso di disumanizzazione dei palestinesi e di dominio totale dei loro corpi, intriso di fame, di umiliazioni, di torture materiali e psichiche, fino all’estremo limite della soppressione dei corpi, come risulta dal rapporto (Tortura e Genocidio) presentato a Ginevra il 23 marzo dalla relatrice speciale per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese. Ma per Ben-Gvir la morte non è mai abbastanza: in un podcast con l’ex ostaggio Rom Braslavski, realizzato nel mese di agosto, Ben-Gvir ha sostenuto che Israele dovrebbe effettuare 30-40 uccisioni mirate ogni notte a Gaza.
Come Rudolph Hoss anche Ben-Gvir è circondato dall’affetto e della comprensione della sua famiglia. Il 6 maggio per festeggiare il suo cinquantesimo compleanno la moglie gli ha preparato una bellissima torta con il disegno di un cappio di marzapane. A differenza di quel gelido burocrate che fu Rudolph Hoss, Ben-Gvir esercita il mestiere che lui stesso si è scelto con grande passione. Parafrasando Bocca di Rosa (“c’è chi l’amore lo fa per gioco, chi per professione, Bocca di rosa, né l’uno né altro, lei lo faceva per passione”) si potrebbe cantare così: c’è chi la morte la da per gioco, chi per professione, Ben-Gvir, né l’uno né altro, lui lo faceva per passione.
(articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 22 agosto con il titolo: Il mestiere della morte da Auschwitz a Ben-Gvir)
Chissà a chi dedicherebbe oggi Paul Celan la sua “Der Tod ist ein Master aus Deutchland”… I paradossi della storia