Un vicolo cieco

il fallimento del dialogo NATO – Russia ha comportato negli ultimi giorni una decisa escalation della tensione. Un conflitto armato in Ucraina, anche se non comportasse un intervento diretto della NATO nelle operazioni belliche, avrebbe conseguenze esiziali per l’Europa.

La crisi Russia, Ucraina, NATO si avvita ogni giorno di più in una spirale di minacce militari e politiche in fondo alle quali non si intravede alcuna via di uscita. A nulla è servita la riunione a Ginevra il 12 gennaio del Consiglio Nato-Russia, principale forum di dialogo tra le due parti, convocata e presieduta dal segretario generale dell’Alleanza, Jens Stoltenberg, cui hanno partecipato  per la Russia il viceministro degli Esteri Alexander Grushko, per gli Stati Uniti il sottosegretario di Stato americano Wendy Sherman, oltre gli ambasciatori presso la Nato degli Stati membri. Stoltenberg ha riconosciuto che nessun accordo è stato raggiunto per operare una de-escalation della tensione e, con riferimento alla questione centrale sul tappeto (l’adesione dell’Ucraina alla NATO) ha dichiarato: “Ogni Stato ha il diritto di decidere il proprio cammino e solo l’Ucraina può decidere quando aderire alla Nato. Gli alleati sono pronti a sostenere l’Ucraina per la sua adesione“. Poiché l’oggetto della crisi riguarda proprio l’adesione dell’Ucraina alla NATO, vale a dire l’ingresso del dispositivo militare della NATO nel territorio dell’Ucraina, che la Russia percepisce come una minaccia intollerabile alla propria sicurezza, è evidente che se si mantiene questa posizione fondamentalistica non si può fare nessun passo avanti per risolvere la crisi. Non a caso il fallimento del dialogo NATO – Russia ha comportato negli ultimi giorni una decisa escalation della tensione. Il Regno Unito ha annunciato che invierà d’urgenza armi anticarro all’Ucraina, mentre ingenti forze russe con reparti corazzati, artiglieria, armi pesanti e aviazione, sono state schierate in Bielorussia per grandi manovre militari congiunte. Contemporaneamente la Svezia ha rafforzato il suo dispositivo militare nell’isola baltica di Gotland. Ogni giorno che passa cresce la violenta reciprocità delle minacce militari.

Adesso si attendono i risultati del vertice che si terrà oggi (venerdi)  a Ginevra fra il Segretario di Stato americano Blinken ed il ministro degli esteri russo Lavrov. Speriamo che non si risolva come il vertice che si tenne a Ginevra il 9 gennaio 1991 fra il Ministro degli esteri irakeno Tarek Aziz ed il Segretario di Stato americano George Baker, che fu l’ultima finzione di dialogo, prima di cedere la parola alle armi. Un dialogo serio non può essere fondato sulla richiesta di capitolazione dell’avversario come ha fatto Stoltemberg su mandato USA.  Un conflitto armato in Ucraina, anche se non comportasse un intervento diretto della NATO nelle operazioni belliche, avrebbe conseguenze esiziali per l’Europa, basti pensare al tema dell’energia, dei profughi, delle devastazioni ambientali. Il nostro futuro non può rimanere appeso al filo degli umori di Blinken o di Stoltemberg. Dobbiamo renderci conto che ci troviamo di fronte all’ultimo atto, siamo arrivati in fondo ad un percorso che ci ha portato in un vicolo cieco dal quale non c’è una via d’uscita (pacifica).

Dopo il crollo del muro di Berlino Gorbaciov acconsentì alla riunificazione della Germania e sciolse il patto di Varsavia, chiedendo soltanto, a garanzia della sicurezza della Russia,  che la NATO non spostasse i propri dispositivi militari nei Paesi dell’Europa dell’est. Invece in questi trent’anni gli Stati Uniti hanno lavorato forsennatamente per estendere la NATO ad est, includendo anche Paesi che facevano parte dell’ex Unione sovietica. Progressivamente ai confini della Russia sono stati dislocati dispositivi militari che obiettivamente costituiscono una minaccia e come tali vengono percepiti. Queste scelte insensate che hanno costruito, passo dopo passo, le condizioni per il ritorno di una nuova e molto più pericolosa guerra fredda, non sono frutto del fato cinico e baro, non ci cadute addosso per malasorte, l’Italia vi ha contribuito e ne è stata protagonista. Quando Stoltemberg dichiara che solo l’Ucraina può decidere quando aderire alla NATO, prende in giro l’opinione pubblica e nasconde la sostanza del problema poiché l’adesione alla NATO di un paese che non ne faccia parte non è un fatto automatico, sono i paesi membri dell’Alleanza che lo decidono necessariamente all’unanimità.  Nel vertice della NATO svoltosi a Bucarest il 2 aprile 2008 si decise che la NATO avrebbe riconosciuto il “principio della porta aperta” sia per l’Ucraina sia per la Georgia. Nell’occasione, evidentemente, l’ambasciatore italiano ha espresso consenso o non si è opposto. E allora dobbiamo chiederci, quando mai nel dibattito politico è stato discusso quale posizione dovesse assumere l’Italia su un tema così delicato di politica estera, come l’adesione alla NATO dell’Ucraina e della Georgia?

Le scelte che l’Italia compie in sede NATO vengono effettuate in silenzio ed al riparo da ogni ingerenza dell’opinione pubblica. I Protocolli di adesione alla NATO delle Repubbliche di Bulgaria, Estonia, Lettonia, Lituania, Romania, Slovacchia e Slovenia, sono stati ratificati con la legge 19 agosto 2003 n. 255, quelli di adesione di Croazia e Albania con la legge 30 dicembre 2008 n. 220, quello di adesione del Montenegro con la legge 16 gennaio 2017, n.2. Queste leggi sono passate senza clamore, senza discussione, come se si trattasse di un atto dovuto. Se i politici italiani avessero avuto la lungimiranza e il coraggio di dissociarsi, oggi non ci troveremmo con la guerra alle porte.

Che si può ancora evitare: basta dire No.

Autore: Domenico Gallo

Nato ad Avellino l'1/1/1952, nel giugno del 1974 ha conseguito la laurea in Giurisprudenza all'Università di Napoli. Entrato in magistratura nel 1977, ha prestato servizio presso la Pretura di Milano, il Tribunale di Sant’Angelo dei Lombardi, la Pretura di Pescia e quella di Pistoia. Eletto Senatore nel 1994, ha svolto le funzioni di Segretario della Commissione Difesa nell'arco della XII legislatura, interessandosi anche di affari esteri, in particolare, del conflitto nella ex Jugoslavia. Al termine della legislatura, nel 1996 è rientrato in magistratura, assumendo le funzioni di magistrato civile presso il Tribunale di Roma. Dal 2007 al dicembre 2021 è stato in servizio presso la Corte di Cassazione con funzioni di Consigliere e poi di Presidente di Sezione. E’ stato attivo nel Comitato per il No alla riforma costituzionale Boschi/Renzi. Collabora con quotidiani e riviste ed è autore o coautore di alcuni libri, fra i quali Millenovecentonovantacinque – Cronache da Palazzo Madama ed oltre (Edizioni Associate, 1999), Salviamo la Costituzione (Chimienti, 2006), La dittatura della maggioranza (Chimienti, 2008), Da Sudditi a cittadini – il percorso della democrazia (Edizioni Gruppo Abele, 2013), 26 Madonne nere (Edizioni Delta Tre, 2019), il Mondo che verrà (edizioni Delta Tre, 2022)

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