Il pericolo numero uno: la donna! Così cantavano Claudio Villa e Gino Latilla al Festival di Sanremo del 1957. Oggi la stessa canzone potrebbero cantarla in coro Meloni, Nordio e Salvini, con una piccola variante: il pericolo n.1 non è la donna, ma il ragazzino. Non bastava la creazione di 55 nuove fattispecie di reato e di 60 nuove aggravanti introdotte con ripetuti decreti Sicurezza e altri provvedimenti legislativi. Con questa alluvione di reati sono stati identificati una serie di nemici pubblici da sorvegliare e punire, a cominciare da quelli che organizzano eventi musicali dove convergono molte persone per ballare su terreni altrui (decreto Rave). Dopo gli immigrati irregolari, gli occupanti di case, i lavoratori in sciopero che occupano le strade, alla fine, raschiando il fondo del barile, è stato individuato l’ultimo nemico pubblico da combattere: il ragazzino riottoso.
Dopo le manifestazioni del 17 ottobre a Milano è partita una campagna per ingigantire i fatti di vandalismo, compiuti soprattutto da minorenni, e trasformarli addirittura in un evento eversivo. Il ministro Nordio è intervenuto per primo e, in coerenza con la sua speciale vocazione garantista (debole con i forti e forte con i deboli), ha riconosciuto i minorenni come nuovo nemico pubblico, invocando arresti di massa e costruzione di nuove carceri per contenerli. Subito dopo è stato partorito l’ennesimo decreto Sicurezza che sancisce la determinazione del governo a combattere questo nuovo nemico pubblico secondo l’abusato criterio di utilizzare il diritto penale come manifesto politico. Gli atti di vandalismo si estrinsecano in una serie di condotte previste e punite dal diritto penale per cui non vi è nessuna necessità di inventare nuovi reati. In realtà la pretesa di curare fatti, indubbiamente illeciti ma banali, attraverso l’esibizione muscolare della potestà repressiva dello Stato, mira a nascondere i conflitti reali che attraversano il corpo sociale, con l’intenzione (del tutto illusoria) di sopprimerli con la forza. Si tratta di una impostazione che mostra ancora una volta il volto autoritario, a fronte della quale impallidisce persino il legislatore fascista. Basti pensare che nel nuovo decreto è stato introdotto il reato di istigazione alla commissione delle condotte illecite descritte nel nuovo reato di “violenza organizzata nelle manifestazioni pubbliche”, punito con la pena della reclusione da quattro a dodici anni, mentre il codice Rocco puniva (e punisce tuttora) l’istigazione a delinquere con la pena da uno a cinque anni. Per il reato di devastazione e saccheggio, che il codice Rocco puniva già con la pena gravissima della reclusione da otto a quindici anni, è stata introdotta una aggravante speciale che eleva la pena prevista da 9 anni e 8 mesi a 22 anni e sei mesi.
Indubbiamente rompere vetrine e saccheggiare negozi sono condotte criminose, ma quando queste condotte sono compiute da ragazzi giovanissimi, per lo più minorenni sulla base di una “chiamata alle armi” diffusa spontaneamente, siamo in presenza di un fenomeno di rabbia collettiva che esprime un profondo malessere sociale. Un malessere che non può essere cancellato alzando il livello di repressione. La rabbia sociale manifestata attraverso atti collettivi di vandalismo apre una finestra su una dimensione di smarrimento di chi ha perso ogni speranza nel futuro. Per dei giovani, perdere il futuro è un lutto che porta alla disperazione. Sul piano politico porta al nichilismo, anticamera del fascismo. Non si sono rassegnati, invece, alla perdita del futuro quelle migliaia di giovani che sono scesi in piazza pacificamente, da Roma a Bologna, da Milano a Torino, per urlare il loro no alla guerra che in Europa i ragionieri della necropolitica stanno programmando con zelo. Attraverso la costruzione di un nemico che non c’è, attraverso i continui allarmi diffusi su una guerra ibrida già in corso e gli annunci di leader politici e militari sul fatto che dobbiamo prepararci a versare il nostro sangue, si cerca di costruire nell’opinione pubblica la convinzione che la guerra è vicina ed inevitabile. I giovani non ci stanno, non si rassegnano a questo destino.
La segretaria Pd, Elly Schlein, il 25 ottobre ha espresso apprezzamento per le proteste giovanili: “Dobbiamo riuscire ad ascoltare quella rivendicazione e a farla nostra”. Ottimi propositi, ma la Schlein dovrebbe spiegarli al suo gruppo al Parlamento europeo che il 22 ottobre ha votato una risoluzione demenziale con la quale si chiede di inviare una missione navale europea (o peggio ancora della Nato) nel Mar Nero per rompere il blocco navale che la Russia ha imposto di fatto all’Ucraina: un ottimo stratagemma per passare dalla guerra per procura condotta dall’Ucraina allo scontro diretto con la Russia. Però, ci hanno assicurato, non si tratta di escalation: lo fanno per la pace!
(articolo pubblicato sul Fatto Quotidiano del 28 ottobre con il titolo: Schlein ascolta i giovani i suoi le sirene di guerra)